The Guardian: prove tecniche di sperimentazione

Si parla spesso di nuove possibili (e obbligatorie) direzioni verso cui l’editoria e l’informazione dovranno puntare. La questione dei giornali nel confronto con l’online ormai è tema di dibattito da molto tempo. Prove, esperimenti, possibili teoriche soluzioni sono state buttate sul piatto di qui e di là. Una cosa però è chiara a tutti: la necessità di una interazione costruttiva sempre più stretta e coinvolta con i propri lettori. In questo senso sembra andare l’esperimento del Guardian (online) denominato Guardian Beta.

Guardian beta is a way for us to release some our technical prototypes and software earlier. It is a glimpse into what might be on the Guardian’s website or in Guardian apps in the future.

Things will break and they might not always be live. We are not committing to maintain them for ever. These are often designed to be quick “proof of concepts” rather than fully-fledged solutions. We might go on to incorporate the features into a product, or never develop it any further.

The project might be hosted on the Guardian’s infrastructure, on third party sites like Google AppEngine, or a developer’s own website or blog.

Guardian beta is part of GNM’s digital first strategy, and an opportunity for us to experiment with technology, whilst obtaining feedback from users.

fonte: Internazionale

Caro Masi, Minzolini non funziona

Che il Tg1 versione Minzolini fosse un prodotto scadente lo avevano capito anche i grulli del paesino dove vivo. Non è questione di faziosità, ma se una cosa funziona male a casa mia si cambia, in casa RAI invece pare farla da padrone quella filosofia masochista secondo la quale ad essere penalizzati devono essere proprio quei programmi che invece tirano e funzionano, e perché no, hanno un valore qualitativo potenzialmente alto , ma soprattutto incassano. Se i dati riportati saranno confermati (120 milioni di rosso) allora sarà davvero il caso che Masi la smetta di sparare boiate e cominci a fare le cose per bene, perché lui, almeno per quanto mi riguarda, è proprio tra le cose che non funzionano, e come ho detto prima, le cose che non vanno a casa mia si cambiano.

Alla RAI

Noi capisco come alla RAI, dal momento che pago un canone, si arroghino questo diritto di decidere cosa farmi vedere e cosa no a seconda di quello che la politica o l’opportunità politica in quel momento chiede. Sono io che chiedo: chiedo di non vedere un palinsesto rimpinzato di soli quiz, reality, salotti pomeridiani pieni d’una accozzaglia di improbabili scarti della tv che è stata, e che ora non ha più senso d’intasare l’intera programmazione con chiacchiere vuote, superflue e autoreferenziali, e che non rappresenta più quasi nessuno, se non il desiderio degli stessi presenzialisti a rimanere ancora sulla ribalta. Chiedo di poter essere informato secondo una linea editoriale imparziale e pluralista, in cui sia presente il contraddittorio, che non debba rendere conto a nessuno se non al fatto, alla notizia, allo spettatore che si intende informare che è poi, io credo, il motore che tiene in moto tutto, e per il quale andrebbe nutrito un po’ più di rispetto. Chiedo insomma che la RAI faccia esattamente l’opposto di quello che sta facendo, e cioè torni a fare quello per cui è stata creata. Non sto chiedendo la luna, ma quello a cui, pagando il canone, ho diritto, aggiornato però ai tempi che viviamo.

Prima del supporto il contenuto

Da mesi (e con più intensità nelle ultime settimane vista la sua uscita) sento parlare dell’iPad. Critiche positive, e come è giusto che sia, anche critiche negative. In rete è uno dei temi caldi, caldissimi. Moltissimi lo vorrebbero, alcuni lo hanno già preso, altri lo compreranno. Centinaia di migliaia di parole sull’iPad che permetterà, tra le sue funzioni più interessanti, anche di leggere i giornali (alcuni già da ora, altri probabilmente in futuro). Ecco, mi chiedevo se non fosse il caso, prima di pensare al supporto, di concentrarsi proprio sul contenuto che tramite lo strumento andremo a consumare. Prima di pensare a come leggerli a me viene spontaneo capire cosa ci leggeremo, e vista la direzione delle varie nuove norme e ddl non mi sembra problema da poco.

L’Associazione nazionale della stampa interculturale è nata sotto silenzio

Mentre infuriano le polemiche sull’informazione Italiana (e sui suoi giornalisti nostrani) che ogni due giorni riesce a mostrarsi a dir poco discutibile è passata quasi sotto silenzio la nascita dell’Ansi: Associazione nazionale della stampa interculturale, riconosciuta da consiglio nazionale dell’Fnsi (Federazione Nazionale stampa italiana) come gruppo di specializzazione all’interno del sindacato dei giornalisti. L’Ansi è formata da giornalisti di origine straniera.

Karim Metref scriveva sullo scorso numero di internazionale che

Il progetto è nato infatti per rispondere alle inesattezze e alle scorrettezze di molti giornali e TV italiani, come l’uso continuo di stereo­tipi e pregiudizi. Ma anche per combattere contro una forma d’ingiustizia meno nota: le discriminazioni verso i giornalisti stranieri. Molti ordini regionali dei giornalisti continuano a esigere la cittadinanza italiana per l’iscrizione all’albo.

Qui l’articolo completo.

La notizia ha una sua importanza, sopratutto in un momento in cui il dibattito su temi quali multiculturalismo, interculturalismo e integrazione è molto forte. Eppure non mi pare che le grandi testate giornalistiche abbiano dato risalto alla notizia, anzi, è passata quasi sotto silenzio, in compenso ci hanno informato sulla creazione del robot giornalista. Peccato! L’importanza di una voce come questa, all’interno del panorama dell’informazione italiana andrebbe riconosciuto, ed anzi sostenuto con la massima forza come uno dei passi necessari per entrare a piedi pari in quel discorso di integrazione che ormai non si può rimandare, perché i tempi non lo consentono più.