I figli degli uomini…

Da quando sono in grado di girare autonomamente per le strade ad ogni fiera cittadina per cui mi sia aggirato ho sempre trovato bancarelle etniche gestite da persone di origine evidentemente non italiana. Nulla di strano. Negli ultimi anni sono poi sorti sempre più frequentemente esercizi commerciali stabili che offrivano prodotti etnici, che fossero alimentari o altro. Anche qui nulla di strano.

Non mi è mai capitato di avvertire una così pressante ostilità nei loro confronti, non ce ne sarebbe stato in ogni caso il motivo. Ma oggi è tutto diverso. Oggi le obiezioni nei confronti di questi esercizi e dei loro proprietari sono all’ordine del giorno con un rullino di marcia impressionante. Ma non è solo contro le attività etniche che ci si scaglia: anche nei confronti dei figli di quegli stessi immigrati si è cercato di creare un muro. Mi riferisco alla questione scolastica, al numero chiuso per stranieri a classe, alle varie proposte di esamini dispensa punti. Mi pare si stia cercando di creare una cortina entro cui rinchiudere lo straniero e l’idea di esso che certuni hanno , e stanno, cercando di affibbiargli. Basta sfogliare le cronache dei giornali per farsene un’idea: dalla comparazione immigrato uguale criminalità organizzata, all’idea che queste persone in tempo di crisi rubino il lavoro ai poveri Italiani, come se poi si fosse mai visto di questi tempi l’italiano che raccoglie i pomodori sotto il sole estivo per due spiccioli a settimana.

Non c’è cronaca giornaliera sull’informazione di massa che non provi almeno una volta al giorno a puntare il dito verso l’immigrato. Ho sempre pensato che la presenza di altre culture all’interno del tessuto sociale fosse un vantaggio e non un difetto, un temibile pericolo all’incolumità del popolo italiano che più che all’immigrato dovrebbe guardarsi le spalle da ben altri pericoli e problemi. Siamo tutti d’accordo sulla necessità del rispetto delle regole del paese che ci ospita, ma da qui a fare il tiro al bersaglio sul povero immigrato, per profugo clandestino o regolare che sia, ce ne passa. Tanto più che spesso le ricadute si riversano inevitabilmente sui figli di questi, e loro indipendentemente da tutto che colpa ne hanno? Già, i figli degli uomini..neri!

Mi ero sempre domandato cosa venisse detto agli altri, ai figli degli uomini…bianchi. La risposta l’ho avuta non più di due settimane fa. Ero appena sceso nel forno/bar sotto casa di mio padre. Era la mattina di sabato. Mentre aspettavo di finire la sigaretta per poi poter entrare a prendermi un caffè si è fermato praticamente davanti a me un gruppetto di ragazzini, normalissimi, di quelli che si capisce benissimo che l’autonomia per andare in giro da soli per la città l’hanno appena acquisita. Parlavano di calcio come è normale a quell’età e per i successivi 60 anni almeno.

Ad un certo punto dal passaggio pedonale in fronte al bar arriva un ragazzo di colore, ben vestito, giacca cravatta e valigetta di quelle adorate dagli avvocati. “Guarda..un negro elegante” sento esclamare. E giù risate. Salta su uno degli altri compagnoni di merenda: “sarà uno della droga e ha un sacco di soldi”. Per un secondo ho pensato che se inavvertitamente gli avessi spinti in mezzo a via Emilia durante il transito del Numero7 il mondo non avrebbe certo perso giovamento, ma in fondo erano pischelli, cosa ne potevano sapere loro del mondo? Quando il ragazzo è transitato davanti a noi ho intimamente sperato proseguisse, invece si è fermato esattamente li davanti per rispondere al cellulare.

Lo guardavano come si guarda un animale esotico allo zoo, a metà tra curiosità e paura, e la paura si sa crea spesso reazioni sconsiderate. Ho spento la mia sigaretta e ho accennato ad entrare quando nell’aria è roteato un “Negro…” che mi ha gelato il sangue. Mi sono girato e i ragazzini parlottavano tra loro a voce alta. Per fortuna. Ma il ragazzo aveva sentito, era inevitabile. Anche mia zia sorda lo avrebbe sentito durante la mezza notte del 31 dicembre. La mia reazione è stata quella inevitabile di girare lo sguardo a lui. Era ancora intento a barcamenarsi col cellulare alla spalla e la valigetta in bilico sul ginocchio mentre cercava di estrarre una carta.

Ha ricambiato il mio sguardo con un sorriso paziente e per nulla incollerito. Io avrei spiattellato le loro giovani testine contro la vetrina ad esempio. Poi ha guardato i ragazzini che intanto si dovevano essere accorti della gaffe perché lo stavano osservando intimoriti: ma lui ha sorriso a 1200 denti bianchissimi pure a loro e poi si è incamminato per la sua strada. Prima di entrare mi sono tolto un collerico sfizio: “scusate, per caso i vostri genitori in casa indossano cappucci?” ma non l’hanno capita, per ora. Mi hanno guardato come si guarda un povero pazzo, così ho deciso che era il caso di prendersi il meritato caffè. Quando sono uscito non c’erano più. Gli avrei proposto di venire a raccogliere la frutta in piena estate nei campi dietro casa mia.

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