Certe cose della vita

eccomi di nuovo qua a scrivere. Avevo lasciato in sospeso con la promessa di parlarvi di babbo natale, o meglio dei babbi natali che sono tra di noi, tutti i giorni. L’episodio succede durante il primo giorno, Venerdì, del Veronafil. Il padiglione è pieno di gente che traffica, scambia, soldi, tanti, che girano qui e là alla faccia della crisi. La mattina scorre tra un cliente servito e una sigaretta fumata fuori in fretta per non lasciare troppo il banco sguarnito. Verso le 11 si avvicina al nostro banco, situato nel settore schede telefoniche, kinder e varie, uno dei responsabili dell’associazione filatelica scaligera che è l’organizzatrice del convegno. E’ un signore anziano, una bravissima persona. Viene da noi e con gli occhi luccicanti, vi giuro, ci chiede se abbiamo qualche cosa da regalare, visto che abbiamo un banco di più di 8 metri pieno di sorpresine, e cose varie. Lui sta portando in giro 16 bambini disabili mentali e fisici. Ormai è quasi natale. Uno potrebbe anche pensare che sia per far bella figura, ma tant’è, preparo 16 sacchettini con dentro 16 seriette da collezione stando attento a non inserire oggetti troppo piccoli. Poi con il sacchetto mi avvio alla ricerca dell’anziano signore che nel frattempo ha ripreso il giro col gruppo di ragazzi e coi loro accompagnatori. Li scorgo nei pressi dei bagni e lo avvicino, gli consegno il sacchetto e lui mi ringrazia quasi piangendo. Alcuni dei ragazzini mi guardano mentre il signore mi ringrazia e comincia a raccontarmi, mi sorridono da dietro le sue spalle, mi salutano divertiti. Vorrei andare via prima che troppa gente si accorga della cosa, primo perché non voglio feste ne altro, mi imbarazzano, secondo perché se un qualche collega si accorgesse di questa cosa la interpreterebbe come atto per avere vantaggi in una prossima fiera, cosa assolutamente non vera, ma la gente è sempre portata a pensare così, e in questo mondo vi garantisco che invidie e pugnalate alla schiena sono molto frequenti. Ma l’anziano organizzatore mi blocca, come ho detto, e comincia a raccontarmi che quando li ha accolti, all’entrata della fiera, ha pensato alle sue nipotine e a come giocano e saltellano e mi dice, gli si è stretto il cuore, poi mi dice che le famiglie di questi ragazzi non sono tutte benestanti, e in effetti nella mia, seppur breve, vita, ho avuto modo di conoscere gente che avesse a carico parenti o figli disabili e so per esperienza che purtroppo non è facile, dal punto di vista economico e soprattutto dal punto di vista mentale. E’ una sfida quotidiana, ogni giorno doversi confrontare con una realtà così dura, l’accettare questo stato, vivere con la coscienza che nella maggior parte dei casi si è soli a dover affrontare le difficoltà, nell’indifferenza della gente spesso, alle volte per paura. Mi è capitato a volte di sentire persone che fanno discorsi del tipo:” “mostrare compassione è peggio, perché mortifichi la famiglia, la fai sentire diversa e allora è meglio fare finta che tutto sia normale” ma così facendo, io credo, si rischia di far passare il tutto come una cosa accettata, nella norma. Come se la gente avesse paura, paura di mostrare un lato compassionevole, come se questo potesse in qualche modo indebolirla, e si cade così nella trappola, e diventa una indifferenza forse peggiore, perché si è consci del problema, ma per qualche strana ragione non lo si vuole affrontare e si finisce per infoltire la schiera degli indifferenti veri, quelli che tanto non è toccato a loro e quindi cosa ci possono fare? Nulla. E nulla fanno, se ne infischiano. Non credo poi che le realtà istituzionali, statali, regionali e provinciali che siano, abbiano tutti questi fondi per poter offrire valido supporto alle famiglie. Fanno quel che possono, ma i soldi investiti quanti sono? In Italia purtroppo da questo lato mi par di capire siamo ancora molto indietro. L’anziano signore mi parla quasi con rabbia mentre mi stringe il braccio, e mentre parla stringe forte. Le sue nipotine, mi dice, non è giusto ripete, mentre girava con loro, mi ripete, loro lo ringraziavano, continuavano a dirgli grazie signore, ma lui non faceva nulla, se non guidarli in giro tra gli stand. E il loro volto era felice veramente. Mi dice, è una piccola cosa, volevo fargli un pensierino. Nulla di speciale. Un ricordino per la bella giornata. Allora io gli dico che si, a vederli tutti esaltati e felici sono sicuro che stanno passando una bella giornata, sicuramente diversa. E lui mi guarda e mi dice: “no, la bella giornata è la mia. E’ davvero una bella giornata. Sono anziano, acciaccato, la mia gamba rigida mi fa male, ma oggi è una gran bella giornata”. Devo ammettere che mi ha spiazzato. Poi ho pensato ad una volta, qualche anno fa, quando con gli scout ero andato in una casa di riposo per anziani, molti senza famiglia, parenti, e mi sono ricordato che quando sono entrato si leggeva la solitudine sui loro volti, ma durante quel pomeriggio dovevate vederli, sembravano quindicenni ad una grande festa. E mi è tornato in mente di come quella volta anche io pensai che Bella Giornata che avevo passato, Io. Ricordo una vecchietta che sembrava apparentemente morta sulla sua seggiola mentre all’ora di pranzo le davo il brodino (stavamo dando una mano durante il pasto agli anziani) poi ad un certo punto quella si gira, mi guarda e mi fa: “a me il brodino a sempre fatto cagare”, cavoli, avrà avuto 90 anni, ma la voce era squillante, tanto che presi un colpo sentirla uscire da quella che apparentemente sembrava una vecchietta imbalsamata. Poi sorrise, allora le dissi che in effetti anche a me il brodino aveva sempre fatto cagare, e ci mettemmo a ridere. Eravamo complici in quel pensiero ribelle hihihi, fu divertente. Alla faccia di chi pensa che i vecchi siano rincoglioniti. Sti cazzi. Perché sono finito a parlare di anziani partendo dai disabili? Perché in fondo è un gioco delle parti, dove tutto si incrocia e si fonde, dove non esiste una ragione superiore o minore, un diritto prioritario di qualcuno rispetto a qualcun’altro, dove esistono di fondo due emisferi, quello degli emarginati (e con questo non intendo emarginazione fisica e di fatto, ma anche morale, e mentale nelle nostre teste, dove siamo noi in automatico ad emarginare determinate categorie per le più svariate ragioni) e quello dei non emarginati che poi saremmo noi, in fin dei conti. Ed è stupefacente vedere come all’interno del primo emisfero ci sia una solidarietà immensa, una compassione pura e sincera. Provate a pensare ad esempio a quanti anziani, soli, anche se in buona salute, prestano servizio, conforto e aiuto ai disabili o alle persone in difficoltà. Ci avete mai fatto caso? Con questo non voglio dire che non ci sia nessuno che si presta all’aiuto sociale, lungi da me, sono moltissimi per fortuna. Ma è anche vero che c’è una grandissima fetta di gente che pur senza cattiveria fa scattare nel suo pensiero strani meccanismi che di per sé emarginano determinate realtà, le emarginano proprio dal loro pensiero. Non c’è spazio nella mente per la difficoltà altrui. Alle volte c’è persino paura nell’aiutare qualcuno a far passare la carrozzella col parente o con l’ accompagnato che sia, magari si resta li immobili a vedere se ce la fa o meno, un po’ in disparte per non essere d’impiccio. Probabilmente ci si sente dentro delle merde, con un senso di impotenza che però non si vuole sconfiggere. Eppure basterebbe fare due passi in quella direzione, dire Le do una mano, e poi tornare alla vita di tutti i giorni. Non è un’operazione a cuore aperto. Eppure…. Durante le fiere che faccio, in parecchie zone del nord est e ovest Italia mi capitava spesso di incrociare una signora, sui 60 anni, con la sua carrozzella elettrica. La vedevo sempre sola, allora un giorno ci fermammo a parlare, le chiesi di dove fosse. Bologna mi disse lei. Parlando scoprii che da Bologna lei prendeva il treno e andava nella località dove si svolgeva la fiera. Da sola, specificò, erano 40 anni che si muoveva da sola, perché era l’unica soluzione. Si faceva aiutare solo a salire e scendere dal treno, e in qualche modo raggiungeva i quartieri fieristici. Un’eroina dei giorni nostri. Che va avanti nonostante tutto, quando noi ci fermiamo per molto meno. E allora alla fine di tutta la faccenda, in un turbine di pensieri mi veniva da pensare all’anziano organizzatore come ad un babbo natale e a quante cose non sappiamo, o non vogliamo sapere, perché in fondo certe cose della vita spaventano a morte, perché spesso si ha paura a confrontarsi col più forte, loro sono più forti, e noi ne usciamo sempre e comunque irrimediabilmente sconfitti.

La mia linea è ancora clandestina, sto lavorando per ripristinare, quindi la mia presenza in rete sarà ancora molto limitata. Buona settimana a tutti!

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