Per un pugno di foto

Premettendo che sono pianamente d’accordo con quanto scritto da Zucconi, e cioè che a conti fatti (anche se è pure vero che i conti si fa presto a sbagliarli e l’America della guerra preventiva ne sa qualcosa) quella del finiamola qui, subito, era forse la soluzione più sensata o sbrigativa, ma a volte certe questioni è meglio chiuderle finché se ne ha l’occasione, non capisco invece il Niet Obamiano e dell’amministrazione sulla pubblicazione delle foto, quelle che andrebbero a costituire la famosa prova madre, il guanto di paraffina che chiuda con il suo verdetto insindacabile la questione.

La giustificazione addotta è quella della loro atrocità e la paura che la loro divulgazione possa urtare la sensibilità innescando una recrudescenza nella galassia jihadista ed estremista. Ecco, sinceramente mi pare una scusa banalotta. Più versosimilmente mi viene da pensare, ma qui restiamo nel campo delle supposizioni, che in questi casi lasciano poi il tempo che trovano, che quelle immagini mostrino un condizione del cadavere ben oltre quelle che presumibilmente dovrebbero avere per un soggetto eliminato in azione mirata da un commando scelto, quindi addestrato a colpire il bersaglio con il minimo di sbavature e in condizioni di estrema pressione e disordine. Se così fosse è ovvio che andrebbe a cadere l’ennesima versione della Casa Bianca, cioé la paventata possibilità che si potesse prendere Osama Bin Laden vivo o quantomeno l’impossibilità di affermare che il corpo d’elite scelto non si sia fatto prendere la mano in un moto di vendetta, insomma tenendo il grilletto pigiato ben oltre il necessario. Ma queste rimangono congetture, e le pongo come tali. Ritornando invece alla crudezza e atrocità delle immagini che potrebbero urtare la sensibilità della galassia estremista (ammesso e non concesso che costoro possano esserne urtati), beh allora mi chiedo come venissero e vengano catalogate tutte quelle immagini provenienti da territori quali l’Afghanistan o la Palestina o l’Iraq che hanno lasciato e lasciano sul terreno distruzione e morte di quelle popolazioni ad opera o per colpa di quei calcoli che si citavano qualche riga sopra, che si fa sempre presto a sbagliarli, e infatti si son spesso sbagliati.

Perché se è vero come ci dicono che questo insieme di sigle (ma non solo) ragiona o è in grado spesso di agire autonomamente e se è vero, come spesso hanno scritto, che l’opera di Osama era di fatto quella di instillare l’odio verso l’occidente prendendo spesso a prestesto le operazioni militari e di occupazioni non sempre limpide, allora mi viene da pensare che non sia poi tanto la pubblicazione o meno di quelle foto a determinare una eventuale recrudescenza, ma piuttosto dipenderà dai futuri calcoli strategici (si spera fatti meglio questa volta) da parte dell’America da una parte e del resto dell’occidente al suo seguito. La primavera Araba e nord africana ha dimostrato che non sono tutti terroristi criminali infervorati da un falsato sentimento d’odio religioso. Starà a chi ha il potere di fare qualcosa adesso farlo per bene, magari con un calcolo che per una volta dia un risultato più vantaggioso nell’immediato per gli altri ma che poi sul lungo periodo lo si dimostri per tutti. Uno dei modi per farlo forse era pubblicare quelle foto, dimostrando fiducia nelle capacità della maggioranza di quelle popolazioni che oggi ancora mantengono in seno quella minoranza eversiva ma che stanno cercando di gridarci con tutte le loro forze che “un mondo diverso è possibile” se solo anche noi ci sforzassimo di metterci nella condizione di volerlo.

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