Le figurine salveranno il mondo

Stamattina molto presto sono andato in edicola. C’erano due bambini, avranno avuto quattro o cinque anni, e c’erano anche le loro mamme. Una indossava l’hijab a coprirle i capelli, l’altra no. Ho visto che stavano disquisendo su una rivista di cucina tenuta in mano dalla donna italiana. Intanto appartati, in un angolo dell’edicola guardinghi e con fare misterioso i piccoli armeggiavano con due pliconi di figurine consumate e impataccate, come solo le figurine dopo che sono rimaste per giorni tra le telluriche mani di un quinquenne. Trappolavano, confabulavano, ridacchiavano. Siccome c’era fila, manco fossimo in coda per entrare sulla brennero, mi son affiancato ai due curioso di capire che figurine fossero (i cazzi miei mai), ma mi hanno sopreso iniziando a fissarmi con gli occhi di chi ti accusa di aver svelato un diabolico piano tenuto nascosto fino a quel momento. Il più piccolo, carnagione olivastra, capelli ricci che nessun pettine dominerà mai e occhi così neri che parevano petrolio, con gesto fulmineo si è stretto le braccia al corpo celando il mistero (e le figurine). L’altro ha ficcato in tasca il mazzetto. Poi mi hanno guardato, uno dei due mi ha detto: ma tu sei troppo grande per queste cose. Forse pensavano gliele volessi prendere, chi lo sa.

La mamma di riccioli neri ha poi urlato qualcosa, in una lingua a me ovviamente sconosciuta. Anche l’altra mamma ha esclamato: Dai su, andiamo che è tardi!

Ho provato a gettare uno sguardo ancora, l’ultimo, per cercare di intercettare il soggetto delle figurine, ma i due in un gesto frenetico si son stretti il bottino ancor di più nascondendolo e si sono avviati all’uscita prendendosi per mano e ridendo. Dietro di loro le prime pagine: parlavano di nuovi e più alti muri in Europa, migranti e profughi senza pace e senza terra, stragi razziste, sproloqui populisti, stati in fallimento, povertà ed encicliche ecologiste per salvare l’ambiente e l’anima dal disastro.

Ho sperato intimamente che quelle figurine possano aiutare a costruire un mondo migliore.

Testimone di pace: due domande a Nabil Bahar

A metà dello scorso ottobre, durante il percorso segnali di pace 2014, è venuto a parlare con i ragazzi delle scuole del territorio (in cui risiedo) Nabil Bahar, testimone di pace. Classe 1973, nato vicino a Betlemme, vive in Italia dal 1992 dove ha perseguito gli studi universitari e dove continua a vivere interessandosi del settore ricerca e sviluppo e trasferimento tecnologico.

Nabil, un piede tra le due sponde del Mediterraneo, si definisce un ponte e messaggero tra le due culture delle quali cerca di cogliere il meglio, rendendolo disponibile alle persone curiose ed interessate.

Parlare della situazione palestinese e più in generale di quello che succede in Medio Oriente non è facile, e per chi non vive quella realtà (come la maggior parte di noi) sulla propria pelle  ancora meno. E ancora più difficile è comprenderne le dinamiche, spesso sottili e per nulla chiare. Così nei due giorni in cui ho avuto modo di frequentarlo ho approfittato della sua disponibilità per fare lunghe chiacchierate, un po’ su tutto ma soprattutto sulla questione mediorientale. Nello specifico mi interessava molto capire meglio cosa fosse un testimone di pace e che reazione avessero i ragazzi delle nostre scuole nell’affrontare un tema come quello palestinese. Ed è su quello che ho registrato una piccola parte della nostra chiacchierata (con il suo consenso ovviamente).

Per darvi un riferimento ulteriore, vi dico che era ottobre, quindi abbastanza a ridosso dell’ennesimo scontro tra Israele e Palestina, che era poi sfociato nell’Operazione Margine di Protezione, condotto dalle forze israeliane su Gaza dall’8 luglio al 26 agosto 2014.

(PS:Prima di intavolare la discussione con i ragazzi Nabil introduce sempre con un documentario il cui titolo è ‘Frontiers of Dreams and Fears’ che è stato girato tra agosto 2000 e l’inizio del 2001, nel lasso di tempo tra il definitivo ritiro delle ultime truppe israeliane dal Libano Sud e lo scoppio della seconda intifada).

Persone illuminate

robson

Forse qualcuno di voi sa che qualche mese fa, con Emanuela, sono andato in Brasile per conoscere e provare a raccontare, con Deixa Falar (letteralmente Lascia Parlare), un progetto: l’ Espaço Cultural Vila Esperança, che è nato come sociale con l’intento di coinvolgere, rafforzare e far emergere le fasce più deboli, creando un contesto di comunità. Poi nel tempo pur mantenendo lo scopo originale ha incentrato molte delle sue energie sulla scolarizzazione e sulla integrazione. Oggi, in un Brasile profondamente mutato (almeno in superficie) quella comunità è ancora lì. Cresciuta e in costante evoluzione. Di quella esperienza, il cui racconto continuiamo a portare avanti qua nei momenti di tempo libero, ho parlato poco in questo spazio. Così ho deciso di rimerdiare.

E lo faccio partendo proprio dal racconto in viva voce di uno dei fondatori, Robson Max de Oliveira Souza, una persona estremamente illuminata, di quelle che con piccoli gesti ma enorme forza d’animo e volontà è riuscita assieme ad altri ha creare un piccolo gioiello. Tutto è partito, come associazione, ufficialmente nel 1994 (ma l’embrione è del 1989) nella città di Goiás quando io ero ancora un decenne e in Italia qualcuno scendeva in campo. Venti anni dopo sono ancora lì, a portare avanti la loro missione tra mille difficoltà ma ancor più soddisfazioni anche grazie all’aiuto di un gruppo di amici italiani. Noi nel nostro piccolo speriamo in qualche modo di essere riusciti, e di riuscire ancora dare una mano. Intanto vi segnalo che da qualche giorno, in concomitanza con l’inizio del nuovo anno scolastico è nata la loro fanpage, quindi se volete andare a curiosare la potete trovare qua.

Detto questo vi lascio alla chiacchierata che abbiamo fatto con Robson, in una sera piovosa dentro la sua cucina, durante la nostra visita di settembre.

 

r-Nord TV: la TV di condominio tra web, integrazione e riqualificazione a Modena

Il territorio, la storia da cui nasce r-Nord TV:

A Modena c’è una Televisione di condominio. Si chiama r-Nord TV e prende il nome dal condominio R-Nord (conosciuto dai Modenesi come palazzo droga). La nomea deriva dalla situazione di degrado in cui la zona tra Via Attiraglio e Via Canaletto era caduta negli anni, finendo per trasformare il palazzo r-Nord (e l’area adiacente) in una prolifica zona di spaccio.

Forse non molti lo sanno, ma negli ultimi anni si è cercato di venire incontro alla necessità di riqualifica della zona in questione ma non solo. Tante altre zone della città sono state interessate positivamente da progetti di riqualifica. Un tempo, come spiega poi nel video Antonino Marino, assessore alle Politiche per la Sicurezza del Comune di Modena, la zona dove si trova r-Nord fu polo di integrazione tra immigrazione meridionale e cittadini modenesi e ora, come si augura e mi auguro anche io, si spera possa diventare polo d’integrazione tra cittadini e immigrati da altri paesi. Anche questo è snodo fondamentale per tessere i fili di un nuovo tessuto urbano compatibile con il futuro.

Cosa è r-Nord TV:

E’ in questo contesto dunque che si inserisce il lavoro di r-Nord TV, che viene trasmessa nei condominii della zona ma i cui video sono fruibili grazie ad intenert a tutti i cittadini modenesi e non solo. Ancora una volta la rete può e diventa mezzo di aggregazione, conoscenza, condivisione tra la diverse realtà, in questo caso di un territorio locale, ma comunque permettendo, anzi favorendo la partecipazione dell’esperienza al resto dell’immensa platea web.

r-nord TV è una televisione di condominio rivolta ai condomini degli omonimi stabili di Via Attiraglio e Via Canaletto (Modena) ma non solo, offre infatti video e contenuti esclusivi per tutta la città su importanti tematiche quali l’integrazione, la convivenza, il rispetto delle regole e la sicurezza urbana. E’ un progetto del Comune di Modena con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. r-nord tv da voce alla città che cambia. 

Qui un video che spiega anche su che canale trovare r-Nord col decoder

r-Nord TV, web e percorsi futuri:

E non è un caso se il sito trova (oltre nell’apposito canale youtube) base sulla piattaforma di Tumblr che negli ultimi tempi si è dimostrata ottima nella veicolazione virale di contenuti, segno di una buona attenzione da parte del Comune verso le nuove possibilità offerte dai Social Media.

Ma una comunicazione, come in questo caso, che cerca terreni alternativi al solito sito istituzionale preferendo un ambiente più informale dove è più facile, più umana e orrizontale l’interazione con l’utente/cittadino va premiata e anzi incentivata e sostenuta soprattutto se intendiamo andare verso modelli come smart city, città sostenibili.

Ma io aggiungerei anche il termine di città condivisibili o della condivisione, un sistema in cui l’esperienza urbana possa essere condivisa in maniera eguale e in cui la possibilità di apportare (o accedere e integrare) attivamente un contributo non sia più solo prerogativa di soggetti preposti, ma facoltà incentivata e facilitata di tutti gli attori del tessuto urbano, che dopo tutto sono più che mai una community.

Certo, di margini di miglioramento ce ne sono ancora tanti, e le possibilità da esplorare non sono da meno. E questi progetti avranno un senso, anche sul lungo periodo se in primo luogo si lavorerà seriamente sulla partecipazione collettiva, altrimenti rimarranno solamente “specchietti propagandistici” costati soldi che non avranno portato a niente.

Open-Data, costi e sviluppi del progetto r-Nord TV:

In ultimo, e per dovere di cronaca, siccome parliamo di condivisione e dialogo con i cittadini non si poteva non andare a parare sul tema Open-data. Così sono andato a sbirciare sul sito del comune di Modena e ho scoperto due interrogazioni, una da Barberini, Lega Nord (130572/2011), l’altra da Giulia Morini e Giulio Guerzoni, PD (115534/2011) che di fatto chiedono giustamente specifiche relative ai costi, durata, percorsi futuri del progetto r-Nord TV. Al momento sono segnate come interrogazione in trattazione, ma magari le risposte sono sfuggite a me nella giungla di documentazione (appunto: rendete più fruibile e facile la sezione), ma mi riprometto in futuro di passarci ancora per reperire quei dati per poi proporveli sul blog.


150 persone, come noi

Qualcuno di voi forse aveva già sentito parlare della storia dei 150 somali rifugiati politici e richiedenti asilo che vivono in condizioni estremamente precarie praticamente nel centro di Roma. 150 individui regolari praticamente costretti in un ghetto, praticamente invisibili come sempre accade in questi casi. Qualche giorno fa avevo visto un servizio su rai news che spiegava la loro situazione, eccolo:

Qui invece l’articolo apparso anche sull’Unità di Shukri Said (Segretaria e Portavoce dell’Associazione Migrare).

Vivo con una nuvola sul capo per il senso di impotenza di fronte a 150 ragazzi abbandonati nel gelo di questa metà dicembre mentre l’Europa paga all’Italia fondi per loro che non si sa dove vanno a finire.