Peninsula Hotel, il progetto che racconta storie di italiani di talento

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Volete un bel progetto, davvero ben curato graficamente e non solo, che per raccontare i protagonisti le usa tutte: video, foto, testi, data journalism,suddivisi nelle seguenti categorie: Interviste, Tempo, Luoghi, Temi e Liste (di ogni protagonista)? Allora dovete andare a fare un giro su Peninsula Hotel che, come c’è scritto nell’introduzione, è «una rivista interattiva pensata per raccogliere le storie di persone che sono state capaci di reinventare il Made in Italy».

Qui la pagina facebook

Qui l’account twitter

Qua il Post vi spiega bene cosa è in un articolo dettagliato.

Ps: i primi protagonisti (ce ne saranno altri) sono quasi tutti sui trenta. Mica matusa.

Saudade

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«Mãe, que é que é o mar, Mãe?» Mar era longe, muito longe dali, espécie duma lagoa enorme, um mundo d’água sem fim, Mãe mesma nunca tinha avistado o mar, suspirava. – «Pois, Mãe, então mar é o que a gente tem saudade?»
(«“Mamma, che cosa è il mare, Mamma?” Il mare era lontano, molto lontano di lì, specie di lago enorme, una quantità d’acqua senza fine, anche Mamma non aveva mai visto il mare, sospirava. “Allora, Mamma, mare è quello che si ha nostalgia?”»)

- Guimarães Rosa, Campo geral-

Terra rossa quanto mi manchi. Ci penso da mesi, da quando sono tornato, a quella terra così rossa, così diversa da quella che calpesto tutti i giorni. Non mi ha mai più abbandonato. E ora mentre decido di rimettere mano e scrivere qualcosa sul blog mi ritrovo a leggere ‘Seguire i pappagalli fino alla fine’, un libro di Alberto Riva. Un viaggio dentro il cuore di Rio de Janeiro, che con la mente mi riporta oltreoceano. Nemmeno a farlo apposta. Ho iniziato a leggerlo ora, ad un anno esatto (o qualche giorno in più) dall’inizio di quella fantastica esperienza che mi ha condotto a Vila Esperança, a Goias, e che si è poi condensata nel progetto Deixa Falar. Che mi ha portato nel cuore del Brasile, lontano dalle sue metropoli, e che in cambio ha preteso il mio di cuore, amore quasi incondizionato, a prima vista, per quella terra, per quella gente, quelle facce, quei suoni, quel vivere che in un modo o nell’altro si è infilato dentro con una forza a cui era difficile sottrarsi.

Nella lingua portoghese, e poi di conseguenza nel Brasile e della brasilianità esiste un termine, forse inflazionato, e forse difficilmente traducibile in altre lingue, ma che riassume quell’insieme di stati d’animo che rispecchiano quello che sto cercando di dire: ed è saudade.
Perché quando in un posto ti ritrovi non a fare il turista (distratto per natura dalle cose spesso superflue e dalle vie palesi e battute con quel fare quasi da antropologo che si limita a guardare, imponendosi il più possibile all’osservazione invece che all’interazione) ma invece a vivere giorno dopo giorno i ritmi, le necessità, la comunità, lavorando con essa, entrando nelle sua case senza timidi imbarazzi, immergendoti nel fango, residuo dei grandi temporali tropicali, e lasciando poi che il sole lo secchi sulla tua pelle, creandone una seconda, allora il tutto diventa parte di te. E’ un mondo che tenta di assorbirti, farti suo, tassello integrante di un flusso cadenzato tra i ritmi del samba e della Capoeira, tra il canto degli uccelli colorati la mattina e l’improvviso sorgere di una volta stellata che però non ammanta per la notte, ma rischiara, illumina e dischiude ancor di più. Esplosione di vita. Eppure non si ha l’impressione possa essere così. L’autunno è lì che bussa. Una sensazione che poi Paul Bowles aveva già rinchiuso con strabiliante mira in poche righe di un passo del suo Tè nel deserto:

“Se guardo morire una giornata – una qualsiasi – ho sempre la sensazione che sia la fine di una intera epoca. È l’autunno! Potrebb’essere addirittura la fine di tutto, ecco perché detesto i paesi freddi, e amo quelli caldi, dove non c’è l’inverno, e quando scende la sera hai come l’impressione che la vita si schiuda, invece di chiudersi.”

E così ripenso che un anno fa, esattamente, cercavo di inerpicarmi lungo il fianco della lingua portoghese, provando a capire che cosa fosse quel mondo fatto di frutti succosi, suoni ipnotici, facce scavate e allo stesso tempo così giovani, facce a cui era impossibile imputare un’ età precisa. Come se il tempo le avesse congelate in uno stato di perenne non sono nemmeno io cosa. Un anno fa, dentro la scuola di Vila Esperança, per raccontare un piccolo universo così lontano ma che mi era impossibile non sentire così vicino. Un microcosmo che già dopo poche ore mi sussurrava all’orecchio come un canto di Sirena. Attirandomi. Nessuno spazio, in quel fazzoletto di terra rossa, per il superfluo. Ma tutto così armonicamente incastrato nelle necessità che si fanno essenziali, umili, lasciando spazio al godimento della semplicità, della vita. Piedi scalzi nel quilombo. Il contatto con ciò che sta sotto e ti sorregge. Frustate di palmi sulla pelle dei tamburi e sulla corda del berimbau e il frinire tutt’attorno nell’aria dell’imbrunire, in un litigio musicale perenne tra la fanfara imponente delle cicale e i suoni arcaici di chi, in un angolo della città, si radunava in cerchio mettendo in scena una roda de Capoeira o di Samba. Un tutto così autocompletante, circolare, disarmante. Un pugno in faccia che mi ha lasciato tramortito ancora mesi e mesi dopo il mio ritorno. E il pensiero corre ancora, dopo un anno, sotterraneo come un fiume che cerca, nei giorni che scorrono, il punto più fragile per emergere in superficie e inondare il tutto di sensazioni riportando nella corrente il canto di quella Sirena: «voltar pra mim! Voltar pra mim!».

Tornerò!

Eu sinto falta da terra vermelha! O quanto eu sinto sua falta, terra vermelha!

20 maggio 2012- 20 maggio 2014 due anni tenendo botta

Sono passati due anni dal venti maggio 2012, ma quel boato nel cuore della notte che ti sveglia, ed è un secondo capire se sia un sogno oppure no, è ancora lì nella testa, nei ricordi. Nella consapevolezza che tutto a una manciata di chilometri da casa tua è venuto giù. Case, vite, sogni, speranze, promesse che un sussulto della terra ha interrotto con la stessa semplicità con cui un interruttore spegne la luce. Ma allo stesso modo, nei 730 giorni che sono seguiti abbiamo capito che, anche se faticosamente, quell’interruttore almeno in parte potevamo provare a spingerlo anche noi, tenendo botta, riaccendendo la luce. Rialzandoci. Perché in fondo questa è la prima e più importante lezione che apprendi fin da piccolo: quando cadi ti fai male, piangi, ma poi impari che devi rialzarti. Devi ripartire, anche se le ginocchia sono sbucciate e ti fanno male e lo faranno per molto ancora, come per molto rimarranno i segni su di esse. Ma stringi i denti e vai. Non puoi fare altro, non puoi concederti altro. In Emilia i denti li stringiamo dal 2012, e i segni sulle ginocchia sono ancora lì. Ma anche noi ci siamo, tenendo botta. In piedi!

Questo condannato

Questo condannato che, poco prima di scoprire la forma della sua pena dice “se va come temo, scateniamo la fine del mondo”, ricorda molto quei picciotti che in attesa della lettura della sentenza minacciavano stato, magistrati, e misto fritto, inveendo da dietro quelle voliere strapiene di loschi figuri nelle aule bunker.

Autodistruzione

Self-Destruct-Button

Un anno fa di questi tempi si parlava (per l’ennesima volta) di autodistruzione del PD. E poi vai a vedere che il pulsante rosso con la scritta self-destruction l’hanno pigiata gli altri, quelli che “Apriamo il Parlamento come una scatoletta di tonno” (ma c’è anche la variante delle sardine) e che ora si scoprono talmente “teneri” che si sfaldano da soli con un grissino. Che evidentemente qualcosa non ha funzionato negli “algoritmi” psicologici che Beppe e Gianroberto avevano calcolato, e ora cominciano a dare qualche segnale di instabilità “emotiva”.