Con l’avvento di queste Olimpiadi si sentiva dire in giro che la Cina sarebbe cambiata, la Cina doveva cambiare. Era, dicevano, la sua grande occasione per dimostrare all’occidente le sue qualità.
Ma la Cina, con le sue repressioni anti Tibet, e con gli arresti nei confronti dei terremotati dello Sichuan e delle altre province colpite sembrava non volerne sapere. Anche sul fronte delle condanne a morte, degli arresti dei dissidenti e contestatori politici e giornalisti, non sembrava aver fatto passi avanti. Anzi! Proprio durante l’ultimo tratto del percorso di avvicinamento olimpico sono balzati nelle cronache, come grilli impazziti, i fatti di qui sopra. Quasi tutti assieme, a voler mostrare tutte le specialità in cui il regime cinese si diletta da anni. L’occidente scandalizzato gridava alla vergogna minacciando boicottaggi e ritirate. Anche nella società si propagandavano boicottaggi, “no, noi non guarderemo le Olimpiadi”, sentivi dire. E qualcuno lo scriveva. Di tanti era palese il dissenso, lo sdegno. Era una reazione più che giustificata nella coscienza di ogni singolo individuo, soggettiva e anche intima se vogliamo. Di tanti altri non ne ho mai capito il senso. Nelle stesse pagine, o discorsi, potevi trovare il richiamo al boicottaggio in favore dei poveri tibetani, e subito sotto <<viva Palestina e a morte Israele>>. Paradossi? Ti batti per il diritto di vita di un popolo e nel contempo auspichi la fine di un altro? Sinistrismi in cui non mi riconosco. Tornando poi al boicottaggio mediatico, avevo già espresso le mie perplessità, scrivendo che io le Olimpiadi le avrei seguite. E così ho fatto. Molti, di quelli che avevo sentito dire che avrebbero optato per il boicottaggio alla fine non sono stati coerenti, in un modo o nell’altro sulle gare ci sono finiti. Ne hanno parlato e in alcuni casi si sono pure esaltati dei risultati e delle sfide. La classe politica occidentale non mi pare abbia fatto granché, certo, è ovvio che i contratti commerciali, economici e via dicendo li hanno portati a casa. Contenti tutti. Persino gli atleti che prima di partire avevano promesso contributo e protesta se ne sono ricordati dopo, e ora gridano al mea culpa, al dispiacere e panzane varie, come la Granbassi. Allora meglio stare zitti. Così, alla fine di tutto ho pensato che mentre tutti noi aspettavamo e ci auspicavamo un cambiamento della Cina, come se un’olimpiade, e qualche annetto di preparazione possa cambiare decenni di storia così, non abbiamo pensato che prima di tutto avremmo potuto approfittare dell’occasione per cambiare noi, l’occidente. L’occidente ha il brutto vizio di pretendere il cambiamento degli altri, o di forzarlo, questo cambiamento. Con le buone o le cattive. Ma non si impegna mai a cambiare lui per primo. Come si può chiedere a uno di affrontare i promessi sposi, se noi siamo i primi a non saper leggere?


