Natale a Baghdad

Certo, fa quasi sorridere se non si trattasse di tragedia. Il 1°Maggio 2003, Bush, a bordo della sua bella portaerei tutta agghindata, da apparire come una di quelle scenografie fintissime a sostegno di una sceneggiatura incerta e confusa in cui non è ben chiaro dove il regista voglia andare a parare, classiche di un certo cinema di serie z, disse: “abbiamo vinto, ma la guerra continua”. Ricordo di aver pensato ingenuamente al paradosso: se avete vinto la guerra come mai la guerra va avanti (dal momento che poi Saddam era caduto e delle armi, motivo dell’aggressione, nemmeno l’ombra)? Molto simile a quello che sarebbe sorto in seguito: se questa è diventata missione di pace, allora perché fate la guerra? Le parole di Bush erano suonate in un certo senso molto Veltroniane, Mission Accomplished ma anche no. Poi ci son voluti altri nove anni, perché si diceva, per esportare la democrazia (ma non stavamo facendo una guerra che era finita utilizzando una missione di pace?) ci vuole tempo. Che quello eravamo tutti andati a fare, al seguito dello zio Sam. Esportare democrazia (che dunque non era guerra, né invasione, né missione di pace, e poi ti credo la confusione). E oggi più che mai, in questo tempo di crisi abbiamo tutti chiaro il concetto di quanto siano importanti le esportazioni per l’economia di un paese. Se crollano, l’economia ne risente. Bisogna quindi cercare di aprire costantemente nuovi mercati per mantenere buono il trend delle esportazioni. Il guaio si presenta però quando inondi un mercato stranierio con merce scadente e pericolosa. Un po’ come la Cina con i giocattoli. E visto che siamo sotto Natale mi pare l’esempio più azzeccato, dal momento che è questo uno dei periodi dell’anno in cui la litania sul pericolo derivato dai giocattoli scadenti e pericolosi di produzione cinese si ode con maggiore frequenza. E sempre perché siamo sotto Natale, a conti fatti, anche il paragone con il cinema non è poi fuori luogo. Dunque, ricapitolando: la sceneggiatura inizia col protagonista che va a fare non si sa bene cosa, cercando non si sa bene cosa, allo scopo di non si sa bene cosa. Poi il protagonista vince questo non si sa bene cosa, sconfiggendo in quattro e quattro otto con estrema facilità il cattivo (perché loro sono americani e il cattivo al cinema lo si vince sempre con due mazzate tirate a caso).

Il primo inghippo nella sceneggiatura arriva quando questo non si sa bene cosa viene vinto, perché così gli altri “110 minuti” di film non avrebbero senso. Allora per giustificarli, come per magia, come solo il cinema, diventa guerra, almeno nelle intenzioni del regista, perché poi i produttori devono avergli detto: guarda che oggi il pubblico non verrebbe a vedere un film dove il protagonista va a fare la guerra, non fa appeale. Ci vuole qualcosa di più al passo coi tempi. Come diceva Steve Jobs, bisogna sapere quello che il pubblico vuole prima ancora che il pubblico decida di volerlo. Chiamiamola missione di pace, si ecco. Il protagonista vince subito quel non si sa bene cosa che poi gli facciamo intendere giusto con una veloce scena link essere stata una guerra contro un cattivissimo, e siccome da grandi poteri derivano grandi responsabilità ecco che a lui adesso tocca il gravoso ma nobile compito di instillare il valore supremo: la pace. Così va in missione -perché alla base di ogni sceneggiatura il protagonista deve compiere un percorso- di pace – perché nel cinema ogni percorso deve avere uno scopo finale-. E’ a questo punto che si accorgono che la trama, già confusa stenta a decollare. C’è bisogno di qualcosa, qualcosa che non ponga tutto il peso dell’attenzione sul protagonista, perché è troppo debole per reggerla tutta. Allora decidono di affiancargli dei cooprotagonisti in questa sua missione, in modo da dare un minimo di leggittimità alla sua impresa. In questo modo l’eroe non apparirà come un pirla andato alla cazzo di cane a fare non sa nemmeno lui cosa. Ma la storia, che pare scritta da un decerebrato con la terza elementare, subisce a questo punto un’altro inghippo, perché improvvisamente dopo esser partito come non si sa bene cosa, esser diventato war-movie per poi passare a semplice actionmovie prende una deriva economica, qualcosa che sulle prime battute ricorda Wall Street: c’è uno forte e un po’ maneggione e poi gli altri, i cooprotagonisti che in fondo vorrebbero emularlo e quindi gli vanno a presso diventando maneggioni anche loro. Ma appunto, ricorda solo vagamente, perché poi subito lo spettatore ha come la sensazione che più che una deriva economica al cui centro c’è una attività di import/export legale di democrazia ci sia un traffico e spaccio illegale di merce potenzialmente dannosa per la salute, qualcosa di tagliato male e trafficato anche con l’aiuto di civili (mercenari). Peccato che ricordi qualcosa di già visto. Soldati che vanno a ristabilire la calma e poi con con la copertura della CIA cominciano a trafficare via aerea. Qui però invece che importare verso il loro paese esportano dal loro paese. I più acuti leggerebbero una rivisitazione pessima di Air America, e forse qualcosa di Pizza Connection e una spruzzata di ego alla Scarface, ma solo per quanto riguarda le manie di grandezza dell’eroe. Insomma, questo “non si sa bene cosa” finisce per diventare uno di quei film sul traffico di un qualche cosa da un paese all’altro, sfruttando le contingenze del momento. Azzarderei, visto il parapiglia che poi si crea aggiunto all’incapacità dei nostri, anche qualche vago riferimento a lock & stock. Il film, che già sfoffriva di evidenti carenze di sceneggiatura, subisce anche nell’eccessiva lunghezza (per niente giustificata) che ottiene l’unico risultato di perdere lo spettatore a metà strada producendo in lui insofferenza e scocciatura causa l’ impossibile tentativo di capire dove la trama andrà a parare, se mai accadrà, costringendolo a riporre l’unica sperenza nella più repentina fine del tutto. Dopo un’attesa eterna, e con il pubblico ormai sfatto e dormiente sulle poltrone la storia arriva ad un tentativo di conclusione che appare comunque nebbiosa e incerta. Passata la guerra non guerra, la missione di pace, lo smercio di democrazia avariata e l’inefficace apporto dei cooprotagonisti alla trama, con l’antagonista scomparso dopo i primi dieci minuti di film, non trovano miglior soluzione che far abbandonare il campo di gioco al protagonista (ormai rimasto solo) con una battuta tanto epica quanto falsa -come lo era stata quella sparata all’inizio del film: “Mission Accomplished! Abbiamo vinto, ma la guerra continua.”– e ugualmente incoerente con la trama: “ci siamo lasciati alle spalle un paese “sovrano, fiducioso in se stesso e democratico”, perché potrebbe avere un senso se il film finisse qui, con il protagonista che si allontana sul campo lungo, alle spalle un paese nonostante tutto in pace, sfumata nero e titoli di coda. Peccato che si voglia strafare, e non si resiste alla tentazione di inserire un’ultima sequenza prima della parte finale dei titoli di coda, quella su sfondo nero con l’elenco di sovvenzioni, enti, attrezzisti, fonici, strumenti e pellicole usate. In quest’ultimo quanto inutile frammento di girato vediamo nuovamente il paese coinvolto in una serie di esplosioni, morti a terra ad annullare, proprio quando sarebbe il caso di lasciare tutto fermo, quell’ultima battuta con il seguito di motivazioni che fin li avrebbero dovuto sorreggere la trama. La pace è solo un miraggio, un espediente per giustificare la produzione di un film inutile che non approda a nulla, se non di accompagnare lo spettatore in un girotondo che si conclude al punto di partenza. Un punto di partenza che ora risulta ancora più caotico e nebuloso di come l’aveva trovato all’inizio.

Se fosse un film sarebbe un film scadente, e, visto il periodo avrebbe certamente un titolo ingannevole, che dia l’illusione di un qualcosa di piacevole, sereno, tutto sommato positivo. Un qualcosa che in realtà non è, e che non troveremmo dentro al pacchetto. Ma ce ne renderemmo conto troppo tardi, dopo aver comperato il biglietto appoggiando questo inutile dispendio di soldi. Se fosse un film, ne sono sicuro, ce lo metterebbero nel culo chiamandolo Natale a Baghdad.

Ma questo, purtroppo, non è un film anche se alla fine di tutto, tra indifferenza, malizia, interessi e speculazioni si ritorna anche nella realtà al punto di partenza. La crudeltà, la morte, la menzogna non lasciano altro da fare che osservare increduli la scena. Ci spinge ad allontanarci lentamente, sospinti da una pacca sulle spalle accompagnata da una battuta idealmente molto simile a quella che esclama il collega di J.J. Gittes alla fine di Chinatown, davanti all’incredulità di Gittes stesso per quell’epilogo beffardo e spietato che pare non aver tenuto conto di nulla. Un’altra morte frutto di interessi e allo stesso tempo del disinteresse generale per la giustizia, per la verità, perché tanto tutto finirà per ricoprire i fatti, perché ottenuto quel che si vuole bisogna fare il meno possibile : Lascia perdere Jake, è Chinatown.  

Ma nonostante tutto, se vorrete, Buon Natale dal Paz83!

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