La politica del “mi piace”

Ecco, a pensarci bene quella in vigore adesso in Italia, adesso e da qualche anno, è una politica che definirei del “mi piace” come il tastino di facebook. Accumula consensi sfruttando la viralità delle pulsioni del momento, quando non è lei stessa a crearle. Questa è una politica che non prevede nessun contratto sociale o politico con l’elettore, si accontenta di quel click sul consenso dato sull’onda dell’emotività, un click che poi molti si dimenticano di aver dato, ma che contribuisce alla sua diffusione, talvolta spasmodica. Cliccare sul mi piace non è come una promessa di matrimonio, non comporta una presa di coscienza sull’atto che si sta andando a compiere, e seppure all’apparenza possa apparire banale, in fin dei conti non lo è, perché contribuisce a mettere in moto e a mantenere in marcia quella macchina che oggi viene a sfondarci la recinzione del nostro giardino. La politica del “mi piace” si accontenta di un click sul consenso, dato senza troppo impegno o interesse e proprio per questo si permette di restituire una sintetica e inconsistente linea politica, giusta appunto per andare giustificare e gratificare quel consenso superficiale che accetta di essere rappresentato senza andare oltre quel click, click che in fondo è anche il suono onomatopeico che potremmo identificare nell’atto di accensione di un televisore. E la televisione è forse, più di ogni altra cosa, la culla della politica del “mi piace”.