A Piedi scalzi

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Ieri sera sono rimasto in silenzio mentre guardavo la puntata Gazebo nel suo stupendo servizio da Lampedusa. Guardavo con in gola qualcosa di simile a un groppo. Ho ripensato a qualche giorno prima, all’ennesima tragedia, come viene spesso etichettata e servita dai media. Ennesima, ecco, ancora. Già il fatto che si debba far precedere “ennesima” alla parola “tragedia” dovrebbe dirci qualcosa. Indurci quanto meno all’urgenza della questione. Invece mentre arrivavano i numeri del dramma, l’ennesimo, appunto, dalla politica, che dovrebbe poi essere quella che prende decisioni nel merito sono arrivate le solite dichiarazioni (anzi, le ennesime) che non aggiungono nulla ma si limitano a riproporre una confezione già sperimentata, a seconda della parte politica, da servire alla platea. Nulla che rimanga, nulla che indichi una strada concreta, una soluzione all’orizzonte.

C’è chi era nel governo che firmò la Bossi-Fini ma ora è in un governo diverso e allora grida al dramma, chi era contrario e rimane contrario e che se potesse andrebbe a scaravoltarli lui i barconi, poi c’è chi è nel governo e continua a dire che bisogna fare qualcosa, che però insomma si gioca tutti e quindi tocca anche all’Europa, però poi tutta sta pressione sull’Europa nei fatti non la vedo. Anzi. Quello che invece è certo sta in quella terminologia con cui si affronta il tema: sbarchi, nuovi arrivi, respingimenti, recupero, inviati a.. (CARA, CIE, etc). Alle volte sembra quasi si stia parlando di pacchi postali, che arrivano e che poi sono da immagazzinare, etichettare, smistare e alla fine spedire (o rispedire) alle varie destinazioni indicate dall’apposita etichetta.

Pacchi, a volte non sembrano null’altro. Eppure ieri li guardavo, questi pacchi, scendere uno a uno dalle lance della guardia costiera. Uno a uno, piedi scalzi, vestiti fradici e null’altro. Nemmeno un sacchetto, uno spazzolino. Passavano davanti alla telecamera quei piedi, che prima di toccare il cemento del molo di Lampedusa hanno calpestato centinaia, migliaia di chilometri di Africa attraverso povertà, carestie, guerre, carcerieri, umiliazioni, e poi mare e ancora mare per giorni, per arrivare (quelli che ci arrivano, perché è un percorso ad eliminazione) qua, ed entrare in quel labirinto burocratico fatto di etichette e moduli e destinazioni e parole di circostanza e molte di più di odio calcolato e indifferenza.

I piedi, i piedi dicono tanto di una persona. Dicono dove è stata, quanta fatica ha fatto, quanto a lungo. Di queste persone che sbarcano sul molo basta mostrare (come ha fatto Gazebo) i piedi per raccontare tutto di loro, per redendere l’enormità drammatica. Non c’è bisogno della faccia, di scrutare in quegli sguardi smarriti tra sabbia e onde per cercare di scippare a favore di telecamera quell’ultimo bagliore misto di umana forza, disperazione e speranza. Perché i piedi sono tutto. Sono quelli su cui ci sorreggiamo. Sono quelli che, un passo dopo l’altro, piano o veloce che sia ci portano avanti nonostante tutto, che ci mettono a contatto con la terra, che ci fanno sentire che siamo ancora qua.

Anche Gesù dopotutto non lavava mica la faccia, se proprio vogliamo dirla tutta, ma i piedi.

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Testimone di pace: due domande a Nabil Bahar

A metà dello scorso ottobre, durante il percorso segnali di pace 2014, è venuto a parlare con i ragazzi delle scuole del territorio (in cui risiedo) Nabil Bahar, testimone di pace. Classe 1973, nato vicino a Betlemme, vive in Italia dal 1992 dove ha perseguito gli studi universitari e dove continua a vivere interessandosi del settore ricerca e sviluppo e trasferimento tecnologico.

Nabil, un piede tra le due sponde del Mediterraneo, si definisce un ponte e messaggero tra le due culture delle quali cerca di cogliere il meglio, rendendolo disponibile alle persone curiose ed interessate.

Parlare della situazione palestinese e più in generale di quello che succede in Medio Oriente non è facile, e per chi non vive quella realtà (come la maggior parte di noi) sulla propria pelle  ancora meno. E ancora più difficile è comprenderne le dinamiche, spesso sottili e per nulla chiare. Così nei due giorni in cui ho avuto modo di frequentarlo ho approfittato della sua disponibilità per fare lunghe chiacchierate, un po’ su tutto ma soprattutto sulla questione mediorientale. Nello specifico mi interessava molto capire meglio cosa fosse un testimone di pace e che reazione avessero i ragazzi delle nostre scuole nell’affrontare un tema come quello palestinese. Ed è su quello che ho registrato una piccola parte della nostra chiacchierata (con il suo consenso ovviamente).

Per darvi un riferimento ulteriore, vi dico che era ottobre, quindi abbastanza a ridosso dell’ennesimo scontro tra Israele e Palestina, che era poi sfociato nell’Operazione Margine di Protezione, condotto dalle forze israeliane su Gaza dall’8 luglio al 26 agosto 2014.

(PS:Prima di intavolare la discussione con i ragazzi Nabil introduce sempre con un documentario il cui titolo è ‘Frontiers of Dreams and Fears’ che è stato girato tra agosto 2000 e l’inizio del 2001, nel lasso di tempo tra il definitivo ritiro delle ultime truppe israeliane dal Libano Sud e lo scoppio della seconda intifada).

Sostegno

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Ieri mi sono arrivati due messaggi, a tema primarie, da due diverse persone che conosco. Nel primo si cercava di convincermi a votare per uno, nel secondo si cercava di portare acqua al mulino di quello. Non ho avuto cattiveria di rispondere che avrei votato per quell’altro. Era davvero tanta la passione che avevano riposto nelle loro “missive digitali” che ho risposto con un: sono indeciso ancora. La speranza si sa… . Ad ogni modo, pensavo a tutto il dibattitto, tutta la verve con cui i sostenitori dei tre candidati alla segreteria PD portano avanti la loro missione di conversione. Online ed offline. C’è passione. Allora mi chiedo, nelle precedenti tornate elettorali, quelle per intenderci, dove si decideva il premier del paese, dove erano? Perché non è stata messa sul piatto la stessa energia per convincere gli indecisi, perché la stessa passione non è stata veicolata nel convincere l’elettorato traballante di centrosinistra, che da quel che mi risulta è lo stesso da quando avevo venti anni, a recarsi alle urne?

Ad esempio, a ogni primaria è successo lo stesso. Ci si gasa attorno al proprio pupillo, si cerca di spingerlo fino allo scrano più alto del partito e poi, e poi se non va si molla la presa. Si tende ad abbandonare un pochino il supporto al partito (che non vuole dire non poterlo criticare incondizionatamente) proprio nel momento decisivo. E’ forse una condizione genetica del PD delle correnti, uno dei suoi talloni d’achille. Un punto che secondo me dovrebbe essere programmatico e da risolvere con urgenza. Il 9 dicembre chiunque vincerà, piaccia o meno, dovrà avere il sostegno di tutti, partito, circoli, base ed elettori. Altrimenti stiamo semplicemente qua a cantarcela tra di noi.

Il mio nome è Felipe: alcune righe di un ragazzo di San Paolo, Brasile

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fonte foto: queste righe.

Un amico di Emanuela,  che vive a  San Paolo e che in questi giorni sta prendendo parte alle manifestazioni in Brasile, ci ha scritto queste righe.  Non saranno certo la cronaca di un giornale, ma è una voce tra la centinaia di migliaia di persone che in queste ore è scesa per le strade e nelle piazze dello stato Brasiliano.  Emanuela le ha tradotte e io le pubblico qua sperando di fornire un ulteriore piccolo tassello alla chiave di lettura.

Il mio nome è Felipe, ho 25 anni e sono uno studente di Relazioni Internazionali

Negli ultimi dieci anni ho assistito allo sviluppo economico del mio Paese, più di 30 milioni di brasiliani sono usciti da una condizione di povertà e sono ormai considerati classe media.

Il boom economico del Brasile ha fatto notizia in tutto il mondo, così come il presidente Lula.. Tutto lasciava intendere che il Brasile decollasse all’inizio di questo nuovo decennio: ospiteremo la Coppa del Mondo e le Olimpiadi, quali altri paesi nello stesso decennio hanno avuto la stessa opportunità? Sarebbe dovuta essere una svolta per il Brasile! Ciò che però non era noto a livello internazionale fino ad ora, è che la crescita economica non è stata accompagnata, parallelamente, da un vero sviluppo sociale. Si è vista in questi anni l’immagine di un paese perfetto, un popolo felice, samba e carnevale, che ha superato l’economia di Italia e Inghilterra (anche se attualmente l’Inghilterra ha riacquistato la sua posizione nella classifica mondiale).

Ma la domanda che ci poniamo è: dove è finito tutto questo sviluppo? Noi paghiamo tante tasse quanto i paesi europei, ma abbiamo un trasporto pubblico inadeguato a causa del sovraffollamento delle grandi città del Brasile. Inoltre l’intero Paese sta subendo un processo di de-industrializzazione, perché non è possibile competere con il mercato estero a causa di una elevata imposizione fiscale. Non ci sono reti ferroviarie che collegano gli stati come in Europa e il costo del trasporto interno in Brasile è incredibilmente costoso. In questo stesso momento, mentre super stadi sono in costruzione, gli ospedali in Brasile non funzionano a causa della mancanza di infrastrutture e di medicine. L’incuria e la corruzione sono arrivate a un punto tale per cui l’aumento del prezzo del biglietto dei bus di 20 centesimi è stato la miccia che ha infiammano il popolo, che è sceso nelle strade a manifestare. Nemmeno noi brasiliani sappiamo come è successo e di certo non avremmo mai immaginato che le manifestazioni avrebbero avuto queste proporzioni.

Non so che risalto stiano dando i media italiani a tutti questi eventi, ma per rendere l’idea (la dimensione geografica del Brasile equivale a quella dell’intera Europa), sarebbe come se tutte le capitali e le principali città europee stessero manifestando contemporaneamente. Questo è qualcosa di veramente grande! Soprattutto se confrontato con quello che accade nei Paesi vicini del Sud America.

Non ci sono organizzazioni o partiti dietro queste manifestazioni. La gente è stanca di pagare tante tasse, mentre il Brasile vende l’immagine di un paese del primo mondo quando in realtà non lo è. E’ curioso che non siano i più poveri a scendere in piazza a chiedere a gran voce un cambiamento sociale, ma è la nuova classe media brasiliana, che non vuole più mantenere questo stato di inefficienza governativa.

Potrei continuare scrivendo migliaia di motivi che hanno causato l’indignazione del popolo brasiliano, ma preferisco lanciare il messaggio che oggi, per la prima volta, posso dire che ho fiducia nel mio Paese. Credo che possiamo cambiare il Brasile e mostrare al mondo che non siamo solo il paese del calcio e del mondiale. Siamo una nazione che si sviluppa in 26 Stati federali e un Distretto Federale, e che unita lotta per ottenere migliori condizioni sociali. Non sappiamo cosa accadrà e come andrà a finire, è tutto ancora molto incerto, ma la speranza vera è che le nostre voci vengano ascoltate e che arriveranno tempi migliori.

L’originale:

Meu nome é Felipe, tenho 25 anos e sou estudante de relações internacionais.

Durante a ultima década, presenciei o crescimento econômico do meu país. Mais 30 milhões de brasileiros deixaram de ser pobres e passaram a ser considerados classe média.

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