Quel che porto a casa da Perugia #ijf12

Finalmente riposato e con qualche ora di sonno in più alle spalle butto giù qualche riga veloce sull’esperienza fatta al Festival internazionale del giornalismo di Perugia.

Siamo partiti martedì io, Maria Petrescu e Jacopo Paoletti (il team di Intervistato.com al completo) ognuno dalla sua zona di provenienza, rendezvous a Perugia. Giusto il tempo di posare i bagagli e alle 20 eravamo già seduti attorno ad un tavolo con il resto dello staff social media, un manipolo di uomini e donne coraggiosi reclutati da Arianna Ciccone e che per lo più non si erano mai incrociati nella vita reale.

Una squadra di varia umanità talmente assortita e diversificata che a guardarla probabilmente nessuno ci avrebbe scommesso, tranne Arianna. E infatti ha avuto ragione. Una squadra che si trovava ad agire di concerto per la prima volta e che a conti fatti ha spaccato il culo ai passeri.

Esperienza umana e relezioni: questa è la prima cosa che mi riporto a casa. Le relazioni, le amicizie, le confidenze, il rapporto diretto con le persone che ho incontrato e con cui mi è capitato di collaborare. Non le cito per citarle tutte, altrimenti finirei per dimenticarne qualcuna anche se non volontariamente.

Esperienza formativa: perché non si nasce imparati e nella vita ogni step che ti si presenta davanti deve essere sfruttato al meglio e affrontato con umiltà, per apprendere e consolidare la propria esperienza. E nella settimana Perugina del giornalismo di cose ne ho imparate un sacco. Dal lavorare in un macro team di sconosciuti alla pressione dei tempi stretti.

Quando siamo partiti per il festival noi di Intervistato avevamo un dubbio: saremmo riusciti a gestirci come squadra in una situazione di pressione e con i tempi stretti inseriti in un contesto che prevedeva la coordinazione con altri soggetti? Dopo tutto era la prima volta che affrontavamo una cosa del genere, fino a quel momento tutto era sempre successo via web, ognuno da casa sua con i tempi e i modi del caso. Ammetto che all’inizio del secondo giorno almeno il sottoscritto era dubbioso, ma alla fine rimboccate le maniche sono stati i risultati a parlare.

Secondo la questura: come in tutti i grandi eventi la polemica da bar è dietro l’angolo e la annoto più come fenomeno pop retorico che per altro. I numeri vanno da un massimo di 50.000 presenze secondo Repubblica ad un minimo di pochi sfigati secondo il cazzone della porta accanto. Magari la via sta nel mezzo, come in tutto. Il punto sta sempre nell’equilibrio tra quantità e qualità e a #ijf12 direi che l’obiettivo è stato centrato. Qualcuno ha polemizzato (seduto comodamente a casa sua davanti al pc) sulla retorica autoreferenziale degli interventi e nel complesso della manifestazione. Peccato, perché al di la degli interventi e delle figure pubbliche che sono intervenute (ognuna responsabile di ciò che ha detto nei panel) dietro all’evento c’era lo sforzo di decine di giovani che dalle 9 di mattina ad oltre le 9 di sera si impegnavano affinché anche polemisti di turno potessero fruire il materiale su cui poter polemizzare. Ecco, se lor signori tra una polemica e l’altra avessero sprecato almeno una parola di elogio in tal senso ne sarebbero usciti meglio.

Giocare non è mai male: molti, io compreso, grazie a #ijf12 hanno potuto “giocare con il giornalismo”, e lo dico nell’accezione più positiva del termine giocare. Giocare è il miglior modo per apprendere, capire. In questo senso giocare con il giornalismo aiuta a capirne lo sforzo, il sacrificio, il lavoro che c’è dietro, il suo valore sociale e civile e di conseguenza ne innesca quel rispetto che troppo spesso viene a mancare.

Dovevano essere poche righe, sono qualcosina di più ma ne farete una ragione. E’ una sintesi nemmeno troppo approfondita di questa settimana. Una sintesi in cui mancano le cene a tarda ora, le birrate a notte ancora più tarda, il sonno, i sorrisi, i momenti no e quelli si che sono poi le sfumature di un quadro tanto elaborato quanto prezioso a disposizione di un pubblico che, mi auguro, nel 2013 sarà ancora più numeroso.

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La vicenda di #Maxim e del come vengono fottuti i giornalisti freelance

Ieri è scoppiato un caso su una vicenda abbastanza nebulosa che ruota attorno alla rivista Maxim Italia. Tutto è partito da un post (segnalato da Luca Conti) scritto da Alberto Puliafito, giornalista freelance che ha collaborato anche con la suddetta rivista per la quale scrisse un reportage su L’Aquila, poi pubblicato ma mai pagato. E’ passato un anno e Puliafito attende ancora i suoi soldi. Della vicenda si interessa subito Arianna Ciccone e poi viene ripresa anche dal blog dell’Isola dei Cassintegrati. Quello che subito salta fuori è che Maxim Italia S.R.L. è fallita nel novembre 2011:

Dopo una telefonata al numero della redazione indicato sul sito maxim.it, Arianna scopre che Maxim Italia S.r.L. è fallita a novembre 2011 e che la rivista attualmente in edicola (che porta lo stesso nome) non è responsabile dei debiti contratti dal precedente gruppo editoriale (qui potete leggere il tumblr di Arianna). A quanto pare, infatti, la nuova società Editoriale Mode S.r.L. avrebbe acquistato la licenza direttamente dall’America, senza farsi carico dei debiti contratti dal precedente proprietario.

poi arriva una precisazione

In un commento al blog di Alberto, Alessia Riboldi (che aveva risposto al telefono ad Arianna Ciccone) fa alcune precisazioni sul tumblr di Arianna: “Maxim italia srl non è fallita, esiste ancora. Editoriale Mode edita Maxim (new edition) che trovate in edicola e non ha acquistato nessuna licenza dagli americani. Potete verificare il tutto comprando la rivista e leggendo il colophon. Per aiutare Alberto, posso dirti con certezza che il tuo articolo si riferisce ad una pubblicazione di maggio 2011, dove come direttore della testata Maxim Italia S.r.L. c’era il dott. Croci e non l’odierno direttore Paolo Gelmi. Detto questo ti comunico di nuovo quanto detto in precedenza, contatta Federico Marzetti, amministratore delegato, per avere delle ulteriori informazioni. Grazie. In bocca al lupo!” (fonte isoladeicassintegrati)

A questo punto la storia si fa ancora più interessante con precisazioni che poi finiscono per smentirsi da sole rendendo il tutto ancora più ingarbugliato. E qui vi consiglio di andarvi a leggere il preciso e puntuale post di cassintegrati che ripercorre (con aggiornamenti costanti) tutta la vicenda per filo e per segno.

Questa mattina Arianna scrive sulla fanpage di Maxim, è il direttore a risponderle. Parte una conversazione sul merito della faccenda, salvo poi che dalla fanpage quella discussione scompare, cancellata. Qui il post di Arianna con tanto di screenshoot della conversazione e relativa cancellazione. A proposito, alla domanda lecita sul perché della cancellazione il direttore si è sentito in dovere di rispondere con la seguente motivazione:

Abbiamo cancellato perché il nostro Facebook è fatto per condividere idee per quanto riguarda il magazine. Le ho risposto per questione di correttezza e di etica professionale su una questione che mi sta a cuore e che condivido con lei. La invito a rivolgersi alla Federazione nazionale della stampa e ci tenga informati su tutto quello che riesce a sapere. Grazie per l’interessamento e per l’aiuto. Da questo momento tutto sarà cancellato per dare spazio ai nostri lettori, alle idee e alla creatività. Tutto il resto è noia.

Sarà noia per il direttore forse, peccato che intanto idee e creatività di professionisti come Alberto Puliafito ricevano lo stesso trattamento di quella discussione, cestinati.

fonti ai post su cui nelle prossime ore troverete sicuramente aggiornamenti sulla vicenda:

Isola dei Cassintegrati

Arianna Ciccone tumblr

shockjournalism

Paywall: si… può… fare!!!

Si può fareeeeeee!! Scusate, non ho resistito alla tentazione della citazione, però in sostanza è quello che devono aver gridato quelli del New York Times quando hanno raggiunto i quasi 500.000 abbonati alla testata nella sua versione online, dopo un anno dall’introduazione del Paywall. A giudicare da quanto riportato dall’articolo del Corriere.it la strada intrapresa dal NYT (ma non è il solo) sembra incoraggiante, tanto che da aprile si tenterà l’ulteriore mossa di portare da 20 a 10 il numero di articoli fruibili gratuitamente. Superata la soglia verrà chiesto al lettore di sottoscrivere l’abbonamento. Certo, per fare si che il lettore sborsi dei soldi è necessario mettere sul piatto dei contenuti di valore, altrimenti il tutto rischia di provocare un clamoroso buco nel’acqua. Dopo tutto un buon contenuto di valore è giusto che sia retribuito. Anche perché per ottenerlo sono necessari lavoro, tempo e soprattutto professionalità. Insomma, come ricordava il Financial Times il giornalismo di qualità richiede invistimenti (vedi a proposito il post di Luca Conti). New York Times ha cercato di differenziare articolando intelligentemente l’offerta anche a seconda del tipo di device utilizzato per accedere al contenuto:

gli utenti avranno a disposizione una gamma di offerte legate ai dispositivi di lettura. Dai 15 dollari al mese con le app su smartphone ai 20 dollari con le app su tablet, mentre la provenienza da un social network rende aggirabile la soglia (questa clausola è rivolta al lettore casuale).” (fonte corriere.it)

Come ricorda il Corriere, il primo ad orientarsi verso l’informazione online a pagamento era stato Rupert Murdoch. Sicuramente da qui e andando verso il futuro vedremo altri esperimenti. Una strada definitiva in questo senso ancora non è stata trovata. In Italia poi se ne discute da parecchio, ma a mio parere manca ancora l’ingrediente fondamentale per abbozzare anche solo vagamente ipotesi del genere: i contenuti di valore sui quotidiani online. Chi leggerà vedrà, è il caso di dire.

La stampa è una forma di opposizione de facto?

In Britain, it is tempting to say that the papers’ many defects stack up to such an extent that they wouldn’t be missed. A complete submission to the idea that news is entertainment and entertainment is news; a pack mentality and the idea that only things which are being already covered in the media are worth covering; a general retreat from the principles of serious journalism, investigative journalism, and a horror of complicated ideas; amnesia; a default setting to knee-jerk populism: none of these things is a virtue. But the UK newspaper industry is an energetic and cacophonous thing, one which sees a big part of its role as being to make the government’s life as difficult as possible. Because of the way our constitution is skewed towards the incumbent government, for a lot of the time the press is a de facto form of opposition. New Labourites would routinely refer to the editor of the Daily Mail as ‘the most powerful man in the country’. That was an exaggeration, and it described something whose effects were almost entirely malign; and yet we would miss this countervailing force if it were gone. Governments are constantly accumulating more power: one of the most glaring trends in the last 30 years of political history is that all governments arrogate more power to themselves, even when (it’s tempting to say ‘especially when’) their ideology is overtly right-wing and explicitly anti-government. The press is just about the only force which resists that, and for that reason alone it is now a necessary component of modern democracy. Without it our democracy would head the way that papers themselves risk heading, and become hollowed out, with the external apparatus of democratic machinery but without the informed electorate which the press helps create. And one beauty of the current arrangement is that it functions without the press having to be well-meaning or high-minded.

E dai noi? Mi sono chiesto se anche in Italia il giornalismo sia ancora una forza che resiste (perché affermare che sia l’unica mi pare forse eccessivo) e se, nonostante tutti i suoi difetti (per altro mi pare molto simili a quelli denunciati da Lanchester) contribuisca a creare un elettorato informato. Per quanto mi riguarda sono molto dubbioso, soprattutto alla luce degli ultimi venti anni e passa. Cosa ne pensate?



Quello sopra è passaggio di un articolo di John Lanchester sul futuro della stampa pubblicato col titolo Let us pay. Parla di cartaceo Vs. online, preoccupazioni e possibili soluzioni. (apparso anche sul numero 879 di Internazionale in versione integrale e tradotta)