Il nostro paese innocente

Mentre mi appresto a fare la valigia (starò via qualche giorno) cerco di pensare a qualcosa da scrivere nel post che verosimilmente sarà l’ultimo, ovviamente fino al mio ritorno; scorro allora le cose postate nelle ultime settimane in cerca di qualche spunto, qualche filo argomentativo da riprendere, aggiornare, concludere o più semplicemente per non cadere in una ripetizione, in una riproposizione della stessa salsa di cui probabilmente cambierebbe solo la presentazione ma non il contenuto: il gusto, per beffa, rimane sempre quello. E’ allora che mi scontro con l’ineluttabile realtà: la disgregazione, lo sfascio, almeno apparente e di certo solo familiare ad una parte, che continua a rimanere, per via della diversa consistenza delle forze in campo, sconosciuta o addirittura rifiutata dall’altra, di parte, che a sua volta intravede nel proprio pensiero un discernimento opposto. Perché non è vero quando si dice di noi Italiani che siamo come un ciottolo sul letto di un fiume che immobile sta li, perché altro non può fare se non aspettare che il corso dell’acqua, degli eventi compia il suo lento ma inesorabile processo di plasmazione della forma, corrodendo piano piano i profili più irti e scomodi. Non è vero perché rimanere fermi, cercando di mantenere una posizione in contrasto con il flusso generale ammetterebbe un tentativo, seppur sconfitto in partenza, di opporre una, anche se minima, resistenza alla forza disgregante degli eventi; siamo tutto fuorché questo, ci schieriamo seguendo la corrente su ogni questione, drizzando alta la bandiera di turno, digrignando con orgoglio i denti per resistere all’urto con l’esercito nemico sempre pronto ad ogni piè sospinto a dar battaglia. E qui sta il vero problema, l’inghippo cento-cinquantenario, e mai risolto, che come il marchio a fuoco su Milady De Winter ci perseguita nei momenti decisivi del confronto con la realtà che soccombe sotto la voluttà della partigianeria a tutti i costi, e che vede nel partitismo l’unica strada percorribile verso la soluzione di ogni problema. Non restiamo immobili nello scorrere del fiume aspettando che ci plasmi. Seguiamo invece la corrente facendoci corrodere in corsa, per arrivare meglio adeguati alla foce; forse per comodità. Peccato che poi sempre troppo tardi ci si accorga dell’illusione artificiale del moto: quel fiume la cui corrente seguiamo per comodità, partigianeria, interesse, compromesso, o a cui almeno idealmente vorremmo opporci restando ancorati al letto su cui scorre per non farci trascinare via, è fermo, aridamente secco mentre noi da ciottoli e rocce ci troviamo improvvisamente trasformati in pesciolini che si dimenano, si contorcono inarcando le membra, nell’estremo tentativo di chi si scopre improvvisamente tradito e adesso non vuole soccombere all’inevitabile destino. Siamo fermi e ci crediamo in movimento, in marcia verso una battaglia gli uni con gli altri. Citando Vittorio Zucconi, forse un atto di partigianeria anche questo: “come una democrazia che ha bisogno, come la rana di Galvani, di periodiche scosse per muovere le zampette e sembrare viva, restando morta”. Siamo tutti senza colpe e nel giusto e per questo tutti colpevoli mentre cerchiamo, come Ungaretti, il nostro paese innocente.

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One thought on “Il nostro paese innocente

  1. Azz, vittima e pure colpevole mi devo sentire?!? Allora aveva ragione chi mi dava del “coglione”… 😉
    Buon viaggio e buon relax amico mio!?

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