E’ strano, perché ormai dovrebbe apparire evidente a tutti. Eppure incontri ancora qualcuno che nonostante tutto si ostina ad affermare che la crisi non c’è, o meglio, che è una questione astratta. Roba di numeri e di mercati finanziari. Cose da Wall Street o al massimo, per restare in casa nostra, da Piazza Affari. Perché il suo negozio, la sua attività va bene e anzi non è mai andata meglio e quindi dove sta il problema? Evidentemente sono gli altri che non sanno gestirsi. Cose sentite che mettono i brividi, cose di gente che forse non vuole ammettere a se stessa che forse è anche peggio, cose di cattiva informazione. Io non lo so. Quello che vedo e che sento però non è astratto. Quella che stiamo attraversando è una batosta che uccide, nel vero senso della parola. Lascia sul campo un numero di vittime tali che si direbbe quasi una guerra, una guerra di persone che non si sentono più tali, o forse proprio perché sentendosi fortemente tali decidono di non accettare più. Basta andare a leggersi qualche dato del rapporto Eures che parla di una media di uno / due morti al giorno. Non ci credete? Serve solo una veloce ricerca in rete per scoprire che ad esempio nel mese di Marzo i casi sono stati una decina. Ma senza andare così indietro, basta guardare ai giorni scorsi col tentativo di un ventenne l’altro giorno, o la storia di Lucia, 28 anni laureata ma precaria con una figlia piccola, la cui madre oggi ha scritto una commovente lettera. E ancora l’anziana di Gela a cui è stata ridotta la pensione o l’imprenditore ieri a Fano, e poi il 27enne che aveva paura dei debiti con Equitalia. Sono le storie dei “caduti senza lavoro”. E intanto sui giornali continuiamo a leggere di truffe, lingotti, diamanti, ruberie milionarie, di ripartizioni di rimborsi in soldi pubblici, proprio da parte di quelle persone che di risolvere questi problemi dovrebbero occuparsi e che invece con la mente e con il cuore sembrano davvero così lontani da un paese che in tutti i modi cerca di chiedere aiuto, anche con gesti estremi, e che invece di essere ascoltato viene ancora una volta umiliato.
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#nofreejobs: lavorare gratis non nobilita nessuno
Il problema del lavoro in Italia è serio, di quello giovanile poi non ne parliamo. Un problema che va inevitabilmente di pari passo con le abberranti manovre in campo di riforme dell’istruzione in tutti i suoi livelli. Consideriamo poi che la situazione non prende solo il nostro paese, un malcontento molto diffuso ha attraversato e attraversa l’Europa e non solo, portando la protesta dei giovani nelle piazze reali e in quelle virtuali. E’ un sistema che non favorisce le nuove generazioni nel mondo del lavoro, ma anzi ci incolonna in fila al casello per l’ingresso del nostro futuro. Persino un sindacato come la CGIL si è resa conto solo da poco, svegliandosi con un certo ritardo, che forse sarebbe il caso di estendere una tutela più concreta nei confronti di quel mondo lavorativo giovanile e degli atipici che oggi subisce e quand’anche volesse reagire gli strumenti poi mancano. Al festival di Internazionale la Camusso diceva:
«È chiaro che abbiamo sbagliato qualcosa, se gran parte del lavoro oggi è precario. Per anni l’obiettivo del sindacato è stato abolire la legge 30 del 2003. Invece, forse, avremmo dovuto pensare a contrattualizzare chi aveva una forma di lavoro flessibile. Abbiamo pensato: risponderemo loro quando cancelleremo la legge. Ma intanto il tempo è passato, i precari sono aumentati, e non si è fatto che dare risposta ai soliti».
E allora l’esasperazione sale e la voglia di reagire anche, e dire basta e denunciare, raccontare rimane al momento forse una delle poche armi a nostra disposizione, e il web è in questo senso un buon mezzo. In questa contesto è partito il rumore creato su twitter dall’hashtag #nofreejobs (che ha anche due account di riferimento nati poco dopo su twitter e su facebook) che invita tutti gli utenti a raccontare denunciare tutte quelle offerte ed esperienze lavorative che sorpassano il limite dell’umiliante, e che a sua volta è stato innescato dalla scintilla di questo post su wikiculture dove veniva denunciata una proposta di lavoro (legata al mondo del web) a dir poco sconcertante.
Ora per esperienza diretta, legata al lavoro sul mondo del web, potrei stare qui a raccontarvi parecchie “proposte” di lavoro che prevedevano sempre i famosi impegno, coerenza, determinazione ma mai un euro o poco più. Come se, faccio un esempio, una gestione dei social media, la stesura di articoli per il tuo blog, la creazione di una community o semplicemente il network di contatti e relazioni sulla rete che ti porti dietro e che hai costruito meticolosamente in anni fossero cose da poco, da tempo perso, quasi un hobby, che tanto lo fai già per i fatti tuoi e cosa vuoi che sia? E qui mi torna in mente il post di Federica Piersimoni sul valore del blogger, che magari non c’entra nulla ma anche si.
Eppure, lo ammetto, soprattuto all’inzio -che io a lavorare nel web ci son finto per caso- m’è capitato di accettare in virtù di quella retorica alla gavetta, che se non ti sbatti magari anche a gratis poi nessuno ti apre le porte. Il problema è che dopo che ti sei sbattuto anche a gratis le porte rimangono chiuse, semplicemente perché c’è un altro dietro di te che volente o nolente è disposto a farlo gratis. In un certo senso è un cane che si morde la coda, che noi stessi spesso abbiamo alimentato non potendo fare altro, e non solo nel campo del web (che tante volte non sento preso sul serio) o dei knowledge workers che è una categoria che prima o poi dovrà essere presa in considerazione inevitabilmente e di cui molti di noi a mio parere fanno parte ( qui vi rimando al sito knowledgeworkers.it e al manifesto)
Due esempi diretti: parlando con un’amica che faceva lo stage e si lamentava, giustamente, d’essere schiavizzata e non retribuita mi è sorta spontanea una domanda e le ho chiesto banalmente perché lo avesse fatto. La sua risposta è stata giustamente che quella era esperienza e che ad ogni modo se lei non avesse accettato qualcun’altro avrebbe preso il suo post non pagato soffiandoglielo. Il meccanismo appare perverso, ma assolutamente proficuo per i datori di lavoro. Manovalanza gratis, zero spese e ricambio veloce senza dover dare garanzia di assunzione. Vittoria al Lotto!
Altra amica, altro esempio: questa si ritrova con contratto a progetto di prova o qualcosa di simile (roba di pochi mesi comunque) ma sotto scadenza e in attesa di un possibile rinnovo, presso una multinazionale. C’è uno sciopero dei lavoratori di quello stabilimento ma loro, quelli con contratto a termine non vengono nemmeno avvisati dalla circolare. In ogni caso chi ne viene a conoscenza è messo davanti alla realtà che suona più o meno così: occhio, il tuo contratto scade, a breve la valutazione per il rinnovo quindi pondera bene le tue mosse. Si chiama ricatto, eppure non sono casi isolati.
Dagli stage schiavisti a certe tipologie di contratti che sono catene al piede senza garanzia alcuna c’è un sommerso di storie criminali ai danni dei giovani che piegano la testa e arrivano spesso ad azzuffarsi per un posto, gratis, costretti ad un lavoro precario, che fa venire i brividi. Ma dopo tutto basta ricordarsi, a proposito di lavoro precario, quanto diceva a Klouscondicio l’onorevole Straquadanio per capire la logica perversa di questo paese e della sua classe dirigente.
Morale, bisogna continuare a tenere la lente puntata su questo che a chi non lo vive può sembrare un problema mentre a quelli che ci sono in mezzo appare come l’ennesima sonora presa per il culo.
E ricordate che lavorare gratis non nobilita nessuno, nemmeno voi stessi.
Insomma: siate folli, siate affamati ma non siate fessi!
Cronaca precaria
Ora tutti i giornali e le tv mettono a titoloni cubitali questa cosa del precario di Montecitorio, SpiderTruman, così si fa chiamare. Tutti fanno a gara, chi per lodarlo chi per smontarlo, ma in ogni caso fanno a gara, perché parla (o ripete) delle cose dei politici. Sarebbe piaciuto vedere un tale interesse anche per tutti gli altri: i cassaintegrati, quelli dei call-center, i pastori sardi, quelli sui tetti delle fabbriche o sulle gru, quelli che poi son finiti costretti a rubare, quelli che la colpa è non essere italiani ma si fanno un mazzo da schiavi a quintalate di casse di pomodori per qualche euro al giorno, quelli che sfiancati e ignorati da tutti hanno finito per togliersi la vita e quelli di cui non abbiamo mai sentito parlare perché alla fine fa notizia per due giorni e poi si passa avanti.
La scelta di Paola
Paola Caruso ha fatto una scelta, estrema, come ha scritto qualcuno. Una scelta dettata dall’esasperazione. La storia ormai la conosciamo tutti. Se ne parla ormai da quattro giorni, giorni passati da Paola senza assumere cibo. Quello che Paola ha fatto ha attirato l’attenzione, e ha suscitato dibattito, alcuni a favore, altri contrari, certi altri dubbiosi sulla valenza e le motivazioni. Il punto però è che se ne parla, nel bene e nel male, ma se ne parla, e in fondo era questo io credo l’obbiettivo che sta all’origine di tutto: l’attenzione. Ora l’attenzione c’è, sempre nel bene e nel male. Ripartiamo da qui, magari facciamolo uscendo anche dalle parole scritte, come qualcuno ha proposto, mantenendo alta l’attenzione su di un problema che non colpisce solo Paola, ma tanti altri Italiani e non in questo paese. Io la volontà ce la metto e sono sicuro anche tutti quelli che in questi giorni ti stanno sostenendo, ma tu Paola, che non sei certo una persona sprovveduta, devi interrompere, per favore, questo sciopero della fame un passo prima del tuo limite, perché sapersi fermare in tempo non è segno di debolezza o di sconfitta, ma tutt’altro.
La tensione dei fatti
In questi giorni mi sono sforzato di capire, ma sinceramente non mi è riuscito. Stamattina sentivo parlare di anni 70 alla televisione, di strategia della tensione, poi ho sentito parlare della bomba alla bocconi e del FAI (Federazione Anarchica Informale), poi ho sentito additare giornali e giornalisti come terroristi, addirittura coloro che hanno armato idealmente la mano del fromboliere di piazza Duomo, il signor Tartaglia.
Ho sentito dire che l’azione del FAI è un fatto a se stante, non riconducibile ai fatti di questi giorni, e subito dopo ho sentito dire che però forse alcune uscite dell’opposizione hanno sicuramente avuto un ruolo istigatore. Ho sentito parlare di Facebook, e della rete in generale, descritta come un covo estremamente pericoloso, addirittura peggiore se paragonato ai gruppi e alle azioni estremiste di quegli anni.
Ho sentito richiamare alla calma, ma subito dopo il presidente del senato faceva uscire dalla sua bocca parole mica tanto in sintonia con quel concetto, quello di calma, dai toni bassi. Poi, dulcisinfundo ho sentito parlare di patto democratico. Allora ho pensato che se serve un patto democratico è forse perché l’idea di democrazia è andata a farsi benedire, forse dico. Ho percepito molta confusione. Tanto che ho anche pensato che forse non siamo noi a non sapere quello che vogliamo, ma sono loro, i politici, che non hanno molto chiara la direzione che andrebbe presa.
Oggi alcuni dati davano ulteriori 500.000 lavoratori lasciati a casa. Forse è questo, più della bomba, ad esempio, una di quelle cose che contribuisce a creare tensione nel paese. La butto li. Alla fine ho l’impressione che nessuno in fondo voglia questo patto democratico, così come nessuno ha intenzione di sedersi alla tavolo delle riforme. Poi magari sarò smentito, magari! Io non ho vissuto gli anni 70 e la strategia della tensione, quel che so l’ho letto dai libri, l’ho studiato sui banchi di scuola e l’ho visto alla tv, ma a grandi linee non mi pareva nemmeno il caso di tirare in ballo un periodo che, almeno per come stanno le cose ora, non ha nulla a che vedere con quello che succede oggi.
Su La7 nel primo pomeriggio seguivo quel nuovo programma “così stanno le cose”. Un ragazzo intervistato ha detto che quest’anno ci sono stati circa mille morti sul lavoro, e che quello poteva essere definito terrorismo. Aveva ragione. E intanto tutti, media e poltici, dicevano che bisognava concentrarsi esclusivamente sui fatti e non sulle teorie, sulle illazioni. Così mentre loro si concentravano sui fatti, ossia le polemiche tra becchini della politica e le bende sulla faccia del Berlusconi in mezza Italia andavano in scena molteplici manifestazioni di lavoratori che ancora aspettano una risposta, una convocazione dal governo per aprire un tavolo di discussione e trattativa.
Alcuni erano li sotto la neve, altri manifestano da novembre davanti al ministero dormendo dove capita. Loro, che il lavoro lo hanno perso o lo stanno perdendo, e intanto quelli che di soldi ne hanno fatti, e tanti, e poi come per magia li hanno fatto sparire, aspettano che da palazzo arrivi una proroga allo scudo fiscale, alla facciaccia di quelli che stanno sotto la pioggia a suonare campanacci aspettando che qualcuno che conta gli apra la porta. Solo un tg oggi però ne ha parlato con un servizio di poco più di un paio di minuti.
E’ questo che secondo me, più delle bombe del Fai (che per altro le piazza da anni e non da ieri, ma prima non se le è mai cagate nessuno) aumenta la tensione. Se si vuole parlare dei fatti e dei problemi reali si proceda, che certo non mancano. Ma non ci si venga a tirar scemi che dopo un po’ ci rompiamo i coglioni pure noi