Le figurine salveranno il mondo

Stamattina molto presto sono andato in edicola. C’erano due bambini, avranno avuto quattro o cinque anni, e c’erano anche le loro mamme. Una indossava l’hijab a coprirle i capelli, l’altra no. Ho visto che stavano disquisendo su una rivista di cucina tenuta in mano dalla donna italiana. Intanto appartati, in un angolo dell’edicola guardinghi e con fare misterioso i piccoli armeggiavano con due pliconi di figurine consumate e impataccate, come solo le figurine dopo che sono rimaste per giorni tra le telluriche mani di un quinquenne. Trappolavano, confabulavano, ridacchiavano. Siccome c’era fila, manco fossimo in coda per entrare sulla brennero, mi son affiancato ai due curioso di capire che figurine fossero (i cazzi miei mai), ma mi hanno sopreso iniziando a fissarmi con gli occhi di chi ti accusa di aver svelato un diabolico piano tenuto nascosto fino a quel momento. Il più piccolo, carnagione olivastra, capelli ricci che nessun pettine dominerà mai e occhi così neri che parevano petrolio, con gesto fulmineo si è stretto le braccia al corpo celando il mistero (e le figurine). L’altro ha ficcato in tasca il mazzetto. Poi mi hanno guardato, uno dei due mi ha detto: ma tu sei troppo grande per queste cose. Forse pensavano gliele volessi prendere, chi lo sa.

La mamma di riccioli neri ha poi urlato qualcosa, in una lingua a me ovviamente sconosciuta. Anche l’altra mamma ha esclamato: Dai su, andiamo che è tardi!

Ho provato a gettare uno sguardo ancora, l’ultimo, per cercare di intercettare il soggetto delle figurine, ma i due in un gesto frenetico si son stretti il bottino ancor di più nascondendolo e si sono avviati all’uscita prendendosi per mano e ridendo. Dietro di loro le prime pagine: parlavano di nuovi e più alti muri in Europa, migranti e profughi senza pace e senza terra, stragi razziste, sproloqui populisti, stati in fallimento, povertà ed encicliche ecologiste per salvare l’ambiente e l’anima dal disastro.

Ho sperato intimamente che quelle figurine possano aiutare a costruire un mondo migliore.

Spingitori di imbecilli e circoli viziosi

Di quei commenti pubblicati, di quei tweet, abbiamo letto tutti. Non sto quindi a riportare link o screenshoot che darebbero solo ulteriore visibilità alla stupidità. Ieri sono usciti articoli, post, commenti (che condivido) sul tema, che dicono praticamente tutto sulla vicenda. Mi limito quindi ad una mia considerazione.

Nella tragicità dell’evento, il contorno che si delinea in rete assume quasi le tinte di una farsa nel vero stile italico, dove gli imbecilli prima e i loro detrattori dopo vanno ad alimentare un circolo vizioso da cui è poi difficile uscire; entrati ci eravamo entrati da tempo immemore. Un circolo dove i primi, con mancanza di gusto, educazione e cultura, sbaraitano (con parecchi errori grammaticali per giunta) il loro augurio di morte all’ex segretario Bersani accusandolo ormai di ogni male del paese, manco fosse il nuovo Andreotti. I secondi (solo una parte a dire il vero) rigirano il medesimo ai primi, che ovvimanete si fanno premura di rispedire la pallina al mittente in una sorta di ping pong dell’insulto. Qualcuno dice subito sono grillini, e così facendo cade in quella fin troppo prevedibile trappola dell’attribuzione dell’idiozia per tifoseria politica, che anche in questo caso, io credo, ci azzecca ben poco.

In questa farsa c’è poi una sottotrama, che ha quasi del surreale, e fa riferimento ad un hashtag diretto e offensivo (#bersanimuori) apparso ieri, sempre diretto al povero Pigi. Bene, facendo un giro si scopre che la diffusione dello stesso è data non da chi lo ha twittato con l’intenzione di offendere, ma da quelli che al contrario si sono posti come paladini della morale e dell’indignazione. Insomma, senza di loro probabilmente si sarebbe perso nei meandri della rete, senza riscuotere quella visibilità che non avrebbe certo meritato.

In conclusione, sarebbe bastato da un lato un po’ di buonsenso e di coraggio da parte di chi gestisce alcune pagine facebook, o i commenti agli articoli, nel mettere in atto quel tanto di moderazione che in certi casi andrebbe anteposta al traffico, e dall’altro che i sopra citati detrattori non si fossero posti nella posizione di spingitori di imbecilli, cadendo quindi sullo stesso piano di chi, evidentemente, non aveva nulla di meglio da fare, e finendo per alimentare un circolo vizioso da cui a quanto pare faticheremo ancora molto per uscire. Un circolo che non c’entra tanto con la politica ma più che altro con la cultura.

Ma questo è quello che è successo ieri. Oggi quello che importa (e importava anche ieri, anche se non a tutti) è lo stato di salute di una persona. E le notizie sembrano più promettenti. Bersani pare stia meglio, e tutto il resto lasciamolo nel circolo vizioso.

Umanizzare lo Spazio. Il mio momento preferito del 2013

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In questi giorni pensavo a quale momento/evento del 2013 (escludendo quelli personali, il mio viaggio in Brasile ad esempio o concludere quest’anno compiendone 30, il 31) mi avesse davvero emozionato nel bene o nel male. Ho passato in rassegna con la mente parecchie immagini, e ce ne sono tante, anche recenti. Dall’addio a Mandela all’ abdicazione di un Papa passando per l’elezione del suo sucessore Francesco. Dalla decadenza di Berlusconi, alle immagini della maratona di Boston, alle proteste in giro per il mondo, dalla Turchia alle ultime in Ucraina, per citarne alcuni. Ma sempre un’ immagine mi ritornava, anzi, più che un’ immagine una musica. Sempre lì.

Ora, non sarà forse il momento più epico di questo 2013 che sta finendo ma quello che ho scelto è il video con la performance di Chris Hadfield mentre suona e canta Space Oddity sulla stazione spaziale internazionale. Forse perché a suo modo, nella sua semplicità, è così universale, come lo è musica, come lo è suonarla. Un gesto che appartiene ad ogni cultura, ad ogni credo, che si ripete nella storia dall’alba dei tempi. Gli astronauti dopotutto sono per definizione rappresentanti di tutta l’umanità, dei suoi tentativi di compiere balzi migliori in avanti. Ecco, io guardando quelle immagini con la Terra blu a far da sfondo all’astronauta fluttuante che compiva quel rito antico come l’uomo ho avuto una sensazione positiva che per qualche momento ha cacciato via tutte le brutture.

C’è una bel passaggio in un articolo di Emma Brockes  sul Guardian a proposito, che dice come quel gesto abbia per la prima volta reso realmente la stazione spaziale una estensione della Terra. Di tutti quindi:

“Of the hundreds of astronauts who have gone into space, none has humanised it quite the way Hadfield has. It’s weird that goofy guitar playing and exchanging tweets with William Shatner should seem remarkable, but in the context of the space station, it was. For the first time, it seemed like an extension of Earth.”

Tra tutte le immagini di divisioni, guerre, litigi di qua giù ho pensato che questa potesse rappresentare il bello dell’Uomo che guarda oltre, con imparzialità. E più imparziale di una cosa che avviene nello Spazio non so cosa possa esserci.

Buon Anno a tutti!

Rivoluzione sporca

Se per fare una rivoluzione entri in una libreria al grido di “bruciate i libri” allora non hai capito niente. Non è bruciando i libri che si fanno le rivoluzioni, tutt’al più è attraverso i libri che le fai. Ma se solo ti sfiora il pensiero di bruciarli vuole dire che stai facendo una cosa diversa, violenta, brutale, sporca.

Il mio nome è Felipe: alcune righe di un ragazzo di San Paolo, Brasile

brasile-proteste-giugno-2013

fonte foto: queste righe.

Un amico di Emanuela,  che vive a  San Paolo e che in questi giorni sta prendendo parte alle manifestazioni in Brasile, ci ha scritto queste righe.  Non saranno certo la cronaca di un giornale, ma è una voce tra la centinaia di migliaia di persone che in queste ore è scesa per le strade e nelle piazze dello stato Brasiliano.  Emanuela le ha tradotte e io le pubblico qua sperando di fornire un ulteriore piccolo tassello alla chiave di lettura.

Il mio nome è Felipe, ho 25 anni e sono uno studente di Relazioni Internazionali

Negli ultimi dieci anni ho assistito allo sviluppo economico del mio Paese, più di 30 milioni di brasiliani sono usciti da una condizione di povertà e sono ormai considerati classe media.

Il boom economico del Brasile ha fatto notizia in tutto il mondo, così come il presidente Lula.. Tutto lasciava intendere che il Brasile decollasse all’inizio di questo nuovo decennio: ospiteremo la Coppa del Mondo e le Olimpiadi, quali altri paesi nello stesso decennio hanno avuto la stessa opportunità? Sarebbe dovuta essere una svolta per il Brasile! Ciò che però non era noto a livello internazionale fino ad ora, è che la crescita economica non è stata accompagnata, parallelamente, da un vero sviluppo sociale. Si è vista in questi anni l’immagine di un paese perfetto, un popolo felice, samba e carnevale, che ha superato l’economia di Italia e Inghilterra (anche se attualmente l’Inghilterra ha riacquistato la sua posizione nella classifica mondiale).

Ma la domanda che ci poniamo è: dove è finito tutto questo sviluppo? Noi paghiamo tante tasse quanto i paesi europei, ma abbiamo un trasporto pubblico inadeguato a causa del sovraffollamento delle grandi città del Brasile. Inoltre l’intero Paese sta subendo un processo di de-industrializzazione, perché non è possibile competere con il mercato estero a causa di una elevata imposizione fiscale. Non ci sono reti ferroviarie che collegano gli stati come in Europa e il costo del trasporto interno in Brasile è incredibilmente costoso. In questo stesso momento, mentre super stadi sono in costruzione, gli ospedali in Brasile non funzionano a causa della mancanza di infrastrutture e di medicine. L’incuria e la corruzione sono arrivate a un punto tale per cui l’aumento del prezzo del biglietto dei bus di 20 centesimi è stato la miccia che ha infiammano il popolo, che è sceso nelle strade a manifestare. Nemmeno noi brasiliani sappiamo come è successo e di certo non avremmo mai immaginato che le manifestazioni avrebbero avuto queste proporzioni.

Non so che risalto stiano dando i media italiani a tutti questi eventi, ma per rendere l’idea (la dimensione geografica del Brasile equivale a quella dell’intera Europa), sarebbe come se tutte le capitali e le principali città europee stessero manifestando contemporaneamente. Questo è qualcosa di veramente grande! Soprattutto se confrontato con quello che accade nei Paesi vicini del Sud America.

Non ci sono organizzazioni o partiti dietro queste manifestazioni. La gente è stanca di pagare tante tasse, mentre il Brasile vende l’immagine di un paese del primo mondo quando in realtà non lo è. E’ curioso che non siano i più poveri a scendere in piazza a chiedere a gran voce un cambiamento sociale, ma è la nuova classe media brasiliana, che non vuole più mantenere questo stato di inefficienza governativa.

Potrei continuare scrivendo migliaia di motivi che hanno causato l’indignazione del popolo brasiliano, ma preferisco lanciare il messaggio che oggi, per la prima volta, posso dire che ho fiducia nel mio Paese. Credo che possiamo cambiare il Brasile e mostrare al mondo che non siamo solo il paese del calcio e del mondiale. Siamo una nazione che si sviluppa in 26 Stati federali e un Distretto Federale, e che unita lotta per ottenere migliori condizioni sociali. Non sappiamo cosa accadrà e come andrà a finire, è tutto ancora molto incerto, ma la speranza vera è che le nostre voci vengano ascoltate e che arriveranno tempi migliori.

L’originale:

Meu nome é Felipe, tenho 25 anos e sou estudante de relações internacionais.

Durante a ultima década, presenciei o crescimento econômico do meu país. Mais 30 milhões de brasileiros deixaram de ser pobres e passaram a ser considerados classe média.

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