L’altro giorno dopo aver appreso della morte dell’alteta georgiano in quel tragico incidente ho pensato che durante la cerimonia d’apertura dei giochi olimpici vi sarebbe stato quanto meno un rinvio, una revisione dell’ultimo momento per renderla un po’ più sotto tono. Era dopo tutto uno di quegli eventi che viene seguito da miliardi di persone. Nulla di tutto ciò, solo un minuto di silenzio e lutto al braccio della rappresentanza connazionale dell’alteta e qualche lacrima di coccodrillo da parte dei capoccia olimpici. La risposta a questo atteggiamento è forse da ricercare in quella miliardata di spettatori incollati davanti allo schermo tramite cui sponsor, appaltatori e istituzioni dialogano e presentano il risultato finale (iniziale) dei loro investimenti e delle loro fatiche. Il biglietto da visita al mondo. Li per li mi sono indignato ripromettendomi di non seguire la programmazione degli eventi olimpici. Ma ieri sera intorno alle 24 mi sono ritrovato con alcuni amici davanti alla tv a seguire le gare che si svolgevano proprio sulla pista incriminata tifando per gli azzurri in gara. Non ci avevo nemmeno fatto caso. La normalizzazione della tragedia è ormati talmente penetrante nelle nostre vite da riuscire a cancellare in pochi attimi l’indignazione per l’irrispettoso atto. E, come mi ha fatto notare cinicamente (ma quanto mai veritiera come cosa) una mia amica, chissà quanta gente ieri si è messa a guardare quelle gare pensando magari di veder schizzare via qualcun’altro. Un po’ come nelle competizioni di formula uno dove cert’uni si guardano la partenza nell’attesa dell’incidente salvo poi cambiare canale dopo il 3 giro quando ormai si da per assodato che non accadrà più nulla di rilevante, e di chi vince poco importa perché non è ormai più di tanto funzionale allo spettacolo. Già, spettacolo: quando la tragedia viene normalizzata e trattata come semplice elemento funzionale alla competizione degli ascolti.
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Se ne sentiva il bisogno del Bianco
Avevo scritto un post umoristico con tema la morte 2.0, come i servizi social che usiamo avrebbero rilanciato la notizia della nostra dipartita. Poi però succede che apri i giornali, che ti guardi attorno, che di vita e di morte se ne parla tanto, ultimamente troppo. E allora ti scopri a non avere poi tutta questa gran voglia di far dell’ironia, dell’umorismo. E’ vero, bisogna saper guardare avanti, e riderci su. Ma non sono tipo, o meglio, sono il tipo che fa ironia su tutto, senza troppi problemi, solo che ultimamente mi cadono le braccia. Io parto anche predisposto a scrivere la burlonata, ma poi non ci riesco. E’ più forte di me. Ultimamente mi è difficile riderci su, in generale. Anzi, non c’è davvero nulla di cui ridere, nulla che ti porti anche solo lontanamente alla voglia di ridere e scherzarci su. E allora è meglio restare qui, e guardare questa nevicata che imperversa sulla campagna. Le macchine tacciono, i campi si estendono all’orizzonte col primo bianco che li copre. Bianco, si, se ne sentiva il bisogno del bianco. E tutto è sospeso, come tra vita e morte, giustizia e ingiustizia, ora, è silenzioso, d’un silenzio che ci voleva sopra tutto questo baccano che non porta mai a nulla. Solo qualche uccellino che starnazza chissà dove tra gli alberi del cortile. Cade la neve, anche lei, e non è tragica, non è fatalità. E’ bianca, e di bianco se ne sentiva davvero il bisogno