La grande Farfalla

Prima sulla strada sentivo la voce di un bambino che urlava: guarda nonno c’è una farfalla enorme, guarda. Poi il rapido rumore di due bici e il silenzio. Io abito in campagna da qualche anno ormai, e dopo un po’ ho fatto l’abitudine, anzi, ho iniziato ad apprezzare i silenzi rotti solo di tanto in tanto da qualche voce solitaria che passa fugace lungo l’unica strada tra i campi nel raggio di un km, o da qualche cinguettio di uccelli e poco altro. Le apprezzo perché sono voci, rumori, essenziali. Sono rigurgiti spontanei. Non vanno ad accumularsi come in città all’entropico brusio costante che nel suo continuo riversarsi sopra se stesso finisce per perdere di senso. Assumono così le sembianze di un piccolo capolavoro solitario che mai avresti notato in una sala dai muri saturi di mille altri quadri. I rumori, a piccole dosi, sono efficaci. Ci fanno capire che nella sua lentezza pacata il mondo va, nonostante tutto, avanti. Così, anche la voce di un bambino che al vento grida la promessa di una grande farfalla che vola assume alle mie orecchie le sembianze di un caravaggesco capolavoro.

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