Del PD in Emilia Romagna, di @eccoci2015 e dell’evoluzione

Qualcosa si era rotto nel Partito Democratico della mia regione, l’Emilia Romagna. Inutilite trovare alibi o scuse. Il crollo dell’affluenza (sia alle primarie che alle regionali), la fermezza con cui gli elettori, io tra loro, si erano smarcati dall’urna (in una maniera così evidente che chiunque, dotato di buon senso, all’indomani si sarebbe aspettato un terremoto), erano un segnale più che mai chiaro che urlava a gran voce un’urgenza. Una riflessione profonda che portasse a rimescolare le carte, che adeguasse con i tempi e con chi quei tempi li vive, perché ci è nato e ci sta crescendo dentro, ci si è formato. Non è questione di “largo ai giovani”. Non è questione di rottamazione. Non chiamatela così, perché non c’entra nulla e andreste fuori strada. Chiamatela evoluzione, che è ben diverso, perché mantiene un patrimonio”genetico” ma lo evolve adeguandolo al cambiamento dell’ambiente circostante. E’ un processo naturale che ad un certo punto si rende necessario, volenti o nolenti, per qualunque organismo biologico e non. Un processo che è fondamentale per garantirne la sua sopravvivenza in un ambiente che muta e necessita di nuove abilità, nuove visioni, nuove modalità con cui integrarsi, interagire e muoversi in esso.

Ecco, allora io credo che in fondo il senso di Eccoci, del loro appello, dei suoi firmatari, della sua proposta, sia proprio questo: evoluzione, ma tenendo ben presente quel patrimonio genetico, per ritrovare una posizione e una strada in un mondo che cambia sempre più velocemente giorno dopo giorno. Il tutto senza troppi drammi, che non sono mai serviti a nulla, ma con una buona dose di maniche rimboccate e voglia di fare. Questa almeno è la mia speranza.

eccoci

“Noi vogliamo costruire il Pd, perché siamo nati e cresciuti dentro il Pd.
Proprio perché ne siamo parte vogliamo una discussione vera durante il congresso. Proprio perché ne siamo linfa abbiamo superato l’8 dicembre 2013 le differenze tra renziani e cuperliani. Proprio perché conosciamo la nostra comunità sappiamo che può essere molto meglio di così.
La nostra è una nuova generazione che è già in campo con responsabilità e impegno nel partito, nei giovani democratici, nelle amministrazioni e nelle forze sociali della nostra regione. Pensiamo che sia il momento di promuovere un vero e proprio “patto generazionale”, una piattaforma politica che ponga nuovi spunti e priorità programmatiche per una profonda riforma del partito.
Pensiamo a un partito che faccia elaborazione politica con uno sguardo lungo, in grado di vivere nell’epoca della velocità, sapendo che in Emilia-Romagna non possiamo essere solo governo e amministrazione. Pensiamo a un partito che sappia rimotivare una militanza ormai stanca e delusa, ed attrarne una nuova. Pensiamo ad un partito che sia stimolo e sostegno per un governo regionale, che ha la responsabilità di rinnovare il “modello emiliano” da sempre sinonimo di buona amministrazione.” (qua il testo integrale)

E allora ben venga tutto questo!

Annunci

Serrare i ranghi nel PD

Parecchio tempo fa scrissi due cose; nella prima mi auguravo un PD più partito e meno democratico, mentre nella seconda mi chiedevo perché chi non la pensava come la maggioranza del partito doveva rimanerci dentro. Il mondo è così meravigliosamente pieno di sorprese e di partiti, prendi la porta e vai. No? In quell’occasione credo di essermi riferito alla Binetti, ma non sono sicuro e gli esempi comunque non mancherebbero (se poi apri il cassetto dell’esperienza dell’Ulivo ciao proprio). In alcune discussioni mi vennero affibbiati epiteti che per fortuna non potevano essere seguiti da 1!!1!! e cose simili. Il m5s aveva ancora da venire.

Ovviamente avevo calcato, giocando su quelle parole. Ma quella mia uscita era spinta in superficie da una irritazione di fondo: l’incapacità del partito che votavo di presentare e poi seguire realmente (al governo o in una situazione oppositiva) quei punti programmatici, e quei valori, presentati ai suoi elettori, da una parte, e dall’altra l’incorenza opportunista di alcuni suoi figuranti che per comodità o vera e propria voglia di rompere le uova nel paniere continuavano a militare in una forza politica in cui per nove punti su dieci non si rispecchiavano. Sfruttando lo scudo del politically correct rappresentato dal “Democratico” che seguiva il “Partito” si è finito per accatastare una miriade di componenti (mirabilmente sfruttate come armi da questo o quel capo corrente per rafforzare o imporre la sua “linea”) in contrasto tra loro, ma soprattutto con valori e punti dei programmi. E che hanno contribuito più a nuocere che a creare una casa realmente democratica dove, alla fine, erano talmente tante le voci intestine a creare rumore di fondo da non aver più orecchie per ascoltare quelle dell’elettorato. Oggi la penso ancora così. Nonostante non sia stato Renzi il mio candidato, e nonostante continui ad essere molto critico (qualcuno lo deve pur fare, si può mica esser tutti renziani) pur lasciando il beneficio del dubbio, penso che sia necessario rinsaldare i ranghi e tirare dritto. Il 4 dicembre avevo scritto “Un punto che secondo me dovrebbe essere programmatico e da risolvere con urgenza. Il 9 dicembre chiunque vincerà, piaccia o meno, dovrà avere il sostegno di tutti, partito, circoli, base ed elettori. Altrimenti stiamo semplicemente qua a cantarcela tra di noi”. Questo non vuole dire che sia sfavorevole ad una discussione tra le componenti del partito, anche accesa (purché questa discussione lasci una fessura all’elettore per dire la sua), ma questa deve essere costruttiva, anche fortemente in opposizione con la segreteria ma pur sempre concreta sui temi e sui punti che la maggioranza del partito, che comprende gli elettori, ha deciso di sostenere. Dal suo canto chi guida deve avere il coraggio di essere permeabile a critiche e diverse visioni dei vari punti, senza erigere muri, anche se non espliciti. Ma i capricci, gli interessi, i giochetti vari, quelli vanno lasciati al tempo che è stato (ed è stato anche troppo). Alla fine non siamo dentro a Game of Thrones. Se poi uno proprio vede che 9 punti su 10 non lo rappresentano, beh… come dicevo, è pieno di partiti là fuori.

Concretizzare

primarie_matteo_renzi_vince_primarie_03

Continuo a pensare che Renzi non cozzi molto bene con la mia idea di sinistra. Non incontra il mio pensiero politico, non l’ho votato a queste primarie e non l’ho votato a quelle precedenti. Questo però non toglie che da oggi a stragrande maggioranza sia il segretario del PD. Idealmente starò fare le pulci sull’operato, ma senza inutile disfattismo. Stamattina ho sentito dire a qualcuno qua al paesino che se fino ad ora abbiam fatto 30, adesso facciam 31. Insomma, in casa centrosinistra le abbiam provate tutte, proviamo anche questa che magari funziona. Va bene, così hanno scelto gli elettori. Ma per quanto riguarda il termine sinistra aspettiamo a vedere se possiamo leggerci dentro qualcosa che vagamente la ricordi. Qualcosa che per onor di cronaca si era già smarrita, ben prima dell’avvento di Renzi sul panorama politico, e che secondo me andrebbe anzi ritrovata nella messa in pratica dei contenuti fino ad oggi sempre solo palesati a voce nelle varie campagne elettorali. Questa è una tra le tante sfide. Detto questo, come scrivevo l’altro giornoIl 9 dicembre chiunque vincerà, piaccia o meno, dovrà avere il sostegno di tutti, partito, circoli, base ed elettori. Altrimenti stiamo semplicemente qua a cantarcela tra di noi” e facciamo un favore agli altri.
Ha vinto Renzi, piaccia o meno. Se riuscirà (o meglio, se vorrà) ad ascoltare anche le componenti a lui più distanti e se quelle componenti saranno in grado di essere propositive e non solo (anche giustamente) critiche, o peggio disfattiste, allora forse si può vedere di portare avanti il PD e magari finalmente concretizzarlo.

(fonte foto: SkyTg24)

Sostegno

primarie-pd-renzi-cuperlo-civati_980x571

Ieri mi sono arrivati due messaggi, a tema primarie, da due diverse persone che conosco. Nel primo si cercava di convincermi a votare per uno, nel secondo si cercava di portare acqua al mulino di quello. Non ho avuto cattiveria di rispondere che avrei votato per quell’altro. Era davvero tanta la passione che avevano riposto nelle loro “missive digitali” che ho risposto con un: sono indeciso ancora. La speranza si sa… . Ad ogni modo, pensavo a tutto il dibattitto, tutta la verve con cui i sostenitori dei tre candidati alla segreteria PD portano avanti la loro missione di conversione. Online ed offline. C’è passione. Allora mi chiedo, nelle precedenti tornate elettorali, quelle per intenderci, dove si decideva il premier del paese, dove erano? Perché non è stata messa sul piatto la stessa energia per convincere gli indecisi, perché la stessa passione non è stata veicolata nel convincere l’elettorato traballante di centrosinistra, che da quel che mi risulta è lo stesso da quando avevo venti anni, a recarsi alle urne?

Ad esempio, a ogni primaria è successo lo stesso. Ci si gasa attorno al proprio pupillo, si cerca di spingerlo fino allo scrano più alto del partito e poi, e poi se non va si molla la presa. Si tende ad abbandonare un pochino il supporto al partito (che non vuole dire non poterlo criticare incondizionatamente) proprio nel momento decisivo. E’ forse una condizione genetica del PD delle correnti, uno dei suoi talloni d’achille. Un punto che secondo me dovrebbe essere programmatico e da risolvere con urgenza. Il 9 dicembre chiunque vincerà, piaccia o meno, dovrà avere il sostegno di tutti, partito, circoli, base ed elettori. Altrimenti stiamo semplicemente qua a cantarcela tra di noi.

Separati in casa PD

Chi è figlio di genitori separati o divorziati lo sa, non è mai semplice. La confusione e la tensione a cui si è costantemente sottoposti nella fase che precede la divisione in taluni casi, soprattutto sui figli più piccoli, spesso rischia di lasciare il segno.

Comincia con piccole tensioni, disaccordi appena percepibili. Continua con scontri futili ma più violenti sulle decisioni, non sempre fondamentali. Va avanti fino a che uno dei due non cede e sbuffando accetta l’altrui volere. Salvo poi, magari sotto una spinta d’orgoglio, rimangiarsi tutto e tornare sulla sua decisione alzando nuovamente la barricata.

Prendiamo le vacanze estive: qualche mese prima dell’estate comincia il dibattito. Mare, montagna, mare, montagna, poi un compromesso: la campagna. La tensione cala, fino al momento in cui uno dei due non torna sulle posizioni. Procede così fino all’estate quando ormai è troppo tardi e i posti, che sia al mare o in montagna e finanche in campagna, sono tutti esauriti. Finisce che si resta tutti in città, tutti nella stessa casa a guardarsi in cagnesco pieni di risentimento. Chi ci rimette? Beh chiedetelo alla prole costretta alla canicola estiva della città.

Dal litigio, dal conflitto anche aspro, si arriva ad un passaggio cruciale. E’ quello in cui i due genitori vivono entrambi nella stessa casa ma non sono in casa, con la testa. Persa ormai altrove, in pensieri propri e totalmente svincolati dalle logiche famigliari. Separati in casa. Non perseguono più quegli obiettivi necessari a traghettare la famiglia fuori dalla crisi, ma impostano una loro linea, personale.

E’ il momento in cui il figlio non capisce più una mazza. Non sa se può contare ancora sull’integrità della famiglia, non sa se avrà ancora una famiglia, non sa nemmeno a chi dei contendenti guardare. Chi ha ragione? Chi torto? Nell’interesse di chi? Alla fine il figlio finisce spesso per chiudersi in se stesso allontanando le voci dell’uno e dell’altro.

Ecco, in queste ultime settimane da elettore del PD mi sono sentito nel ruolo del figlio, strapazzato, confuso nell’assistere al continuo e sempre più acre litigio interno al partito. Un partito che non riesce a mettersi d’accordo tra mare e montagna, un partito ormai separato in casa e che corre il rischio di trovarsi con tutti i posti esauriti. E la tentazione di allontanare le voci dell’uno e dell’altro è forte.

Dopo restano solo due strade percorribili: o un estremo sforzo nella ricerca di una riappacificazione, cosa non facile e che richiede una volontà comune enorme nel cercare di salvare il salvabile, o il divorzio. Il liberi tutti. Ma a quel punto è difficile prevedere se e dove le simpatie del figli andranno.

A questo c’è da aggiungere il collasso della linea di Bersani, che ci ha provato. Forse troppo e troppo a lungo. Ma dopo la prima votazione per il Quirinale, con il PD spaccato più che mai, la bocciatura di Franco Marini dopo il primo scrutinio è de facto anche una bocciatura del segretario del Partito Democratico ormai contestato nella sua scelta anche da una parte della base.

I giorni successivi all’elezione del Presidente della Repubblica ci diranno di più. Ma la crisi all’interno del PD pare non lasciare molto spazio alla prima ipotesi e forse, arrivati ad un certo punto è inutile continuare la battaglia contro i mulini a vento.

(questo post è stato pubblicato il 18/04/2013 su intervistato.com)