20 maggio 2012- 20 maggio 2014 due anni tenendo botta

Sono passati due anni dal venti maggio 2012, ma quel boato nel cuore della notte che ti sveglia, ed è un secondo capire se sia un sogno oppure no, è ancora lì nella testa, nei ricordi. Nella consapevolezza che tutto a una manciata di chilometri da casa tua è venuto giù. Case, vite, sogni, speranze, promesse che un sussulto della terra ha interrotto con la stessa semplicità con cui un interruttore spegne la luce. Ma allo stesso modo, nei 730 giorni che sono seguiti abbiamo capito che, anche se faticosamente, quell’interruttore almeno in parte potevamo provare a spingerlo anche noi, tenendo botta, riaccendendo la luce. Rialzandoci. Perché in fondo questa è la prima e più importante lezione che apprendi fin da piccolo: quando cadi ti fai male, piangi, ma poi impari che devi rialzarti. Devi ripartire, anche se le ginocchia sono sbucciate e ti fanno male e lo faranno per molto ancora, come per molto rimarranno i segni su di esse. Ma stringi i denti e vai. Non puoi fare altro, non puoi concederti altro. In Emilia i denti li stringiamo dal 2012, e i segni sulle ginocchia sono ancora lì. Ma anche noi ci siamo, tenendo botta. In piedi!

Questo condannato

Questo condannato che, poco prima di scoprire la forma della sua pena dice “se va come temo, scateniamo la fine del mondo”, ricorda molto quei picciotti che in attesa della lettura della sentenza minacciavano stato, magistrati, e misto fritto, inveendo da dietro quelle voliere strapiene di loschi figuri nelle aule bunker.

Autodistruzione

Self-Destruct-Button

Un anno fa di questi tempi si parlava (per l’ennesima volta) di autodistruzione del PD. E poi vai a vedere che il pulsante rosso con la scritta self-destruction l’hanno pigiata gli altri, quelli che “Apriamo il Parlamento come una scatoletta di tonno” (ma c’è anche la variante delle sardine) e che ora si scoprono talmente “teneri” che si sfaldano da soli con un grissino. Che evidentemente qualcosa non ha funzionato negli “algoritmi” psicologici che Beppe e Gianroberto avevano calcolato, e ora cominciano a dare qualche segnale di instabilità “emotiva”.

Grillo ha delegittimato la sua democrazia diretta

GrilloRenzi

Grillo da Renzi non ci voleva andare. Era chiaro già da qualche giorno. Poi ieri in fretta e furia, come da copione, la consultazione degli iscritti in cui si chiedeva se l’incontro s’aveva da fare o meno. La butto lì: forse qualche brontolio di pancia nel movimento, che a quell’incontro qualcuno teneva, magari per provare a rientrare nel gioco e non rimanere a palleggiare in solitaria in un angolino come è stato fino ad oggi?

Poi la democrazia diretta online del Movimento ha dato il suo responso: l’incontro si doveva fare, con buona pace di Grillo.

Ora, si potrebbe discutere per ore sulla convenienza o meno di farlo in streaming e su ciò che Renzi avrebbe o non avrebbe potuto fare in quei 10 minuti (tanto è durato il faccia a faccia). Quello che però appare chiaro è che con il suo comportamento il “portavoce” del M5S ha delegittimato e, ancor peggio, ha tolto dignità e valore sia allo strumento della consultazione diretta di cui tanto si fregiavano (esibendolo come vessillo della loro diversità sana), sia agli iscritti che in quello strumento credevano e che numeri alla mano quel confronto lo avevano chiesto (ma che sono sicuro, non volevano finisse così).

Non male, se si pensa che è stato fatto tutto in 10 minuti. E forse tanti saluti anche a quelli che ancora scrivono #vinciamonoi e #sfiduciamorenzie

(fonte foto)

Persone illuminate

robson

Forse qualcuno di voi sa che qualche mese fa, con Emanuela, sono andato in Brasile per conoscere e provare a raccontare, con Deixa Falar (letteralmente Lascia Parlare), un progetto: l’ Espaço Cultural Vila Esperança, che è nato come sociale con l’intento di coinvolgere, rafforzare e far emergere le fasce più deboli, creando un contesto di comunità. Poi nel tempo pur mantenendo lo scopo originale ha incentrato molte delle sue energie sulla scolarizzazione e sulla integrazione. Oggi, in un Brasile profondamente mutato (almeno in superficie) quella comunità è ancora lì. Cresciuta e in costante evoluzione. Di quella esperienza, il cui racconto continuiamo a portare avanti qua nei momenti di tempo libero, ho parlato poco in questo spazio. Così ho deciso di rimerdiare.

E lo faccio partendo proprio dal racconto in viva voce di uno dei fondatori, Robson Max de Oliveira Souza, una persona estremamente illuminata, di quelle che con piccoli gesti ma enorme forza d’animo e volontà è riuscita assieme ad altri ha creare un piccolo gioiello. Tutto è partito, come associazione, ufficialmente nel 1994 (ma l’embrione è del 1989) nella città di Goiás quando io ero ancora un decenne e in Italia qualcuno scendeva in campo. Venti anni dopo sono ancora lì, a portare avanti la loro missione tra mille difficoltà ma ancor più soddisfazioni anche grazie all’aiuto di un gruppo di amici italiani. Noi nel nostro piccolo speriamo in qualche modo di essere riusciti, e di riuscire ancora dare una mano. Intanto vi segnalo che da qualche giorno, in concomitanza con l’inizio del nuovo anno scolastico è nata la loro fanpage, quindi se volete andare a curiosare la potete trovare qua.

Detto questo vi lascio alla chiacchierata che abbiamo fatto con Robson, in una sera piovosa dentro la sua cucina, durante la nostra visita di settembre.