Quel ragazzo venuto col Gommone

Il Sabato appena passato mi è capitato di andare a Ferrara, al festival Buskers, quello degli artisti di strada. Nonostante la pioggia scesa nella prima serata, che ci ha accompagnati nel tragitto da Modena fino a destinazione, il cielo nel momento del nostro arrivo nella città Ferrarese ha deciso di graziarci, concedendoci, tutto sommato, qualche ora serena passata in mezzo a stravaganti quanto affascinanti esibizioni sparse per quella meraviglia che è il centro storico di Ferrara, in una cornice fantastica tanto urbana quanto umana.

La pioggia, che si sa, in queste occasioni tende a frenare l’impulso della gente a mettersi in viaggio, non ha invece sortito nessun effetto rilevante a giudicare dalla masnada di esponenti della varia umanità presenti. Dai giovani più trasgressivi alle famiglie fino alle coppiette di anziani. Capannelli di gente qui e la tutti accomunati da un sorriso di allegria e meraviglia sulla faccia. Almeno in questa occasione, crisi, escort e influenze sono rimaste qualche ora fuori dalla mente. Dimostrazione, per chi nutrisse tutt’ora qualche dubbio, che ancora oggi il magnetismo di un mimo o il fascino di un saltinbanchi riesce ad agganciare l’attenzione e l’emozione della gente tanto quanto accadeva nei secoli scorsi, al semplice prezzo della tua generosità (che varia solitamente dalle monetine ai 5 euro se sei veramente un filantropo). Altro che cinema 3D, occhialini, popcorn burrosi e colesterolemici e artifici sintetici vari. Tutt’altra cosa.

La serata, complice anche la pioggia di cui scrivevo poche righe fa, è stata fresca, battuta da una brezza abbastanza sostenuta ma sopportabile, anzi, rigenerante direi. E fino a qui la situazione in cui mi trovavo, la cornice insomma che fa da sfondo a quello di cui in realtà volevo parlare. Nel pomeriggio di sabato ci siamo trovati prima di partire per Ferrara al solito baretto d’ordinanza. La nostra base operativa potremmo definirla. Un localino piccino picciò in centro a Modena, gestito da una simpatica combirccola di ragazzi/e Moldavi.

Qui ho avuto occasione di cominciare a conoscere meglio A. uno di quelli che sarebbero stati i miei compagni di viaggio in questa occasione. Parlo di A. oggi, e non a caso, per due motivi. Il primo è che la sua storia mi ha fatto pensare all’attuale situazione Libia-Italia e secondo più banalmente perché prima non lo conoscevo se non di vista e la sua storia mi era sempre sfuggita. Facciamo qualche passo indietro, a quando avevo circa dodici anni, su per giù intorno al 95. Forse, se unite il dato cronologico al mio pensare alla Libia ci arrivate già da ora. Se oggi Tripoli e le sue coste fanno da sfondo inevitabile e drammatico alla cronaca, ricorderete che ieri, ossia circa 15 anni fa, ma anche meno, quello stesso ruolo lo occupavano città come Valona e Durazzo da dove con scadenza quasi regolare, che oggi farebbe impallidire trenitalia, partivano orde di Gommoni che trasportavano disperati dalle coste Albanesi a quelle Italiane.

Cambia il punto di sbarco (quando c’è) ma non la drammaticità delle storie da cui molte di queste persone provenivano. All’epoca c’era la stessa fobia, attenti all’albanese e allo slavo. Attenti! Ero un giovane pischello, ma mica scemo da non capire. Ed ecco che parecchi anni dopo, due percorsi di vita sicuramente differenti nemmeno minimamente paragonabili in mezzo, e ci mancherebbe, io ed A. ci troviamo quasi per caso, grazie ad una amica comune seduti nel tardo pomeriggio di un sabato di fine agosto allo stesso tavolino a bere un caffè e a fumare una sigaretta. Ad A. non ho chiesto di raccontarmi la sua storia, si capisce perfettamente che di parlarne non ha più voglia, e forse rimandare lontano quei momenti appare necessario. Ma, di tanto in tanto lascia sfuggire colori di quel quadro che racconta il suo passato, come l’incubo della traversata in gommone quando ancora era ragazzino. A. ha un paio di anni più di me, mica 50.

Oggi è integrato, nonostante qualche comprensibile problema, perchè se sei immigrato anche dopo parecchi anni la vita non è facile, oggi poi ancora meno. Ha amici, parla bene l’Italiano e veste decisamente meglio di me, il gusto in fatto di vestiti ed abbinamenti mi è sempre sfuggito. A. doveva essere parte di quella minaccia proveniente dal mare, nemmeno fosse stata la peste che viaggiava sulle navi tramite i ratti clandestini nelle stive nei secoli scorsi. Ricordate la Lega che voleva sparare ai gommoni? Oggi si limitano a fare in modo che non arrivino nelle nostre acque poi chi sarà ad occuparsene non è problema nostro. A. è stato fortunato, qualcuno forse ha scommesso su di lui. Forse lui stesso.

L’effetto di trovarsi a parlare con chi il dramma della traversata con relative traversie l’ha passato sulla sua pelle ti lascia sospeso nei pensieri alla ricerca del significato di giustizia, di quella che trascende quella giudiziaria e che si ferma prima di quella divina, se mai ce ne fosse una (di entrambe mi verrebbe da dire) e che andrebbe forse ricercato in quella umana, civile, fatta e portata avanti nella sua forma da quella moltitudine di uomini che vivono ognuno entro i propri confini ma che in fondo non sono poi molto diversi gli uni dagli altri, fatta eccezione per qualche trascurabile dettaglio che rende anzi l’incontro molto più interessante.

Dopo tutto per sorridere davanti ad un mimo non c’è bisogno di venire dallo stesso paese, di parlare la stessa lingua o credere nello stesso Dio. Basta guardare negli occhi e lasciare la mente libera di interpretare. E in fondo questo ci rende tutti uguali, molto più di quanto possiamo immaginare.

Mentre in auto andavamo verso Ferrara, sotto un diluvio benedetto dal signore che scaricava evidentemente le riserve avanzate dal gavettone da record fatto a Noè A. con una battuta ha detto che tanta acqua così forse non l’aveva presa nemmeno in quei 4 giorni di navigazione verso l’Italia. Abbiamo riso mentre sopra di noi una quantità spropositata di fulmini illuminava il cielo nero e giallo per la sabbia portata dal Sahara. Quasi un segno.

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2 pensieri su “Quel ragazzo venuto col Gommone

  1. fundim gjepali ha detto:

    noi albanesi abbiamo quasi la stesa storia da raccontare.io sonno venuto in italia con il gommone nel 1996.e dal 96 vivo a roma.riccordo bene bossi che diceva bisogna sparare ai gommoni.ma grazie a dio l’italia non e bossi..la maggioranza dei italiani non e razista.da albanese ti ringrazio che hai preso come esempio la emigrazione albanese per questo articolo.

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