Il treno

Treno

La prima volta che ho preso un treno avevo all’incirca quattro anni, o giù di lì. Ora non ricordo con precisione. Mi ricordo però che si prendeva il treno con tutta la famiglia, destinazione Liguria, Chiavari, Varazze o giù di lì. Posti di villeggiatura defilati rispetto al grande business vacanziero. La classe, sul treno, era rigorosamente la 2°, in altro modo non sarebbe stato possibile.

Mi ricordo bene di quegli anni per via di un particolare, il catrame. Si, perché lungo alcune delle sassose spiagge mi ricordo dell’odore intenso di catrame, e tutti i sassolini neri e amalgamati. Era un odore intenso, simile a quello che riscoprirò più tardi nelle gallerie ferroviarie che verso la Liguria portavano e che ho attraversato per anni, con la testa sporta fuori del finestrino, incantato da quei su e giù ondulatori disegnati di bianco sul muro nero e buio premonitori di un mare che da li a poco avrebbe fatto la sua comparsa riempiendo i polmoni.

Da allora, da quegli anni ho sempre preso il treno, sempre più spesso. L’ho sempre considerato un mezzo pieno di umanità. Una sorta di metaforone della vita. Tutto corre lungo una linea, più o meno prestabilita. C’è un punto di partenza e ce n’è uno di arrivo, ma lungo il tragitto puoi scendere e, o tornare a salire, puoi intraprendere altri percorsi, c’è sempre il libero arbitrio nella decisione finale del percorso e nelle sue variazioni. Ci sono gli scambi, piccoli mutamenti di traiettoria, e ci sono i paesaggi e le stazioni, definitivi punti di arrivo per alcuni, intermedi per altri. C’è la gente che sale, così come la gente sale e scende lungo la tua di vita. Ci sono quelli che il biglietto non lo hanno pagato e di star li non avrebbero diritto, e ci sono quelli che per esserci hanno fatto di tutto, che il biglietto lo hanno preso, e la corsa a perdi collo per salire su quel treno l’hanno fatta, e ci hanno messo tutto il loro impegno e tutta la loro forza. Poi ci sono quelli che all’ultimo di salire non se la sono sentiti, che forse loro di treno aspettano quello dopo, forse per altre destinazioni, magari in senso opposto. Alle volte ti capita di osservare, mentre il tuo treno riparte da una stazione, persone che corrono trascinandosi dietro il bagaglio, inciampando con l’aria triste e sconsolata lungo la pensilina. Sono quelli che i treni li hanno persi, quelli che forse alle volte hanno atteso troppo o chi lo sa. Mi sono sempre chiesto cosa sarebbe stato di loro se su quei treni fossero riusciti a salire. E li vedi mentre il treno si allontana, li vedi fermi che lo fissano, mentre si fanno sempre più piccoli, finché le case fuori dal finestrino non lasciano lo spazio a campi, prati, montagne e colline e anche nella tua testa sono già un ricordo mentre cominci a fantasticare sulle nuvole che là in alto sfrecciano veloci.

Sul treno incontri gente. Sul treno sei in mezzo a tutto e a niente, fermo ma in continuo movimento, e non pensi mai nello stesso posto, perché è già passato.

In fondo su un treno ci siamo tutti, qualcuno è già sceso, qualcuno è ancora su, altri saliranno, un domani forse.

5 thoughts on “Il treno

  1. Sì, il treno è sinonimo di tempo che corre, di occasioni prese o perse. Anche se non credo che persa un’occasione bisogna disperarsi. Di treni feriali o festivi, comunque ne passa sempre più d’uno al giorno, figuriamoci poi in una vita intera.

  2. Questo post fa molto “Sliding doors”…
    Io ho uno strano rapporto con i treni, con i suoi passeggeri e con i posti che vedo dal finestrino: avendo viaggiato sia di mattina che di notte, posso solo dire che con questo mezzo di trasporto non esistono regole sulle emozioni e sui rapporti che si possono creare durante il tragitto.
    Per il resto: prova a farti 10 ore in notturna per giungere nel profondo sud e poi vediamo se ti viene la voglia di scrivere un’altra ode al treno! 😉

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