L’impasse della paura

Qualche anno fa mi successe una cosa che mi è tornata in mente solo in questi giorni.

La mia avventura– Mi trovavo a casa di alcuni amici e si suonava, loro per lo meno, mentre io ci provavo con tutto me stesso. Ad un certo punto squillò il mio cellulare e dall’altro capo un’ amica. Siccome l’avevo sentita un po’ disturbata nella voce decisi di raggiungerla, anche perché la mia performance musicale non era necessaria. Salutai e mi incamminai. Dovevo percorrere un tratto che mi avrebbe portato via una decina di minuti a piedi, feci le prime due viuzzole camminando a passo deciso, ma senza correre. Dopo qualche centinaio di metri però optai per una corsetta, giusto perché sono poco coerente e mi ero già rotto i coglioni di camminare. Svoltai l’angolo e mi ritrovai a correre lungo una stradina chiusa alla sua fine al traffico automobilistico e che andava a finire su di una ciclabile che costeggiava uno stradone che scendeva perpendicolare, molto trafficato. Poco più avanti due donne, una avrà avuto sui 30 anni, l’altra doveva essere la madre. Io ero vestito con una specie di impermeabile alla tenente colombo, quelli classici da maniaco insomma, color beige, sottile. Ovviamente indossavo anche jeans, scarpe e tutto il resto, prima che possiate pensare male. Cominciai a correre senza badare alle due donne avanti a me solo di qualche decina di metri. Non so, forse sarà stato il look, o forse il fatto che cominciai a correre dietro di loro improvvisamente in maniera forsennata, ma sta di fatto che la madre accellerò toccando la figlia sulla spalla, per poi cominciare a correre. Io inizialmente avevo dato anche poco conto alla cosa e continuai a correre. Le due però man mano che mi avvicinavo acceleravano, poi la madre prese la figlia per la mano e quasi la trascinò. Guardai l’orologio e decisi che non potevo rallentare, però a quel punto mi ero anche accorto che quelle due donne mi avevano indubbiamente scambiato per un delinquente. Mentre correvano continuavano a guardarsi indietro per valutare la distanza. Lo ammetto, in quel momento mi preoccupai. Se fossero arrivate sullo stradone prima di me avrebbero potuto urlare, chiedere aiuto o altro e quella era una situazione in cui non avevo tempo e nemmeno voglia di trovarmi. Già mi immaginavo la folla inferocita pronta a placcarmi al mio passaggio, che si sa la gente quanto sia prevenuta in questi anni. E poi pensavo al tempo che ci avrei messo per spiegare, una volta placcato, che non ero un violentatore, ma solo uno che aveva fretta e che per sfiga si era trovato a correre dietro quelle due. Valutai le possibilità: cambiare strada non si poteva a meno di non ripercorrere la strada all’indietro fino all’inizio e poi svoltare, e non se ne parlava nemmeno. Rallentare avrebbe voluto dire arrivare dopo di loro, e a quel punto si sarebbe presentata l’eventualità urletta isteriche più folla con forcone pronta a placcarmi, e non ero così sicuro vista la mia sfiga che quel giorno avrebbe prevalso l’indifferenza come negli altri 364. C’era una solo possibilità a questo punto, l’unica che il mio genio macchiavellico potesse escogitare, e poteva concludersi con due risultati; la mia morte per sforzo ecessivo o la vittoria. Di cosa si trattava? Semplice, avrei dovuto raccogliere tutte le mie forze e tentare uno sprint micidiale per azzerare i 30 metri che mi separavano dalle due donne e poi per distaccarle sui rimanenti 50-60 metri che rimanevano a quel punto tra me e la fine della stradina. Una cosa che nemmeno Mennea in piena forma. Ma rimaneva l’unica via d’uscita, anche perché ormai ero davvero complessato e leggevo chiaramente la paura nel volto delle due. Potevo urlare Hey tranquille sto solo correndo da una amica..ma non avevo saliva in bocca, ne troppo fiato, e avevo pure paura che la mia voce le spaventasse ulteriormente. Raccolsi le forze e scattai, e per fortuna che erano due donne (non per sminuire) e riusci a superarle rapidamente. Mentre passavo al loro fianco superandole, mi guardarono con l’aria di chi si domanda: ma che cazzo fa questo? E’ un pazzo furioso! Io mi limitai a salutarle con un gesto della mano mentre novello beep beep sfrecciavo verso la fine della stradina. Non rallentai quasi all’incrocio sullo stradone, tirai dritto rischiando la morte, e solo una volta passato anche quello rallentai, anche un tantino spaventato, più per la paura dei placcaggi che per il rischio di essere investito da un bus.

La Morale – Ora, la morale quale è? Che è facile, molto facile travisare una cosa con un’altra, un’intenzione con un’altra, confondere la realtà, le situazioni. Ed è ancora più facile se questa confusione è alimentata dai media su cui ci informiamo e di cui spesso ci fidiamo. Magari non è il caso dell’esempio che vi ho fatto, magari tutti voi avreste agito allo stesso modo, ma sfido chiunque a dire di non essersi mai trovato in una situazione in cui per una serie di coincidenze, e pregiudizi anche in buona fede, sia stato portato a percepire una situazione se non di rischio quanto meno di allarme. All’inizio dicevo che ho ripensato all’episodio solo negli ultimi giorni. E’ successo dopo aver sentito l’intervista ad una signora in seguito all’ennesimo spostamento di alcune famiglie Sinti (se non erro). La sua paura era quella dello straniero e delle conseguenze che avrebbe evidentemente portato: furti, violenza, sporcizia. A seguito della dichiarazione della donna è stata mandata anche un’intervista ad uno dei sinti spostati in quella zona. Un signore sulla cinquantina, da trent’anni nel nostro paese, parlava perfettamente l’Italiano, in maniera composta, con un influenza dell’accento uguale a quella della signora. Pareva essere nato li. Le sua uniche preoccupazioni era quella della scuola per i bambini e quelle legate alle esigenze che la nuova logistica avrebbe imposto, oltre al timore di creare disagio alle famiglie italiane che li abitavano. La sua paura era la paura degli altri nei suo confronti. Probabilmente se quella donna avesse occasione di parlare con quel signore si renderebbe conto che le loro esigenze convergono, anche perché entrambi cittadini Italiani. Ecco, quella volta, mentre correvo la mia paura era la paura che l’altro avvertiva nei miei confronti e che io sapevo essere ingiustificata. Ma a quel punto è difficile convincerlo del contrario.

La paura -La paura è normale, è naturale e necessaria anche, perché può anche fermarci in tempo alle volte, ma può anche stimolarci a capirne le origini, le sue radici, e quindi ad arricchirci. Mi sono trovato così, mentre ripensavo a questa storia, a immedesimarmi anche se solo col pensiero, e in maniera non certo paragonabile, a quello che possono passare e provare tutte quelle centinaia di brave persone che in Italia sono giunte con le migliori intenzioni ma che ogni giorno vivono nella paura della nostra paura, che in minima parte è motivata, perché è nella nostra natura, ma in una percentuale molto alta è indotta dall’opportunismo sensazionalistico di certe voci mediatiche, ed è qui che secondo me si crea l’impasse, il vicolo cieco da cui poi è molto difficile uscire.

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