Adagiarsi sul razzismo è troppo facile

Secondo me stiamo andando alla deriva. Siamo in piena confusione e pronti ad esplodere accoccolati nella morbida e troppo comoda coperta di un disagio che a ben guardare si scopre molto più immaginario di quanto vogliamo ammettere, semplicemente perché è una fin troppo facile via di fuga. Non richiede impegno, non richiede quel minimo sforzo che serve nel fare i distinguo, nel valutare situazione per situazione, che invece sarebbero necessari per comprendere la realtà (quella vera) e le sue mille peculiarità. Ci adagiamo così in quella troppo italica abitudine di fare di tutta l’erba un fascio, e pazienza se dentro ci finisce di tutto, anche quel che non ci azzecca. Impalati come pecoroni con la bocca spalacata e la bava che scende, ascoltando il vate di turno sbraitare dal suo pulpito.

Così il ragazzo nero è a prescindere un invasore (non sorge mai il dubbio che magari sia più italiano di tanti italiani, nato di seconda o terza generazione), e se possiede un iphone diventa solo uno che finge, che si nasconde dietro il dramma, che sfrutta le pecche del sistema, ma che in fin dei conti sta meglio di “NOI”. E la sua parlata diventa “una lingua rumorosa e gutturale, che non ci appartiene, che lo distingue, lo confina all’appartenenza di un mondo lontano quasi arcaico, pericoloso, che non dovrebbe in alcun modo tangere con il nostro (ovviamente senza prendere minimamente in considerazione che nella maggior parte dei casi siamo quantomeno compartecipanti della creazione di quel “mondo pericoloso”).

Stanno letteralmente prendendo a martellate la bussola che dovrebbe puntare alla realtà e pazienza se ormai non ci accorgiamo più che la freccia che dovrebbe puntare a nord ora punti a sud.

E’ una china pericolosa in cui è sconsigliabile scivolare ma in cui, a quanto pare, ci stanno piano piano spingendo.

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A Piedi scalzi

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Ieri sera sono rimasto in silenzio mentre guardavo la puntata Gazebo nel suo stupendo servizio da Lampedusa. Guardavo con in gola qualcosa di simile a un groppo. Ho ripensato a qualche giorno prima, all’ennesima tragedia, come viene spesso etichettata e servita dai media. Ennesima, ecco, ancora. Già il fatto che si debba far precedere “ennesima” alla parola “tragedia” dovrebbe dirci qualcosa. Indurci quanto meno all’urgenza della questione. Invece mentre arrivavano i numeri del dramma, l’ennesimo, appunto, dalla politica, che dovrebbe poi essere quella che prende decisioni nel merito sono arrivate le solite dichiarazioni (anzi, le ennesime) che non aggiungono nulla ma si limitano a riproporre una confezione già sperimentata, a seconda della parte politica, da servire alla platea. Nulla che rimanga, nulla che indichi una strada concreta, una soluzione all’orizzonte.

C’è chi era nel governo che firmò la Bossi-Fini ma ora è in un governo diverso e allora grida al dramma, chi era contrario e rimane contrario e che se potesse andrebbe a scaravoltarli lui i barconi, poi c’è chi è nel governo e continua a dire che bisogna fare qualcosa, che però insomma si gioca tutti e quindi tocca anche all’Europa, però poi tutta sta pressione sull’Europa nei fatti non la vedo. Anzi. Quello che invece è certo sta in quella terminologia con cui si affronta il tema: sbarchi, nuovi arrivi, respingimenti, recupero, inviati a.. (CARA, CIE, etc). Alle volte sembra quasi si stia parlando di pacchi postali, che arrivano e che poi sono da immagazzinare, etichettare, smistare e alla fine spedire (o rispedire) alle varie destinazioni indicate dall’apposita etichetta.

Pacchi, a volte non sembrano null’altro. Eppure ieri li guardavo, questi pacchi, scendere uno a uno dalle lance della guardia costiera. Uno a uno, piedi scalzi, vestiti fradici e null’altro. Nemmeno un sacchetto, uno spazzolino. Passavano davanti alla telecamera quei piedi, che prima di toccare il cemento del molo di Lampedusa hanno calpestato centinaia, migliaia di chilometri di Africa attraverso povertà, carestie, guerre, carcerieri, umiliazioni, e poi mare e ancora mare per giorni, per arrivare (quelli che ci arrivano, perché è un percorso ad eliminazione) qua, ed entrare in quel labirinto burocratico fatto di etichette e moduli e destinazioni e parole di circostanza e molte di più di odio calcolato e indifferenza.

I piedi, i piedi dicono tanto di una persona. Dicono dove è stata, quanta fatica ha fatto, quanto a lungo. Di queste persone che sbarcano sul molo basta mostrare (come ha fatto Gazebo) i piedi per raccontare tutto di loro, per redendere l’enormità drammatica. Non c’è bisogno della faccia, di scrutare in quegli sguardi smarriti tra sabbia e onde per cercare di scippare a favore di telecamera quell’ultimo bagliore misto di umana forza, disperazione e speranza. Perché i piedi sono tutto. Sono quelli su cui ci sorreggiamo. Sono quelli che, un passo dopo l’altro, piano o veloce che sia ci portano avanti nonostante tutto, che ci mettono a contatto con la terra, che ci fanno sentire che siamo ancora qua.

Anche Gesù dopotutto non lavava mica la faccia, se proprio vogliamo dirla tutta, ma i piedi.

Un #2013 di conferme

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In questo periodo siamo sommersi dal classico post “cose che ho imparato/scoperto quest’anno”. Sempre molto carini e simpatici. Beati loro. Io quest’anno vorrei andare contro corrente. Io non ho imparato/scoperto un cazzo, Ho avuto però alcune conferme.

Ho avuto la conferma, l’ennesima, che siamo un paese basato sulle belle parole e le buone intenzioni. Ma siamo ancora fermi sulla spiaggia del dire a cercar di capire come attraversare il mare per approdare al fare.

Ho avuto la conferma che senza un profondo sradicamento di una certa bassa cultura non riusciremo a superare, senza fare ulteriori danni ai diritti, il muro delle discriminazioni sociali, razziali e di genere. Ci incazziamo per un rigore non dato e non ci indignamo (o lo facciamo troppo poco) quando viene calpestata la dignità di un’altra persona

Ho avuto la conferma che sul web conta ancora di più un gattino che una storia, una notizia. Leggere costa impegno, e alla fine non sempre si ride.

Ho avuto la conferma di un paese talmente concentrato ad analizzare beghe interne, talvolta pure irrelevanti, da farsi sfuggire quanto accade nel mondo, anche quando quel che accade dovrebbe o potrebbe vederci protagonisti.

Ho avuto la conferma di un un popolo ancora troppo concentrato a guardarsi allo specchio da non accorgersi di quelli che a pochi metri dietro l’angolo piangono un pezzo di pane che non avranno.

Ho avuto la conferma che conta di più dire “ci sarà la ripresa”, piuttosto che lavorare di concerto nelle sedi opportune per ottenerla. Un paese fondato sul verbo della speranza che, si sa, almeno lei è l’ultima a morire. Per tutti gli altri dipende dai debiti.

Ho avuto la conferma di un paese infetto nel profondo delle sua terra, talmente tanto da darle fuoco come si faceva ai tempi delle pestilenze che difficilmente lasciavano scampo,e l’unica era affidarsi alle preghiere per ottenere il miracolo.

Ho avuto però anche la conferma che c’è ancora una parte del paese che si batte con estremo coraggio perché tutte queste non siano più conferme, ma vengano ricacciate in un passato quantomeno prossimo.

E se pensate che questo sia poco allora non vi rimanere davvero che pregare nel 2014 che verrà.

(fonte foto)

Questioni di legge e di cittadinanza

cittadinanzaUno studente quasi nascosto in fondo all’aula della conferenza dopo un po’ di titubanza fa una bella domanda: ma la legge (italiana) è fatta per aiutare o per mettere in difficoltà?

Siamo alle ultime battute della mattinata, presso il Centro di Formazione Professionale – CFP – “Città dei Ragazzi”, dove ha avuto luogo la presentazione del Corriere Immigrazione(dunque colgo anche l’occasione per segnalarvelo).

Qualche giornalista, e una platea per lo più di giovani studenti del CFP, in maggioranza di origine straniera. Quale luogo migliore dunque?

Sono partito da quella domanda, perché per banale che possa sembrare, a guardare bene le leggi nel nostro paese, un quesito come questo non è affatto scontato, anzi è fondamentale. Ancor più se a porlo è uno studente di origine straniera che vive e studia in Italia.

A volte alcune cose si danno per ovvie, non per cattiveria, ma succede. Nelle ore immediatamente successive alle elezioni, mentre con gli altri ragazzi di intervistato.com seguivamo in diretta l’evolversi della situazione, avevo chiesto a Maria Petrescu (il nostro volto ufficiale, in video e non) per chi avesse votato. Una domanda nella mia testa normalissima, ma che come risposta aveva ricevuto, anche se bonariamente, un qualcosa di simile a: Matté ma sei scemo?

Già, perché Maria, che parla e scrive italiano (oltre a una indefinita quantità di lingue) meglio di me e di molti professori titolati, pur essendo in Italia da anni e anni, non ha potuto votare. Non ha la cittadinanza. Eppure, per me che la conosco da quasi otto anni oramai, Maria è Italianissima. Cose che succedono ma che inevitabilmente finiscono per metterti davanti a certi meccanismi  burocraticamente macchiavellici e ingiusti.

Tornando alla mattinata passata al CFP, un altro ragazzo pone la seguente domanda: “perché io, che sono Pakistano e in Italia da 10 anni non ho ancora la cittadinanza mentre un mio amico, che però ha madre Italiana, la cittadinanza l’ha avuta dopo soli 8 anni? Non è giusto!”

Già, perché? A rispondere, come nel primo caso, è Stefania Ragusa, direttore responsabile di Corriere Immigrazione: “è normale, perché la cittadinanza dell’altro ragazzo si poggia sullo ius sanguinis. Normale perché nella norma ma non per questo giusto.”

Il sito del Ministero dell’Interno riporta:

La legge 91 del 1992 indica il principio dello ius sanguinis come unico mezzo di acquisto della cittadinanza a seguito della nascita, mentre l’acquisto automatico della cittadinanza iure soli continua a rimanere limitato ai figli di ignoti, di apolidi, o ai figli che non seguono la cittadinanza dei genitori.

In Italia il dibattito sul tema è sempre sotto la brace, ogni tanto si riaccende. Un anno fa la campagna “l’Italia sono anch’io” che raccolse 100.000 firme per una legge di iniziativa popolare. Poi la cosa si arenò, Riccardi disse che spettava al parlamento esprimersi, e siamo arrivati ad oggi dove il tema è riemerso durante l’ultima campagna elettorale. Il PD lo ha inserito negli 8 punti e ha portato in parlamento un disegno di legge sull’acquisizione di cittadinanza a firma Bersani, Speranza, Chaouki e Kyenge (presente anche all’evento di cui state leggendo). 

Razzismo istituzionale, questo il termine uscito durante la presentazione. Un termine forte, è vero, ma non sbagliato. Ne sono la prova le tre storie raccontate nel documentario “La legge (non) è uguale per tutti” proiettato in questa occasione. Da Kindi,  a cui dopo essere arrivata quasi alla fine del percorso di studi viene negato l’accesso alla specializzazione, passando per la storia di Said e Vanessa, accaduta proprio a Modena, dove lui viene portato al CIE di Bologna pochi minuti prima di pronunciare il fatidico SI davanti alla sua futura sposa, arrivando alla vicenda di due fratelli, Andrea e Senad nati e cresciuti in Italia ma (vai a capire le cose della burocrazia) ritenuti apolidi e quindi rinchiusi nel CIE di Modena. Ve lo proponiamo qui sotto:

La speranza è che il nuovo parlamento appena eletto, che vede anche figure come quella di Laura Boldrini nella veste di presidente della Camera dei deputati, trovi nuovo slancio per legiferare velocemente in materia mettendo fine a quello che, come ho imparato oggi, possiamo benissimo chiamare Razzismo Istituzionale, o Razzismo di Stato.

(articolo pubblicato su intervistato.com il 02/04/2013)

L’Italia dei diritti Respinti


Respinti, come i loro diritti. Si riassume così la politica estera in fatto di migranti dei Governi Berlusconi. Come bestie, li abbiamo trattati. E dire che era stato detto. Le misure in materia di immigrazione messe in piedi dal governo Berlusconi erano illegali e ancor più immorali, a partire dalla Bossi-Fini. Ma non ci voleva un esperto per capirlo. Una società matura avrebbe dovuto protestare con tutta la voce a disposizione, anzi, avrebbe dovuto Respingere. Avrebbe dovuto, appunto. Nella sanzione della Corte Europea vengono chiamati in causa i respingimenti, nello specifico il caso del 6 maggio 2009 quando 200 migranti vennero fermati in acque internazionali e riaccompagnati vero le coste libiche. Di questi 200 solo 24 sono stati rintracciati, di cui 22 idonei all’assistenza da parte del Cir (consiglio italiano per i rifugiati), avendo quindi la possibilità di avviare una azione legale che oggi porta alla sentenza e all’imposizione del risarcimento. Questo vuole dire che, probabilmente, ci sono stati 176 migranti non altrettanto fortunati. Oggi con questa decisione di fatto la Corte Europea segna sulla fedina penale Italiana un reato gravissimo, la violazione dell’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’uomo a cui si conforma anche l’Unione Europea, e che cita:

Articolo 3 – Divieto di tortura

Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamento inumani o degradanti.

Poi ci sarebbe anche il discorso dei Cpt (o Cie). Insomma, quelle strutture in cui i clandestini venivano costretti a detenzione per un reato, quello di clandestinità, che è stato solo il frutto della follia xenofoba della classe politica di centrodestra. In un paese sensato dovrebbero essere presi coloro che hanno messo in piedi queste norme e portati davanti ad una giustizia che ne valuti le eventuali violazioni conto i diritti umani. Perché di questo si tratta.

Oggi non è comunque solo una sconfitta per l’italia, ma una vittoria per i diritti, che anche se con lungaggini e trafile burocratiche, vengono riconosciuti. E un paese come il nostro, dove i temi dell’integrazione, dei diritti e delle libertà, anche personali (e sessuali), sono ancora fonte di asprissimo dibattito dovrebbe trarre spinta per imboccare una strada che guardi con coraggio al futuro.

L’immagine è presa da questo post, di cui vi consiglio anche la lettura. E’ datato 31 gennaio 2011, e parla proprio di questo, di come già dal 27 gennaio 2011 l’Italia fosse stata messa sotto accusa dalla corte europea, proprio per le sue leggi in materia di immigrazione.

Per approfondire i temi in materia di diritti di cittadinanza vi consiglio invece la lettura di questo sito: Progetto Melting Pot Europa