L’educazione non dovrebbe avere confini

Ho portato più volte su questo blog esempi della cronaca che parlavano di paura, razzismo, incomprensione da parte di una parte degli Italiani nei confronti degli immigrati, regolari o meno.

Oggi invece voglio raccontarvi di come l’arroganza e l’insistenza sono purtroppo faccende comuni al genere umano tutto. Due week end fa mia madre si trovava sola in casa, intorno alle 21.00 suonano al campanello una prima volta ma in maniera prolungata. Mia madre allora si è alzata dalla poltrona su cui era seduta e si è diretta al citofono. Abitando in una casa isolata in campagna preferisce, la sera, non affacciarsi direttamente in cortile per vedere chi c’è oltre il cancello come farebbe di giorno. Non le viene nemmeno data quella manciata di secondi per raggiungere il citofono che nuovamente riprende a suonare con insistenza, una, due, tre volte. Chi è? Chiede mia madre. Dall’altro capo un gruppo di ragazzi stranieri. Borbottano qualcosa sui campi attorno alla casa, ma non si capisce bene. Mia madre allora esce sulla porta di casa e guarda verso il cancello. Tre o quattro ragazzi Pakistani sono li davanti. Chiedono se è interessata ad assumerli per raccogliere la frutta nei campi adiacenti la casa. Quei campi però non sono nostri, e viene loro fatto presente. I ragazzi però non mollano. Se la terra è attorno alla casa deve per forza essere nostra, almeno così la pensano nella loro testa. Mia madre ribadisce che no, non sono nostri e che lei non può certo assumere gente per conto dei propietari del terreno. E chi sono allora questi padroni? Chiedono i ragazzi. Mia madre non lo sa, li conosce di vista, perché ogni tanto si son fermati a fare due chiacchere attraverso la rete che divide il perimetro della nostro cortile dai loro campi, ma non ha la minima idea ne di come si chiamino ne di dove sia la loro abitazione. E in ogni caso, sono le 21.00, anche se lo sapesse non darebbe nessun indirizzo ad estranei , e non perché siano questi ragazzi, ma per una questione di privacy. Il tono con cui vengono fatte le domande da oltre il cancello è quasi scocciato e molto arrogante. Si capisce che non credono a quanto detto loro. Mia madre allora dice loro che devono passare durante il giorno e che devono andare dietro alla casa passando per una stradina adiacente che li porterà sui campi, li con un poco di fortuna troveranno i contadini che ci lavorano, ma non assicura nulla, perché gli orari di chi lavora la terra non sono gli stessi di un impiegato di banca. Se ne vanno. Passa quasi una settimana, e venerdì scorso alle 9 di mattina suona il campanello. Mia madre non stava bene e quindi ci ha messo un po ad arrivare. Anche questa volta scampanellate continue, tanto che il suono si incanta e prosegue ininterrotto. Devono aver suonato così forte da incastrare il pulsante del citofono. Questa volta, già provata da una notte insonne esce già disturbata. Davanti si trova gli stessi ragazzi Pakistani della volta prima. Ci dai lavoro? Hai tanta terra intorno a te. Non ci crediamo che non è tua. Aridaje. Questa volta mia madre si scoccia e in tono meno cordiale ribadisce le stesse cose dell’altra volta. Allora chiedono nuovamente le coordinate dei propietari e nuovamente gli vengono esplicati i medesimi concetti. Mia madre fa anche presente, come la volta precedente, che in questo periodo raramente in quei campi si trova qualcuno alle 9 di mattina o di sera. Provino nel pomeriggio. Ma questi insistono in maniera molto ma molto arrogante e anche offensiva continuando a mettere tutto in discussione. Inizialmente, mi ha raccontato mia madre, stava pensando di agganciare i contadini non appena li avesse visti, per informarli di questi che cercavano lavoro, nonostante non le fosse piaciuto il primo incontro. Poi però quel modo strafottente che prentende che tutto gli sia dovuto e subito ha prodotto solo un levatevi dai maroni o la prossima volta che vi fate vedere chiamo i Carabinieri dopo che però IO ho aperto il cancello (che nel suo gergo di mamma suona come prima mi incazzo io e poi chiamo i carabinieri a salvare voi). Morale della storia, puoi anche essere migrante, ma se ti poni male con la gente, a maggior ragione, quello che puoi ottenere è un nulla di fatto e una porta doppiamente sbarrata. E’ vero che noi dobbiamo fare qualche passo avanti nell’accettare le differenze, ma pure loro in certi casi devono capire che non siamo tutti li con la bacchetta magica. L’educazione, come  la convivenza  e l’accettazione pacifica tra genti diverse, non dovrebbe avere confini. E invece no. E questo in alcuni casi purtroppo è un temibile deterrente all’integrazione

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