Cora Coralina, la poesia nella casa oltre il ponte

Ho chiuso gli occhi ed ho chiesto un favore al vento: porta via tutto ciò che è inutile. Sono stanca di valige pesanti. Da adesso in poi solo ciò che entra nelle tasche e nel cuore.    – Cora Coralina –

E’ settembre, appena l’inizio. Quando atterriamo la primavera sta sbocciando, lì all’altro capo dell’oceano. L’ aria è umida ma non troppo, nonostante sia mezzogiorno in quel momento all’equatore. Dopo 3 aerei e un lungo viaggio in corriera riusciamo finalmente a sgranchirci le gambe. L’ingresso di Vila Esperança è davanti a noi, appena una manciata di metri oltre il centro storico di Goiás. Il giorno dopo veniamo svegliati alle sette della mattina e trascinati in un lungo ma rapido tour della cittadina che porta sulle spalle un’ architettura di epoca coloniale lievemente logorata dal tempo, ma tutto sommato in un più che discreto stato. E’ l’inizio della nostra permanenza brasiliana. Camminiamo per un paio d’ore, ci arrampichiamo fin su per la scalitana della Igreja de Nossa Senhora de Aparecida.

In spalla lo zaino con i computer, la macchina fotografica e la telecamera. Dopo il tour inizieremo a lavorare al nostro progetto nella scuola Escola Pluricultural Odé Kayodê che fa parte della struttura di Vila Esperança. Sudiamo, siamo sfiniti, ma troviamo comunque la forza di restare affascinati da quel paesaggio, nel relativo silenzio di una prima mattina primaverile. A riposare seriamente ci penseremo una volta tornati in Italia. Questo è chiaro fin dalla prima ora. Attraversiamo un ponte in legno che scavalca il Rio Vermelho, corso d’acqua che segna come graffio sulla mano la città. Oltre il ponte, appena alla sua estremità c’è una casa che si affaccia a strapiombo proprio sul rio. All’inizio non so, non sappiamo. Passeremo molte volte durante il nostro soggiorno davanti a quella casa; che con suggestione quasi di favola si specchia sul fiume nelle sere illuminate dalla luna. Sul davanzale di una delle finestre che si affaccia sull’acqua ci osserva, e ci osserverà fino alla nostra partenza, ed è ancora lì che osserva (ha le sue sembianze, ma lo scoprirò dopo),  una Namoradeira. E’ una statua di dimensioni variabili, raffigurante una figura a mezzo busto quasi sempre femminile, tipica di queste zone. Ci accorgeremo più avanti che molte altre osservano la placida vita del posto, affacciate ai loro davanzali, come custodi del tempo e delle cose che lo attraversano.

Ho sempre amato gli scrittori, le loro storie, e più di tutto i loro luoghi di vita e di narrazione. Forse perché, ho sempre pensato: in qualche modo essere lì, sostare nel medesimo punto è un po’ come entrare a piè pari nella loro mente, nei loro occhi. La domanda rimane poi sempre la stessa: avrei visto, avrei provato le medesime cose? Oppure no, avrei osservato con lo sguardo mediato dalle loro pagine, plagiato dalla mia interpretazione di ciò che volevano dire? E’ una domanda che pongo, ma a cui non si da risposta. Non si può. Quel giorno per la prima volta passavo davanti alla casa, in mezzo ai luoghi, di quella che poi ho scoperto essere una famosa poetessa e scrittrice brasiliana, Ana Lins dos Guimarães Peixoto Bretas. Ma il mondo l’ha conosciuta come Cora Coralina. Con lei il procedimento è stato inverso. Mi trovavo in quei luoghi che ho sempre amato scoprire, dopo aver letto. Ma questa volta senza saperlo, senza aver mai letto nulla, senza sapere che ero al centro, nel punto di partenza della sua opera, della sua storia che poi è la storia della città di Goiás, dei suoi becos (vicoli).

Colpevoli il mare di cose che avevamo da fare, i video da montare, i post da scrivere, la vita della comunità di Vila Esperança da inalare e, per quanto mi riguarda anche una non perfetta comprensione della lingua, è finita che in quella casa io fisicamente non ci sono entrato. Ma la verità è che l’ho sempre guardata da fuori, per 36 giorni. L’ho osservata con un distacco pudico che è venuto quasi naturale. Non avevo letto niente di suo ancora, e non lo avrei fatto fino al rientro in Italia. Entrare così nella sua casa mi sarebbe parso quasi maleducato. La verità è che volevo essere invitato. E’ successo qualche mese dopo, cominciando a leggere quel che della sua opera si trovava in rete. O almeno era un inizio. Un abbozzo di un “se mi iniviti, Cora, io entrerei volentieri nel luogo più intimo, la tua casa”. Perché in tutti gli altri, inconsapevolmente ero già stato, e non avrei neppure potuto evitarlo. Ora che c’era un tacito implicito invito non sapevo come fare. Pensavo: dovrò tornare in Brasile (e ci tornerò). Dovrei trovarmi là, per entrare. Ma siamo nel 2014, e ho trovato un modo per arrivare, anche se non fisicamente, a casa sua. Su quel ponte di legno, affacciato sul Rio Vermelho. A volte, non sempre, la tecnologia aiuta.

Ci vediamo, io entro a casa di Cora Coralina.

(ps: le foto sono prese dalla rete, ho cercato le migliori per rendere l’idea. Tutte le fonti originali sono linkate sotto l’immagine)

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