#UnioniCivili: un fatto storico

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Renzi ha detto che l’accordo sulle Unioni Civili è un fatto storico.

Può essere, se per storico intendiamo l’approvazione di un accordo che certo porta dei diritti che prima non c’erano ma che comunque è mozzato e tende a mantenere ancora categorie tra i cittadini (alcuni hanno più diritti di altri). E’ vero, prima non c’era nulla e ora ci sarà qualcosa, è un ulteriore mattoncino nella costruzione ancora molto scarna dei diritti nel nostro paese. Si poteva fare di più? Forse sì, forse no. Di certo storico è il ritardo con cui ci siamo mossi, e non troppo bene, sulla linea della storia in materia di diritti.

Storico è, e così sarà ricordato, il dibattito politico sul tema. Un dibattito assolutamente non all’altezza per un paese democratico nel 2016 e che ha evidenziato ancora una volta come una parte della classe politica sia semplicemente uscita fuori da un libro di Eco sul Medioevo, periodo storico a cui è rimasta probabilmente ferma e in cui alle prossime elezioni andrebbe ricacciata a calci nel sedere. Storico è anche il puerile ostruzionismo, assolutamente non contestualizzato, a cui abbiamo assistito. Roba da mettersi le mani nei capelli e chiamare la maestra.

Storica è l’occasione persa dal Movimento 5 Stelle, che poteva lasciare un segno e invece con i suoi giochetti ha permesso lo stralcio di una parte del disegno.

Storica (e agghiacciante) è pure l’esultanza del ministro dell’interno del governo che ha disegnato e portato avanti la legge sulle Unioni Civili perché è stata «impedita rivoluzione contro natura», ovviamente grazie al ricatto di quelle menti medievali di cui scrivevo prima.

Storica è anche la spiacevole sensazione di aver perso un’ occasione, o di averla afferrata solo metà ,come spesso accade da noi dove i bicchieri ci arrivano sempre a metà. Che poi li vediate mezzi pieni o mezzi vuoti dipende molto dal punto in cui ponete il vostro pensiero sulla “mappa”, ma sono da sempre elemento fondante e imprescindibile.

In definitiva Renzi ha ragione, è un fatto storico. Rimane da vedere per quale dei tanti motivi sarà ricordato come tale.

Un #2013 di conferme

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In questo periodo siamo sommersi dal classico post “cose che ho imparato/scoperto quest’anno”. Sempre molto carini e simpatici. Beati loro. Io quest’anno vorrei andare contro corrente. Io non ho imparato/scoperto un cazzo, Ho avuto però alcune conferme.

Ho avuto la conferma, l’ennesima, che siamo un paese basato sulle belle parole e le buone intenzioni. Ma siamo ancora fermi sulla spiaggia del dire a cercar di capire come attraversare il mare per approdare al fare.

Ho avuto la conferma che senza un profondo sradicamento di una certa bassa cultura non riusciremo a superare, senza fare ulteriori danni ai diritti, il muro delle discriminazioni sociali, razziali e di genere. Ci incazziamo per un rigore non dato e non ci indignamo (o lo facciamo troppo poco) quando viene calpestata la dignità di un’altra persona

Ho avuto la conferma che sul web conta ancora di più un gattino che una storia, una notizia. Leggere costa impegno, e alla fine non sempre si ride.

Ho avuto la conferma di un paese talmente concentrato ad analizzare beghe interne, talvolta pure irrelevanti, da farsi sfuggire quanto accade nel mondo, anche quando quel che accade dovrebbe o potrebbe vederci protagonisti.

Ho avuto la conferma di un un popolo ancora troppo concentrato a guardarsi allo specchio da non accorgersi di quelli che a pochi metri dietro l’angolo piangono un pezzo di pane che non avranno.

Ho avuto la conferma che conta di più dire “ci sarà la ripresa”, piuttosto che lavorare di concerto nelle sedi opportune per ottenerla. Un paese fondato sul verbo della speranza che, si sa, almeno lei è l’ultima a morire. Per tutti gli altri dipende dai debiti.

Ho avuto la conferma di un paese infetto nel profondo delle sua terra, talmente tanto da darle fuoco come si faceva ai tempi delle pestilenze che difficilmente lasciavano scampo,e l’unica era affidarsi alle preghiere per ottenere il miracolo.

Ho avuto però anche la conferma che c’è ancora una parte del paese che si batte con estremo coraggio perché tutte queste non siano più conferme, ma vengano ricacciate in un passato quantomeno prossimo.

E se pensate che questo sia poco allora non vi rimanere davvero che pregare nel 2014 che verrà.

(fonte foto)

Il mio nome è Felipe: alcune righe di un ragazzo di San Paolo, Brasile

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fonte foto: queste righe.

Un amico di Emanuela,  che vive a  San Paolo e che in questi giorni sta prendendo parte alle manifestazioni in Brasile, ci ha scritto queste righe.  Non saranno certo la cronaca di un giornale, ma è una voce tra la centinaia di migliaia di persone che in queste ore è scesa per le strade e nelle piazze dello stato Brasiliano.  Emanuela le ha tradotte e io le pubblico qua sperando di fornire un ulteriore piccolo tassello alla chiave di lettura.

Il mio nome è Felipe, ho 25 anni e sono uno studente di Relazioni Internazionali

Negli ultimi dieci anni ho assistito allo sviluppo economico del mio Paese, più di 30 milioni di brasiliani sono usciti da una condizione di povertà e sono ormai considerati classe media.

Il boom economico del Brasile ha fatto notizia in tutto il mondo, così come il presidente Lula.. Tutto lasciava intendere che il Brasile decollasse all’inizio di questo nuovo decennio: ospiteremo la Coppa del Mondo e le Olimpiadi, quali altri paesi nello stesso decennio hanno avuto la stessa opportunità? Sarebbe dovuta essere una svolta per il Brasile! Ciò che però non era noto a livello internazionale fino ad ora, è che la crescita economica non è stata accompagnata, parallelamente, da un vero sviluppo sociale. Si è vista in questi anni l’immagine di un paese perfetto, un popolo felice, samba e carnevale, che ha superato l’economia di Italia e Inghilterra (anche se attualmente l’Inghilterra ha riacquistato la sua posizione nella classifica mondiale).

Ma la domanda che ci poniamo è: dove è finito tutto questo sviluppo? Noi paghiamo tante tasse quanto i paesi europei, ma abbiamo un trasporto pubblico inadeguato a causa del sovraffollamento delle grandi città del Brasile. Inoltre l’intero Paese sta subendo un processo di de-industrializzazione, perché non è possibile competere con il mercato estero a causa di una elevata imposizione fiscale. Non ci sono reti ferroviarie che collegano gli stati come in Europa e il costo del trasporto interno in Brasile è incredibilmente costoso. In questo stesso momento, mentre super stadi sono in costruzione, gli ospedali in Brasile non funzionano a causa della mancanza di infrastrutture e di medicine. L’incuria e la corruzione sono arrivate a un punto tale per cui l’aumento del prezzo del biglietto dei bus di 20 centesimi è stato la miccia che ha infiammano il popolo, che è sceso nelle strade a manifestare. Nemmeno noi brasiliani sappiamo come è successo e di certo non avremmo mai immaginato che le manifestazioni avrebbero avuto queste proporzioni.

Non so che risalto stiano dando i media italiani a tutti questi eventi, ma per rendere l’idea (la dimensione geografica del Brasile equivale a quella dell’intera Europa), sarebbe come se tutte le capitali e le principali città europee stessero manifestando contemporaneamente. Questo è qualcosa di veramente grande! Soprattutto se confrontato con quello che accade nei Paesi vicini del Sud America.

Non ci sono organizzazioni o partiti dietro queste manifestazioni. La gente è stanca di pagare tante tasse, mentre il Brasile vende l’immagine di un paese del primo mondo quando in realtà non lo è. E’ curioso che non siano i più poveri a scendere in piazza a chiedere a gran voce un cambiamento sociale, ma è la nuova classe media brasiliana, che non vuole più mantenere questo stato di inefficienza governativa.

Potrei continuare scrivendo migliaia di motivi che hanno causato l’indignazione del popolo brasiliano, ma preferisco lanciare il messaggio che oggi, per la prima volta, posso dire che ho fiducia nel mio Paese. Credo che possiamo cambiare il Brasile e mostrare al mondo che non siamo solo il paese del calcio e del mondiale. Siamo una nazione che si sviluppa in 26 Stati federali e un Distretto Federale, e che unita lotta per ottenere migliori condizioni sociali. Non sappiamo cosa accadrà e come andrà a finire, è tutto ancora molto incerto, ma la speranza vera è che le nostre voci vengano ascoltate e che arriveranno tempi migliori.

L’originale:

Meu nome é Felipe, tenho 25 anos e sou estudante de relações internacionais.

Durante a ultima década, presenciei o crescimento econômico do meu país. Mais 30 milhões de brasileiros deixaram de ser pobres e passaram a ser considerados classe média.

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Matrimonio Gay, qui America qui Italia

Ieri l’apertura di Obama sui matrimoni Gay, apertura forse trainata dalla simile dichiarazione del suo vice, Joe Biden, qualche giorno prima, e certamente ben calibrata in previsione della campagna elettorale per le presidenziali 2013. L’apertura di Obama non può incidere a livello costituzionale dal momento che l’America ha una organizzazione federale e ogni stato decide internamente quali regole adottare, però è già qualcosa se a fare quell’affermazione è il presidente degli Stati Uniti. Purtroppo se dall’altra parte dell’oceano il primo presidente Afroamericano apre almeno idealmente alle nozze Gay, da questa parte geolocalizzandoci in Italia dobbiamo fare ancora molta strada.

Molti muri sono ancora da abbattere in un paese dove la sinistra fatica ancora a spingersi con decisione su questo terreno e gli esponenti della destra sono ancora vincolati a un pensiero medievale che costringe a scendere in piazza per rivendicare il diritto neanche al matrimonio ma ad un bacio.

I giovani d’oggi non ci stanno

Potrà apparire un dato marginale per qualcuno, ma i giovani d’oggi non ci stanno. Che siano in Cina, Europa, Iran o Nord Africa, nell’ultimo anno e mezzo o poco più sono stati parecchi i casi di manifestazioni e proteste che, spesso organizzate e divulgate via internet, hanno visto scendere in piazza, per un motivo o per l’altro i giovani al grido universale di “Adesso basta! Non ci stiamo!”, segno forse di un disagio più globalizzato di quanto si possa immaginare. Bisognerebbe forse cominciare a tenerne conto e ripensare alcune cose in loro funzione.