#UnioniCivili: un fatto storico

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Renzi ha detto che l’accordo sulle Unioni Civili è un fatto storico.

Può essere, se per storico intendiamo l’approvazione di un accordo che certo porta dei diritti che prima non c’erano ma che comunque è mozzato e tende a mantenere ancora categorie tra i cittadini (alcuni hanno più diritti di altri). E’ vero, prima non c’era nulla e ora ci sarà qualcosa, è un ulteriore mattoncino nella costruzione ancora molto scarna dei diritti nel nostro paese. Si poteva fare di più? Forse sì, forse no. Di certo storico è il ritardo con cui ci siamo mossi, e non troppo bene, sulla linea della storia in materia di diritti.

Storico è, e così sarà ricordato, il dibattito politico sul tema. Un dibattito assolutamente non all’altezza per un paese democratico nel 2016 e che ha evidenziato ancora una volta come una parte della classe politica sia semplicemente uscita fuori da un libro di Eco sul Medioevo, periodo storico a cui è rimasta probabilmente ferma e in cui alle prossime elezioni andrebbe ricacciata a calci nel sedere. Storico è anche il puerile ostruzionismo, assolutamente non contestualizzato, a cui abbiamo assistito. Roba da mettersi le mani nei capelli e chiamare la maestra.

Storica è l’occasione persa dal Movimento 5 Stelle, che poteva lasciare un segno e invece con i suoi giochetti ha permesso lo stralcio di una parte del disegno.

Storica (e agghiacciante) è pure l’esultanza del ministro dell’interno del governo che ha disegnato e portato avanti la legge sulle Unioni Civili perché è stata «impedita rivoluzione contro natura», ovviamente grazie al ricatto di quelle menti medievali di cui scrivevo prima.

Storica è anche la spiacevole sensazione di aver perso un’ occasione, o di averla afferrata solo metà ,come spesso accade da noi dove i bicchieri ci arrivano sempre a metà. Che poi li vediate mezzi pieni o mezzi vuoti dipende molto dal punto in cui ponete il vostro pensiero sulla “mappa”, ma sono da sempre elemento fondante e imprescindibile.

In definitiva Renzi ha ragione, è un fatto storico. Rimane da vedere per quale dei tanti motivi sarà ricordato come tale.

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Le figurine salveranno il mondo

Stamattina molto presto sono andato in edicola. C’erano due bambini, avranno avuto quattro o cinque anni, e c’erano anche le loro mamme. Una indossava l’hijab a coprirle i capelli, l’altra no. Ho visto che stavano disquisendo su una rivista di cucina tenuta in mano dalla donna italiana. Intanto appartati, in un angolo dell’edicola guardinghi e con fare misterioso i piccoli armeggiavano con due pliconi di figurine consumate e impataccate, come solo le figurine dopo che sono rimaste per giorni tra le telluriche mani di un quinquenne. Trappolavano, confabulavano, ridacchiavano. Siccome c’era fila, manco fossimo in coda per entrare sulla brennero, mi son affiancato ai due curioso di capire che figurine fossero (i cazzi miei mai), ma mi hanno sopreso iniziando a fissarmi con gli occhi di chi ti accusa di aver svelato un diabolico piano tenuto nascosto fino a quel momento. Il più piccolo, carnagione olivastra, capelli ricci che nessun pettine dominerà mai e occhi così neri che parevano petrolio, con gesto fulmineo si è stretto le braccia al corpo celando il mistero (e le figurine). L’altro ha ficcato in tasca il mazzetto. Poi mi hanno guardato, uno dei due mi ha detto: ma tu sei troppo grande per queste cose. Forse pensavano gliele volessi prendere, chi lo sa.

La mamma di riccioli neri ha poi urlato qualcosa, in una lingua a me ovviamente sconosciuta. Anche l’altra mamma ha esclamato: Dai su, andiamo che è tardi!

Ho provato a gettare uno sguardo ancora, l’ultimo, per cercare di intercettare il soggetto delle figurine, ma i due in un gesto frenetico si son stretti il bottino ancor di più nascondendolo e si sono avviati all’uscita prendendosi per mano e ridendo. Dietro di loro le prime pagine: parlavano di nuovi e più alti muri in Europa, migranti e profughi senza pace e senza terra, stragi razziste, sproloqui populisti, stati in fallimento, povertà ed encicliche ecologiste per salvare l’ambiente e l’anima dal disastro.

Ho sperato intimamente che quelle figurine possano aiutare a costruire un mondo migliore.

A Piedi scalzi

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Ieri sera sono rimasto in silenzio mentre guardavo la puntata Gazebo nel suo stupendo servizio da Lampedusa. Guardavo con in gola qualcosa di simile a un groppo. Ho ripensato a qualche giorno prima, all’ennesima tragedia, come viene spesso etichettata e servita dai media. Ennesima, ecco, ancora. Già il fatto che si debba far precedere “ennesima” alla parola “tragedia” dovrebbe dirci qualcosa. Indurci quanto meno all’urgenza della questione. Invece mentre arrivavano i numeri del dramma, l’ennesimo, appunto, dalla politica, che dovrebbe poi essere quella che prende decisioni nel merito sono arrivate le solite dichiarazioni (anzi, le ennesime) che non aggiungono nulla ma si limitano a riproporre una confezione già sperimentata, a seconda della parte politica, da servire alla platea. Nulla che rimanga, nulla che indichi una strada concreta, una soluzione all’orizzonte.

C’è chi era nel governo che firmò la Bossi-Fini ma ora è in un governo diverso e allora grida al dramma, chi era contrario e rimane contrario e che se potesse andrebbe a scaravoltarli lui i barconi, poi c’è chi è nel governo e continua a dire che bisogna fare qualcosa, che però insomma si gioca tutti e quindi tocca anche all’Europa, però poi tutta sta pressione sull’Europa nei fatti non la vedo. Anzi. Quello che invece è certo sta in quella terminologia con cui si affronta il tema: sbarchi, nuovi arrivi, respingimenti, recupero, inviati a.. (CARA, CIE, etc). Alle volte sembra quasi si stia parlando di pacchi postali, che arrivano e che poi sono da immagazzinare, etichettare, smistare e alla fine spedire (o rispedire) alle varie destinazioni indicate dall’apposita etichetta.

Pacchi, a volte non sembrano null’altro. Eppure ieri li guardavo, questi pacchi, scendere uno a uno dalle lance della guardia costiera. Uno a uno, piedi scalzi, vestiti fradici e null’altro. Nemmeno un sacchetto, uno spazzolino. Passavano davanti alla telecamera quei piedi, che prima di toccare il cemento del molo di Lampedusa hanno calpestato centinaia, migliaia di chilometri di Africa attraverso povertà, carestie, guerre, carcerieri, umiliazioni, e poi mare e ancora mare per giorni, per arrivare (quelli che ci arrivano, perché è un percorso ad eliminazione) qua, ed entrare in quel labirinto burocratico fatto di etichette e moduli e destinazioni e parole di circostanza e molte di più di odio calcolato e indifferenza.

I piedi, i piedi dicono tanto di una persona. Dicono dove è stata, quanta fatica ha fatto, quanto a lungo. Di queste persone che sbarcano sul molo basta mostrare (come ha fatto Gazebo) i piedi per raccontare tutto di loro, per redendere l’enormità drammatica. Non c’è bisogno della faccia, di scrutare in quegli sguardi smarriti tra sabbia e onde per cercare di scippare a favore di telecamera quell’ultimo bagliore misto di umana forza, disperazione e speranza. Perché i piedi sono tutto. Sono quelli su cui ci sorreggiamo. Sono quelli che, un passo dopo l’altro, piano o veloce che sia ci portano avanti nonostante tutto, che ci mettono a contatto con la terra, che ci fanno sentire che siamo ancora qua.

Anche Gesù dopotutto non lavava mica la faccia, se proprio vogliamo dirla tutta, ma i piedi.

Scuse. Greta e Vanessa, da vittime a colpevoli

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Colpevoli
Greta e Vanessa hanno chiesto scusa all’Italia, dice Repubblica. La stessa Italia che per mesi ha riversato sulla loro persona vagonate di insulti, critiche e bassezze. Perché sono colpevoli di essere andate in Siria, colpevoli di essersi fatte rapire, perché era meglio restare a casa, che se resti a casa mica ti succede di essere rapita. E non importa quali siano le tue convinzioni, quale sia lo spirito e il motivo che ti spingono ad andare. No, colpevole. Punto.

Un paese normale
In un paese normale i suoi politici, che anche in questo dramma hanno colto l’occasione per trasformarla in una opportunità elettorale, limiterebbero ad un minimo consono le proprie uscite sul caso. Un paese normale, un paese maturo, in una situazione del genere dovrebbe mettere da parte i rancori, il cinismo tipico da indivanados, di chi parla dal comodo del proprio divano e sputa sentenza senza spesso avere la minima cognizione della dinamica degli eventi. Un paese normale dovrebbe andare oltre, almeno per un momento, agli schieramenti ideologici. Dovrebbe fermarsi un secondo, restare in silenzio, e poi stringersi unito attorno alle due ragazze. Farsi sentire, farle sentire, ora più che mai, a casa. Dovrebbe avere il coraggio, perché ci vuole coraggio, di ammettere che c’è un limite, un confine nel pudore, che è stato più volte superato e ora non è più il caso. Ora non è il momento.

Da vittime a colpevoli
Perché non ci stiamo rendendo conto che abbiamo capovolto la realtà, e dovremmo capirlo in fretta, che quel limite superato finisce per fare il gioco dei carcerieri che, in questo capovolgimento schizofrenico e assurdo dei ruoli, finiscono per non essere più i mostri, assolti quasi non avessero compiuto il fatto, mentre le vittime, le due ragazze, sono trascinate sul banco d’accusa della pubblica piazza. Colpevoli di essere andate dove non dovevano (che fa tanto il gioco dei jihadisti). Un j’accuse che somiglia molto a quello di tante altre storie in cui le donne, che erano vittime, finivano per essere trasformate in colpevoli: colpevoli di avere la gonna troppo corta, colpevoli di essere andate in discoteca da sole, colpevoli di essere salite in auto con un amico che poi si è rivelato aguzzino, colpevoli di aver reagito al marito, compagno, fidanzato che le picchiava. E mi chiedo: se non fossero state donne sarebbe successa la stessa cosa? Ma forse siamo talmente abituati che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Questione di soldi
E invece di calmarsi, riflettere, chiedere scusa a Greta e Vanessa e ripartire , sul carico già massiccio di insulti quelli che son tutti bravi a far polemica quando in gioco non c’è la loro testa, ma che se fosse, niente riscatti per loro ma opere di bene, mettono sul piatto l’indignazione per i soldi dell’ipotetico riscatto. Quei 12 milioni di euro. Polemica che per lo più punta il dito contro l’esborso di contante dalle casse di stato, polemica che ovviamente non si può basare (perché non si conosce) sulla reale dinamica che ha portato alla liberazione delle due ragazze, polemica di panza e per supposizione dunque. E quanta “nobile” fermezza esibita nel denunciare cotanto “sperpero”. Ora piacerebbe che con la stessa fermezza e la stessa grinta, questi difensori dell’integrità delle casse di stato, si scagliassero contro corruzione ed evasione, che in Italia hanno un costo di miliardi di euro, altro che un pugno di milioni, e poi che pretendessero le scuse da chi compie questi reati.

Altrimenti tanto meglio il silenzio.

Peninsula Hotel, il progetto che racconta storie di italiani di talento

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Volete un bel progetto, davvero ben curato graficamente e non solo, che per raccontare i protagonisti le usa tutte: video, foto, testi, data journalism,suddivisi nelle seguenti categorie: Interviste, Tempo, Luoghi, Temi e Liste (di ogni protagonista)? Allora dovete andare a fare un giro su Peninsula Hotel che, come c’è scritto nell’introduzione, è «una rivista interattiva pensata per raccogliere le storie di persone che sono state capaci di reinventare il Made in Italy».

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Qua il Post vi spiega bene cosa è in un articolo dettagliato.

Ps: i primi protagonisti (ce ne saranno altri) sono quasi tutti sui trenta. Mica matusa.