1992

Nel 1992 avevo una decina d’ anni, già abbastanza grandicello da capire che qualcosa di grave era successo ma non ancora maturo da intenderne le implicazioni reali e il peso che quei fatti avrebbero rappresentato per il paese. Solo con il tempo e solo anni dopo avrei capito, e come me molti altri ragazzi, la reale portata di quella tragedia, di quegli eventi della primavera estate del 92.

Negli anni successivi si è letto e si è detto e in alcuni casi si è dimostrata la connivenza della politica sui fatti di Palermo operati da Cosa Nostra, da una parte, mentre dall’altra si è in più di una occasione sottolineato il suo immobilismo se non addirittura il più totale disinteresse forse complice ma senza dubbio colpevole. C’è stato, forse, un momento in cui fu grande la speranza che tutto questo finisse, l’idea che una pressione civile e democratica fosse in grado finalmente, da dentro i palazzi e da fuori sulle strade, di sbaragliare via quella cappa che tutto soffocava, un cambio di vento.

Ero un bambino, ora sono più che un ragazzo, e a diciotto anni di distanza non ho mai letto una parola fine, o l’intenzione reale di apporla. Sono passati diciotto anni e quel cancro è ancora li; peggio, altre metastasi si sono propagate, più diaboliche perché più difficilmente individuabili. La mafia ha imparato dalla politica, è entrata in affari e ha indossato abiti eleganti e colletti bianchi. La politica e il mondo degli affari si sono invece fatti mafia, strutturandosi talvolta in qualcosa di simile ad una organizzazione criminale che in alcuni casi della mafia nemmeno ha bisogno per perpetrare i suoi intenti criminali. Tanto che oggi risulta difficile distinguere.

Ma che fine ha fatto quella pressione civile, quella forza che minacciava di esplodere cambiando il vento all’indomani della stagione stragista? Sulle strade è rimasta, anche se a volte risulta affievolita, indebolita, ostacolata. Ne sono una dimostrazione la nascita di svariate associazioni o del cambio, seppur ancora minimo, di mentalità: prendiamo i commercianti e gli imprenditori che cominciano a denunciare il pizzo ad esempio. Questa è la resistenza, come quella che si raccoglieva sulle nostre montagne e che ha contribuito a creare l’humus per una nuova coscienza civile e democratica delle generazioni che poi sono venute e cresciute, come me e come gran parte di voi.

Quella nei palazzi in buona parte ha mollato l’osso calato l’interesse, capite le controindicazioni (per loro) che si sarebbero venute a manifestare. Per loro la bandiera del No alla Mafia è un gadget da estrarre nel momento elettorale allo stesso modo in cui durante una partita della nazionale si rispolverano bandiere e trombette, buone per il momento e basta.

La reale volontà nella lotta alle Mafie, nel contrasto al cancro, non la si dimostra solo arrestando il Latitante, ma anche tirando fuori il coraggio e assumendosi la responsabilità di certe decisioni che potrebbero apparire in parte impopolari e politicamente controproducenti ma che sono fondamentali per attestare la verità, se è la verità che si vuole ottenere: come il sostegno ai parenti delle vittime, la tutela delle voci che denunciano indipendentemente dalla loro appartenenza politica, o ad esempio l’autorizzazione a procedere con arresti e indagini nei confronti di politici sospettati o addirittura ritenuti colpevoli di collusioni, connivenze, concorsi con la mafia che spesso non vengono date.

E’ cronaca abbastanza recente, non sto nemmeno a riportare passaggi e personaggi, ma non è comunque l’unico caso. E’ questa parte (e spiace doverlo sempre ribadire perché poi sembra sempre una tendenza al richiamo dell’odiosa antipolitica quando invece è un reale bisogno di Politica con la P maiuscola) la ruota sgonfia che rallenta tutto e che invece dovrebbe trainare e sostenere quella Resistenza che è sulle strade, nei cittadini, nei giovani e che lotta con i pochi mezzi a disposizione da ormai diciotto anni, da quel lontano 1992 anno 0 da cui tutto sarebbe potuto ripartire facendo cambiare il vento e che invece come troppo spesso accade in Italia è rimasto incompiuto per metà, quella fondamentale e senza la quale ben poco è possibile.

Questo almeno è il pensiero di uno che nel 92 aveva una decina di anni, già abbastanza grandicello da capire che qualcosa di grave era successo ma non ancora maturo da intenderne le implicazioni reali e il peso che quei fatti avrebbero rappresentato per il paese e che solo con il tempo e solo anni dopo avrebbe capito, capito che come sempre accade in Italia dopo l’esplosione di una bomba il tempo sembra congelarsi con le lancette ancora li, ferme alle mezze non verità di quella primavera estate del 1992.

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