Obama, il discorso di Tucson e la ricerca del consenso

Ieri notte come al solito non riuscivo a prendere sonno, così ho acceso la tv, rainews24, trasmettevano i funerali delle vittime di Tucson. Poco dopo essermi sintonizzato annunciano il presidente degli Stati Uniti. Decido di seguire, perché sono curioso di sentire quello che dirà e come.

Quando lo annunciano la folla esplode in girda e applausi quasi isterici. Sta per entrare in scena il presidente, democratico, primo uomo nero alla Casa Bianca, ma che come accade negli USA in questi casi è il presidente di tutta la Nazione, nessuno escluso. C’è il senatore dell’Arizona John McCain seduto li davanti, suo avversario repubblicano nella corsa alla Casa Bianca nelle scorse elezioni per la presidenza. E’ anche il suo presidente.

Obama inizia il suo discorso. Il suo è un appello al paese perché ritrovi la forza e la volontà di un dibattito più civile e pacato (e chi vuol capire, dall’Alaska capisca come si dice in questi casi). E’ un discorso moderato, ma poi ci son le cronache dei giornali se volete. Dopo cinque minuti il mio dormiveglia lascia il posto all’attenzione massima.

Mi ero dimenticato di quale splendido oratore e comunicatore fosse Obama (merito sarà anche di chi gli scrive i discorsi io credo, ma va beh anche a Bush e Clinton scrivevano i discorsi per dire), tanto che mi chiedo come mai non abbiano più giocato a loro favore questo fattore per arginare la dilagante perdita di consenso degli ultimi mesi.

Qualche tempo fa, non ricordo bene dove, leggevo un articolo in cui si diceva che dopo la mirabile campagna elettorale, poi vinta, alla Casa Bianca non avevano più sfruttato questo potenziale per comunicare alla nazione i piccoli e grandi punti portati a casa da Obama. Hanno lasciato che l’opposizione e i media ad essa vicini picconassero l’amministrazione, che interveniva solo in difesa, e che rarissimamente di sua iniziativa ha comunicato al paese le cose buone fatte o i motivi per cui era necessario farle lasciando così troppo le redini del gioco all’opposizione, che poi infatti ne ha approfittato nelle elezioni di medio termine.

Questo, si diceva, ha creato una specie di velo che ha lasciato filtrare con grande eco solo le indecisioni e i tentennamenti di un presidente, considerato forse, e chissà perché, troppo reticente nell’affrontare punti e argomenti che avevano visto l’amministrazione vincente.

Ieri sera però, a mio parere e quindi assolutamente da profano, l’intervento di Obama (tenendo pure conto della circostanza, ma siamo in politica e cinicamente diremmo che ogni occasione è buona soprattutto se il tuo consenso sta colando a picco) è stato molto penetrante. Certo, molto infarcito di quella retorica forse un po’ buonista che tanto piace agli americani, dall’ annuncio «Gabby ha aperto gli occhi per la prima volta» riferito alla deputata democratica Giffords ferita nella strage fino al richiamo a Christina Taylor-Green, la ragazzina di nove anni, una delle sei vittime, la più giovane: «Voglio che la nostra democrazia sia quella immaginata da Christina. Voglio essere all’altezza delle sue aspettative. Voglio che l’America sia bella come lei la immaginava», ma comunque sta di fatto che dopo poco ero quasi convinto di averlo votato anche io, tanto mi aveva preso.

Come ho detto, mi ero dimenticato di quanto fosse accattivante Obama, e forse perché come appunto scritto in quell’articolo, negli ultimi mesi ha sempre mancato gli appuntamenti vincenti rimanendo sempre in difesa, forse un po’ troppo e in maniera del tutto ingiustificata. Ma questo, lo ripeto, è il punto di vista di un profano che osserva le cose dall’altro capo dell’oceano.

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