Dal No Global al G20

mondo-sostenibile

Quello che si evince un po’ dappertutto è la stanchezza della gente, questa si reale, non come le promesse fatte e rifatte in questi anni. Ieri pensavo -e qui gioco forza andrebbe chiamato in causa Grillo nel bene o nel male se non altro perché lui certe cose già le aveva strillate- ad esempio ai casi Cirio e Parmalat, ma anche Telecom e ai tanti altri che nell’ultimo decennio hanno rovinato migliaia di persone ben prima che questa crisi arrivasse.

E allora la caccia al banchiere, al dirigente, gli assalti ai ristoranti e le proteste vibranti, qui e là messe in atto non solo dai contestatori di ruolo, forse vanno lette come l’estremo input lanciato a chi di dovere affinché capisca che o si cambia, sopratutto nel modo di relazionarsi con la gente, si chiede trasparenza non la Luna, o quello a cui si andrà incontro non sarà bello, ma giustificabile. Jean-Paul Fitoussi, economista, in una intervista su repubblica dice che

La chiamano in vari modi, ma le dico io cos’è. E’ una rivolta. Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa.

Quando la gente, tanta gente, si accorge di esser stata presa per i fondelli allora si organizza nel tentativo di dare una risposta forte che finisce per agglomerarsi fino a diventare boato. Ora, la cosa buffa è che molto di quello che poi è successo era stato preventivato. Io mi ricordo che dalla comparsa del movimento cosiddetto Noglobal, nella sua parte maggioritaria e propositiva formata da ong, gruppi di lavoro, associazioni, privati cittadini, studenti, studiosi, intellettuali e via dicendo queste cose si dicevano.

Si gridava l’urgenza di cambiare qualcosa nel sistema finanziario, economico. Si chiedeva un’economia sostenibile ed etica. Ricordate? Il modello utilizzato non andava bene, e avrebbe finito per creare danni.

Le fasce più povere della popolazione del pianeta già da parecchio stavano sperimentando sulla loro pelle i danni di questo sistema, e dove è stato possibile si è anche cercato di virare verso altre soluzioni sostenibili con discreti risultati, mentre buona parte dei paesi sviluppati, industrializzati non si sentivano toccati dal problema dal momento che le rovinose ricadute si sviluppavano catastrofiche solo nei giardini altrui del terzo e secondo mondo, se così li vogliamo chiamare.

Eppure c’era chi diceva che prima o poi la cosa si sarebbe ritorta contro lo stesso mondo sviluppato e i suoi cittadini. Ecco, direi che negli ultimi mesi abbiamo potuto verificare che tutto ciò non era insensato. Non erano le urla di quattro produttori di latte francese rancorosi, o di qualche punk anarchico come per tanto tempo l’informazione ha cercato di dipingere il movimento nel tentativo di delegittimarlo.

Era, in larga parte, la voce di chi sapeva, aveva intuito e cercava di mettere in guardia. Facciamo l’esempio del Giappone, che è quello che mi ha colpito di più, che negli anni, a partire dagli 80 direi, aveva finito per passare dal ruolo di debitore a primo paese creditore, tanto era forte la sua economia. Oggi se sentiamo le notizie provenienti dal sol Levante ci piglia un colpo. Bastava guardare gli indici delle borse passate dai tg. Una delle economie più forti e stabili del mondo era in caduta libera e senza l’immediata prospettiva di un paracadute.

Nei mesi passati, poco prima che il putiferio arrivasse anche in Italia, più volte ho sentito dire e ribadire che non vi era alcuna connessione tra la mancanza di economia etica e sostenibile e la crisi. Che erano due cose distinte, tutto era partito dall’America e dai suoi mutui. Come se ogni paese fosse stagno rispetto al resto del Mondo. Poco tempo dopo i primi lavoratori la pensavano in maniera leggermente diversa.

Tanto più che sarebbe bastato andare indietro di qualche anno, mica un secolo, per ricordarsi come i Crack da noi per poco non radevano al suolo l’Argentina. Alla faccia del paese stagno rispetto al mondo dico io. Dello sfacciato ottimismo adesso comincia a farne a meno anche Berlusconi, un po’ perché si avvicinano le elezioni e un po’ perché le bugie hanno le gambe corte, e chi meglio di lui può saperlo?

Non si può continuare a negare le correlazioni tra vari problemi secondo me. La Crisi è anche frutto di disparità sociali, di mancato rispetto dei basilari fondamenti democratici e di una mala gestione politica che si è via via andata generalizzando per il globo.

Questo “G” è stato obbligatoriamente strutturato a 20 (forse un po’ tardino) perché arrivati a questo punto nessuno può più fare a meno dell’altro, e questo potrebbe essere uno dei primi punti positivi. Rimane da vedere cosa ne uscirà fuori da questo G20, e cercare di capire se passata la tempesta il resto del mondo verrà nuovamente messo alla porta.

Annunci

3 pensieri su “Dal No Global al G20

  1. duhangst ha detto:

    Io rimango del parere che è il sistema economico stesso che ha bisogno di crisi per rigenerarsi.. Almeno questa forma di sistema economico e, questo succede non da adesso.. Nel secolo scorso ci sono volute 2 guerre mondiali per continuare a sostenerlo eppure tutti lo considerano, i grandi della terra per lo meno, il migliore modello economico possibile.. Io non ci sto capendo più nulla.

  2. Il Rompiscatole Di Provincia ha detto:

    Ottimo post, davvero ottimo.

    Lo condivido in pieno…è in linea con quello che sostengo nel mio blog.

    In risposta al post precedente: la crisi attuale è ben diversa dalle altre. Hai ragione a dire che il sistema ha bisogno di crisi per rigenerarsi, ma prima o poi si arriverà ad un punto di rottura, poichè anche se si uscisse da questo periodo senza rinnovamenti decisi, una nuova occasione si ripresenterà tra 5, 10 anni, in modo ciclico, finchè non avverrà una svolta nell’economia. Questa svolta non significa la caduta del capitalismo, bensì la dissoluzione dell’economia disonesta (chiamalo mercatismo se vuoi). Il capitalismo di Smith di per se non prevede i meccanismi disonesti che portano alla necessità di una classe poverissima e una ricchissima e disonesta. Serve un punto di svolta, e questa svolta deve arrivare dal basso. Non inneggio a una rivoluzione, ma alla coscienza che a fare il mercato siamo noi, i consumatori, e son le società che si devono muovere per venire incontro alle nostre esigenze. Attualmente, avviene il contrario: le società ci impongono delle esigenze. E questa è secondo me una delle basi del sistema corrotto e quindi delle crisi periodiche…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...