Quell’indignazione che non basta

Sto guardando Ballarò, lo spettacolo che va in scena è tra i più degradanti in cui un povero usufruitore occasionale del mezzo tv possa incappare. Il rimpallo di responsabilità e colpe dirette o indirette tra Fini e Formigoni è qualcosa che mi lascia perplesso. Anzi, indigna, e credo di non essere il solo.

Indigna sentir parlare di soldi, tanti, versati da noi, quando va bene, rubati a noi quando va male, che finiscono nelle tasche di queste persone. Indigna non tanto per l’ammontare (anche, si) ma quanto per l’uso o il non uso che poi di questi soldi si fa. La politica oggi porta dunque indignazione perché la visione è di un uso personalistico del mezzo, dello strumento, anzi delle opportunità ( nel senso più alto e collettivo) che la politica consentirebbe e che invece finiscono per restare solo sulla carta. Indigna perché politica dovrebbe essere anche collettività. Sposo la definizione di Ingrao:

“Per me politica è: io e altri insieme, per influire, fosse pure per un grammo, sulle vicende umane. Fuori di questo agire collettivo non saprei fare politica”. 

Ma, come ancora scriveva Pietro Ingrao, rispondendo anche a Stéphane Hessel e al suo Indignez-Vous!:

“indignarsi non basta. Bisogna costruire una relazione condivisa, attiva. Poi lo puoi chiamare movimento o partito o in un altro modo”. 

Ecco, rileggendo questo ultimo passaggio mi viene da pensare a lMovimento 5 Stelle, perché in fondo rispecchia perfettamente, almeno nelle idee, nello spirito. Peccato che poi, come si è visto, nei fatti e nei retro fatti, anche questo modo, questa opportunità viene prontamente rivelata in quel gioco che annulla la creazione di una politica che nasca dalla forza delle relazioni per uno scopo comune a favore di uno schema già troppo conosciuto e che mette sulla punta qualcuno e alla base della piramide una schiera di ignari defraudati delle proprie oneste (non stento a crederlo) motivazioni idealistiche.

Appare quindi come un labirinto, se indignarsi non basta e ad un certo punto devi in qualche modo fare, affrontare la politica, anche dal basso, in un movimento, e pure li non trovi l’uscita ma un muro tale quale agli altri allora la questione assume toni gravi. Rileggo nelle parole di Ingrao una forte attribuzione di dignità alla Politica, intesa con la P maiuscola, che non è quella dei politici, ma nel suo senso più ampio. La dignità è qualcosa che ci mette molto per farsi conquistare ma al contempo è velocissima a sfuggire. Per anni questo paese si è affidato, ed è questa colpa, ciecamente, al pastore, perdendo piano piano quell’istinto naturale di preservazione che ti mette in guardia quando l’uomo che guida il gregge sta per entrare nella foresta infestata dai lupi.

(continua su Intervistato.com)

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