11 settembre. L’urgenza di raccontare del cinema

Oggi è una data a cui è inevitabile non pensare. Quando otto anni fa la furia si scatenò contro gli Stati Uniti nella mia giovane testa pensai, la prima cosa che pensai, che da li a breve sarebbe accaduto il finimondo. Questo perchè ho sempre visto l’America come un paese predisposto a dare mazzuolate 10 volte superiori a quelle subite senza pensare troppo alle conseguenze. Dal momento che in quel modo non era praticamente mai successo mi immaginai un futuro postbellico da brividi. L’America avrebbe annientato tutto e tutti quelli che in qualche modo fossero stati collegati con l’accaduto. Stati, Organizzazioni, persone. Otto anni dopo qualcuno è ancora latitante e sembra talvolta che dalla parte del torto ci sia l’America stessa. Quella che ha subito. Vedi come le scelte politiche alle volte se prese in maniera avventata possono ritorcertisi contro. Ma non voglio parlare dell’epoca Bush e delle sue scelte, pur tenendo presente che qualsiasi presidente Americano avrebbe agito allo stesso identico modo, almeno nelle prime fasi. Voglio parlare di quello che a me personalmente ha colpito di questa nazione, e perdonate se è retorico, se è già stato detto. Ieri guardavo su rete4 il film di Olvier Stone sui fatti dell’11 settembre 2001, e mi sono trovato a pensare che ci vuole coraggio. Negli anni immediatamente successivi il cinema americano ha rielaborato, narrato, raccontato, criticato quel lutto, quanto ne è seguito e quanto lo ha preceduto. Perdonate se può sembrare una banalità, ma non credo sia da poco. Dal World trade center di Oliver Stone appunto, alla storia del volo United 93, quello in cui i passeggeri mandarono a monte l’intento dei terroristi facendolo schiantare al suolo, al criticissimo Fahrenheit 9/11 di Moore. Senza contare tutti i film che poi partendo da quel giorno hanno raccontato la guerra, le guerre che l’America è andata a fare in giro per il mondo in nome della lotta al terrorismo, criticandone la scelta e l’impatto che questa ha avuto sulle generazioni dei giovani americani e non solo. Basti pensare a Leoni per agnelli di Redford, ma non solo. E’ vero, certamente hanno portato soldi nelle casse, il cinema è business, ma a pochi anni dai fatti non è facile andare a sviscerare a raccontare certe cose in un paese dal forte legame con la sua terra e con le sue tradizioni come gli stati uniti. Il rischio era quello di rimetterci la testa, socialmente parlando. Molte voci invece diverse tra loro si sono espresse, hanno raccontato ognuna a modo suo quegli eventi, rielaborando un lutto non da poco, una ferita che tutt’oggi fa sentire ancora la sua presenza. Di questo bisogna dar atto all’America. E non era così scontato accadesse. In altri paesi non credo ci sarebbe stata una risposta così immediata su fatti così terribili che colpiscono il cuore e lo spirito di un paese. Da altre parti semplicemente è impensabile. E non per una questione puramente politica. Ecco, questo di quel paese mi ha colpito in positivo. Mi ha mostrato, se banalmente la vogliamo chiamare così, una delle ragioni per cui l’America è l’America e noi no, ad esempio. E ho anche pensato che è forse anche per questo che talvolta il suo cinema, nonostante tutto, riesce ancora oggi ad essere una spanna avanti agli altri. Non è solo questione di qualità, ma di coraggio nel raccontare storie, le storie della propria terra. Negative o positive, dolorose o scomode che siano, e non importa se dietro c’è business. L’importante è farlo.  Anche questa è democrazia. Almeno secondo me.

Questa Italia di un caldo agosto del terzo millennio

In questa afosa e caldissima estate Italiana che darà i natali alle ronde (non chiamatele più padane o leghiste, ma Italiane, che la discriminazione non fa mai bene) che vede frotte di vigili armati fare battute di caccia al negro lungo le battige italiche, che non vuole assolutamente le insegne cinesi appese fuori dai locali cinesi gestiti da cinesi che vengono dalla cina cinese ( ma che costano meno di quelli Italiani), quando basterebbe chiedere con tanta umiltà e buon senso di apporre la riproposizione del testo semplicemente anche in italiano, come fanno nelle zone Ladine del Nord Italia, ad esempio, ma qui è ben chiaro che non si tratta di problemi di comprensione o comunicazione, sono ben altri, più profondi, in questa estate in cui il respiro comincia a mancare seriamente, complicato di tanto in tanto da qualche extrasistole che ci tiene li, sospesi tra il dire e il fare indecisi su cosa pensare. E si sa che oggi come oggi pensare è difficile, faticoso, spesso ritenuto inutile. C’era chi, qualche mese fa, guardava all’America che con il solito colpo di spugna cambiava nuovamente le carte su una tavola ormai ingombra e troppo sporca, la guardava nella speranza che un briciolo di democrazia da esportazione fosse rimasta anche per noi, guardava a quel partito Democratico. Mandatecela, questa democrazia. Eppure Robert F. Kennedy parecchi anni or sono diceva che “gli ideali democratici non possono essere esportati”. Peccato, tocca fare tutto da soli. Ma si è ancora ben lontani dall’obbiettivo. Il fatto è che poi non bastano solo gli ideali . Il problema è che bisogna essere capaci di mettere in pratica, di avviare un processo che comporta scelte, qualche volta dolorose, ma necessarie. Bisognerebbe ascoltare tutte le campane, anche se parlano in un modo a noi inesplicabile. Al massimo si può sempre fare lo sforzo di sottotitolarle, come si dovrebbe fare con le insegne cinesi, forse anche con i film, invece di doppiarli. Non è poi vero che in Italia non c’è Democrazia. C’è eccome, solo che sovente viene usata male o accantonata momentaneamente forse per sbadataggine o perché in Italia vige, mai smossa dal suo antro, una gerontocrazia, e allora trattandosi di vecchietti può succedere che, di tanto in tanto, qualcosa sfugga.

Vivendo in una sola stanza si eliminano un sacco di preoccupazioni. Ma le preoccupazioni fondamentali sfortunatamente rimangono, diceva Andy Warhol. E con quelle, aggiungo io, ti dovrai in ogni caso confrontare. Non si scappa. E’ un’Italia che gioca a fare la Mommy’s little girl, la cocca di mamma, dove Mommy è l’America Obamiana del yes we (black) can. O giù di li. Perché quella di ieri, della Bush dynasty è già rinnegata, lasciata affogare, come la politica impone, nel ricordo dolce amaro di un cappello da cowboy e un’invasione delle 5.00 pm che non sono compatibili oggi se si vuole risaltare tra le tante mani alzate che gridano anche io anche io. L’italia di agosto è la stessa di Gennaio, di Febbraio, di Marzo, di Aprile, Maggio, Giugno e Luglio e dei mesi che verranno e degli anni che sono venuti. Perché il cambiamento è nell’aria, da almeno 40 anni, ma è sempre meglio lasciare che resti li, libero di fluttuare senza essere incanalato. Se non da noi, non lo sarà nemmeno da voi. Figurarsi. Vale forse un taglio di capelli e una messa in piega a 15 euro fatti da uno Xiaoming o da un Jin o Jang qualunque in una estate del terzo millennio il cambiamento?

Questa Italia che potrebbe e dovrebbe essere L’America d’Europa, se non altro per la sua posizione. l’Italia che l’America in fondo l’ha scoperta, e che, il Nome le ha dato. Almeno così leggenda vuole. L’Italia che ha il primo sindaco nero di 48 anni circa (la stessa età di Obama il presidente), che è poi figlia di un soldato Americano guarda il caso, ma solo dopo che l’America ha avuto il pimo presidente Nero. L’Italia che è ben più vecchia, e di acqua sotto i ponti e sopra gli acquedotti di esemplare ingegneria romana ne ha vista passare, tanta, tantissima, e prima di tanti altri a cui oggi guardiamo con stupore e fascinazione. Certe cose davvero non me le spiego, perché davvero oggi me l’aspetterei anni luce avanti, lei che è a forma di stivale e che dovrebbe correre, correre veloce, come Forrest Gump, che invece riguarda il caso, è pure lui americano. E allora God bless America, ma per favore, se ti capita, ricordati pure di noi altri che di Santi e di Chiese ne abbiamo da vendere, almeno quelli.

L’anno di quelli che cercano

sconsolati

Questo è l’anno della ricerca. Non intesa nel suo senso più scientifico, o almeno non solo. E’ l’anno in cui tutti a ben pensare cercano qualcosa. Che non si capisce mai bene se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, con le mani in tasca, gli occhi al cielo leggermente sconsolati. A partire dai risparmiatori che cercano ancora di capire come siano potuti sparire i loro soldi, alle banche che a loro volta cercano di capire cosa raccontare ai risparmiatori di qui sopra per uscirne almeno con la faccia, visto che il portafogli è andato smarrito. Poi ci sono i vari ex ministri con portafogli dell’economia, ex non perché senza ministero ma perché quasi tutti rigorosamente senza portafogli, smarrito, e cercano..forse. C’è la ricerca collettiva di una via di uscita dalla crisi, anche se mi pare che più si tenti o si parli di vie d’uscita e più si arrugginiscono i lucchetti che bloccano le uscite d’emergenza. Bloccati. Ci sono quelli che cercano sicurezza e che prima o poi finiranno col crearsela da soli, e ci sono quelli che già lo fanno. Ci sono quelli che cercavano di volare e adesso cercano almeno di andare su quattro ruote, finché dura. Ci sono quelli che cercano di dare una risposta al perché di certe decisioni politiche e quelli che cercano di capire dove finisce il diritto di fare del proprio corpo e della propria vita quello che meglio si crede. C’è il papa e la chiesa che cercano di capire quali mosse fare per esercitare ancor maggiore diritto di veto sui tre passaggi fondamentali dell’esistenza, nascita, vita e morte..perché del dopo non si accontentavano più, non lo hanno mai fatto. Ma ci sono anche certi fedeli che cercano di capire se questa chiesa sia veramente caritatevole e aperta come suo compito. Ci sono quelli che cercavano l’America, ma adesso che qualcosa è cambiato tanto vale cercare qui che è uguale, e quelli che erano precari e cercavano lavoro stabile, già da anni, e che adesso sono qui, ancora, che cercano un lavoro basta che si lavori, perché ora come ora è inutile tenersi a mente la stabilità, la sicurezza. E’ l’unica cosa inutile da trovare, quindi inutile è anche cercarla. Ci sono quelli che ci si annoia, che la strada è buia e allora illuminiamola noi, diamo fuoco a quello lì. Quelli che cercano giustizia vera, quelli che vorrebbero cercare di fare giustizia vera ma gli viene impedito. Ci sono quelli che vorrebbero cercar di pregare in un luogo adatto ma il luogo adatto non si può e allora si stende la stuoia al freddo. Ci sono quelli che cercavano dalla sinistra una risposta e per ora hanno 3000 risposte e 3000 sinistre. Ci sono quelli che cercavano in Veltroni un rinnovamento, una ripartenza coi fiocchi. Per ora ci sono solo i fiocchi, anche troppi. Ci son quelli che cercano di amare e di metter su famiglia, ma la famiglia in Italia può esser solo quella, e non importa se ipocrita alcune volte. Poi ci sono quelli che cercano la pace. E questi, quelli, noi l’unica cosa certa è che ci sono, ci siamo. E’ tutto il resto che manca, che bisogna cercare.

Uomo nel buio – Paul Auster

uomo nel buioE il folle movimento del Mondo viene avanti rotolando. Ripetuta più volte all’interno del suo ultimo romanzo assume quasi la forma di un mantra. L’inevitabilità degli eventi, nel loro succedersi, finisce per trascinarci dentro tutti. E poco si può fare. Paul Auster scrive un libro godibilissimo e attuale come non mai.

Uomo nel Buio” è il titolo, e l’uomo nel buio è appunto il protagonista, August Brill. Un’anziano critico letterario. Il buio è la cornice entro cui Auster dipana la sua matassa narrativa. E’ il buio della notte, dei ricordi e degli errori, è il buio della guerra e delle tragedie che finiscono per abbattersi sulle nostre vite, nelle nostre storie. Un racconto lungo 50 anni Americani, un racconto che parte dalla guerra di secessione negli Stati Uniti dell’epoca Bush. La seconda dunque, racconto nel racconto. Il protagonista del libro non riesce a trovare il sonno nella notte, preso dai ricordi di una vita costernata di errori, di passi falsi, di sfortune e di sensi di colpa, una vita come quella di ognuno di noi. Per evitare di cadere nei tristi pensieri, steso nel suo letto, sofferente alla gamba per via di un incidente, nel buio della notte Brill inventa storie per tenere la mente occupata, crea altre realtà in cui muove come un Dio i suoi protagonisti. Un’ ennesima guerra di secessione negli Usa appunto. Una storia in cui i protagonisti individueranno lo stesso Brill come causa del conflitto. Arriveranno a progettarne la morte, se Brill Muore il conflitto muore. Ma è Brill con la sua immaginazione a muovere i fili di questa storia nella storia, in un gioco simile alle scatole cinesi. Brill dunque crea un complotto ai suoi danni, concepisce la sua morte come fine delle sofferenze dei partecipanti al suo racconto. Ma la fantasia, per quanto potente non può oscurare la realtà, e così gli eventi passati, reali, di tanto in tanto finiscono per prendere il sopravvento e ci vengono narrati attraverso il dialogo tra il vecchio Critico e la Nipote poco più che ventenne, Katya, anch’essa alla ricerca della pace, e del sonno, dopo la Morte del fidanzato Titus in Iraq. Ed ecco che l’atrocità della guerra, quella vera, quella spina nella costola dell’America, torna reale più che mai, nel buio, a risvegliare le angoscie, i rimorsi e i tormenti. Katya è ossessionata dalle immagini. Quelle del cinema, del cinema che consuma assiema al Nonno Brill vogliono essere forse un tentativo per cancellare e sostituire nella mente ben altre immagini, immagini che tutti noi che leggiamo il romanzo conosciamo (quali siano non ve lo dico, leggete e capirete), che abbiamo imparato a conoscere. Katya tenta di fare quello che forse tutti avremmo voluto fare, rimuovere l’orrore e sostituire. Vengono tirati in ballo Renoir, De Sica, Ray, OzuAuster attraverso alcune sequenze ben descritte di alcuni loro film spiega l’oggetto inanimato come mezzo per esprimere le emozioni, emozioni tra persone, coppie, e non a caso -. E’ tra queste cinevisioni e il dialogo che scaturisce a più riprese tra nonno e nipote ( due punti ad unire un lungo passo di storia Americana) soprattutto nel buio insonne della notte che Veniamo proiettati nell’intimo della famiglia, di genitore in genitore fino al momento, presente, in cui essei parlano nella stanza. Divorzi, tradimenti, morti, matrimoni, momenti tristi e meno tristi attraverso un’America spesso contraddittoria. Storie che sono di tutti, tutti i giorni. Forse anche per questo bene ci si riesce ad immedesimare. Il buio non è solo nella guerra, ma dentro l’animo di ogni persona e nella storia di ogni famiglia. E in fondo, quello che tutti vogliamo e che chi ci è caro sia felice. Voglio che tu sia Felice, dice il vecchio a Noriko (in una delle sequenze citate). E il folle movimento del mondo viene avanti rotolando.

Di seguito vi incollo il video in cui è contenuta una delle sequenze descritte nel libro. Parte dal 6° minuto circa fino al 7°.40 circa.

-Katya:“…adesso gli uomini sono andati via, e poiché sono andati quei piatti si sono trasformati in un segno della loro assenza, nel solitario dolore delle donne quando gli uomini vanno in guerra; e a uno a uno, senza dire una parola, lei li raccoglie, i piatti, e rigoverna la tavola. Quanto dura la scena? Dieci secondi? Quindici? Praticamente nulla, ma ti mozza il respiro, non è vero? Ti scaraventa a terra.”

E chiama….

Dopo gli avvenimenti di questi giorni pensando all’ipotetica telefonata mi è tornato in mente questo passaggio