Breve storia di una foto

Mesi fa scattai questa foto, con il consenso della mamma ovviamente. Per svariate ragioni non me la sono mai sentita di pubblicarla (fino ad oggi), forse per una sorta di pudore che mi consigliava di non gettare nel calderone della rete, alla mercé di tutti, il volto di una bambina che non poteva darmi il suo accordo, esprimermi la sua volontà in un senso o nell’altro. Ho resistito, nonostante la prepotente voglia di condividere quel sorriso così genuino, non ancora intaccato dalle dinamiche della vita di adulti. Me lo ricordo ancora, il momento in cui si girò ferma a fissarmi, con la faccia che esplodeva in quel sorriso gratuito senza pretendere nulla in cambio. Decisi di immortalarlo, quel faccino che viaggiava nella seconda classe assieme a me. Poi rimase li per mesi, accantonata assieme ad altre mille foto che non hanno più visto la luce. A fine ottobre spulciando le cartelle con le foto è tornata fuori. Erano giorni un po’ depressi, così decisi di usarla come desktop, perché la mattina quando accendevo il computer mi faceva stare bene, incominciavo la giornata con un sorriso. Quando arrivarono poco più avanti le vicende di Roma, e quella delle classi di Trenitalia e gli ennesimi gesti xenofobi mi ritrovai a pensare a quel viaggio, a fissare quella foto, a capire che, nonostante tutto c’è sempre un briciolo di bellezza a questo mondo. Qualcosa per cui vale ancora la pena alzarsi, indignarsi, protestare. Qualcosa per cui valga ancora lo sforzo a sorreggere, davanti a tutte le brutture, il vessillo della straordinarietà umana nelle sue meravigliose differenze. Così, ieri notte mi sono addormentato pensando che se fino a quel momento non avevo mai avuto il pudore di non postare cose brutte allora non avrei dovuto averlo nemmeno nel postare quelle belle.

La “musica” condivisa di Kwame

Questo post era stato scritto nella scorsa primavera, ma per una qualche ragione (forse dimenticanza) non l’ho mai pubblicato. Lo faccio oggi.

Giovedì, ultimo treno disponibile della giornata, da Milano Centrale a Modena. Ore 21.30 circa.

La carrozza di seconda classe del regionale è praticamente vuota quando prendo posto a pochi minuti dalla partenza. Un secondo prima della chiusura delle porte saetta nello scompartimento un uomo che prende posto nel seggiolino di fronte al mio. E’ ancora concitato, deve aver corso. Inizialmente non presto molta attenzione, preso come sono a smanettare sul mio smartphone. Scrivo mail di lavoro, ascolto musica, controllo qualche aggiornamento sui vari social, sbrigo l’immancabile check-in su foursquare. Routine. Il treno parte nel silenzio assonnato dei pochi viaggiatori. Mezz’ora dopo ho finito di scrivere mail e affini. Mi rilasso sul seggiolino lasciandomi coccolare dalla musica che mi entra nelle orecchie. Solo in quel momento il mio sguardo si posa con più attenzione sul mio dirimpettaio di viaggio. Non ha nulla di eccezionale, è un uomo: due occhi, un naso, una bocca, due gambe e due braccia. Come me, nulla di diverso e tutto nella norma ad una prima occhiata. Quello che però cattura il mio sguardo è il suo placido ma gioso dondolare la testa, che pare in balia del movimento ondoso dettato da spalle e collo sotto l’impulso di un paio di auricolari. E’ un movimento che gli viene naturale, ancestrale. Qualcosa di arcaico. Mi ritrovo a fissarlo quando con lo sguardo comincio a seguire la traiettoria degli auricolari. Finiscono in un walkman. Non ne vedevo da dieci anni. Il contrasto tra i cavi che collegano le mie orecchie all’iPhone e quelli che collegano le sue al walkman è stupendo. A quel punto  la mia curiosità, come sempre, vince. Con un rapido movimento spengo la mia musica. Ero assolutamente determinato a scoprire cose stesse ascoltando. Ma non ero sicuro di riuscire. La fortuna invece è dalla mia. Anche attutita la musica oltrepassa comunque gli auricolari. Intercetto una sonorità estremamente ritmica, percussioni, forse dei capanacci, e qualcosa che assomiglia ad un corno. Sento anche una litania, una cosa a metà tra cantato e gridato. Ha un non so che di atavico, penetra dentro anche così. Kwame (così si presenterà poco dopo) si deve essere accorto che ormai, ed in maniera piuttosto maldestra e palese, sto cercando di capire cosa ascolta. Si sfila uno degli auricolari e me lo porge esibendo un sorriso a 32 denti bianchissimi -avorio scintillante di altre terre dove il sole si esibisce al tramonto e la terra è vita fragile- che mi fa pensare da primo che dovrei smettere di fumare. Faccio complimenti, sono imbarazzato e arrossisco come mai. Tieni, mi dice, è fatta per stare assieme per unire. Non la chiama mai Musica. Spesso non esiste, in alcune zone dell’ Africa, una parola per definirla, talmente inscindibile è dal vivere sociale, parte integrante dell’essere comunità, qualcosa che è dentro, facente parte e tanto basta. Non serve altro, non c’è necessità di definire, incasellare. Kwame, che è Ghanese, Ashanti, è nato 1974, e il nome che porta (scoprirò poi cercando per curiosità sul web) ricorda il primo presidente del Ghana nella sua storia indipendente, il primo ad ottenere l’autogoverno.

Scopro anche che Francis Nwia-Kofi Ngonloma (o Kwame Nkrumah ), il presidente, è morto nel 72, poco prima della nascita del mio vicino di posto. Un nome penso, che ha un certo peso. Il mio compagno di viaggio mi spiega che quella “musica” o meglio la danza che si vibra su quelle sonorità si chiama Adowa, o qualcosa del genere. Ha, da quel che capisco, una origine legata alle cerimonie funebri, per loro importantissime. Eppure è così viva, sprizza vita, quasi gioia. Il contrasto, eccolo di nuovo. Mi dice che gli piace l’idea di condividerla, perché ha più senso se non si sente da soli ma in compagnia, assieme, comunità, salta fuori ancora. Vuole condividere, lui, con me, quel ritmo così antico, che sa di piedi battuti, corpi sincopati che alzano onde di terra rossa, di donne e uomini che pur frugali appaiono sempre con eleganza principesca, regale, avvolti in teli rossi o neri, anche quando il tempo e la vita sono stati inclementi con loro. Leggeri, sotto le nuvole di un cielo che si perde. Kwame con il suo walkman, che mi spiega usare perché quella registrazione l’ha solo su quella vecchia musicassetta, registrata un tempo che tornò al suo paese, tanti anni fa, quel giorno che tutti nel suo paese si radunarono e ballarono e suonarono e condivisero e lui registrò e da allora se la porta dietro, perché, mi dice, così posso tornare a casa ogni giorno, quando voglio, anche qui, anche ora. Kwame nel suo completo grigio, su misura, elegante, uomo alto e robusto occhi allegri che posso ora immaginarmi in un fascio di muscoli tesi, massaggiati dal riflesso del sole mentre i piedi si perdono in un labirinto di movenze di un tempo lontano, che affondano sulla terra secca a cercare vita anche quando la vita, come la definiamo noi, non c’è più. Come la “musica” che non ha definizione, perché è, tutto attorno, dentro, permeante, così la vita a suo modo. Interrompe uno squillo di telefono, Kwame estre il suo smartphone da una valigetta che ricorda quella degli avvocati. Risponde, nell’altro orecchio ancora l’auricolare. Stazione di Parma, annuncia l’interfono sul vagone. Kwame si alza, ancora il telefono nell’orecchio. Si gira a incrociare il mio sguardo. Mi accorgo solo ora di quanto sia alto. Un colosso.

Mi regala ancora quel suo sorriso a 32 denti bianchissimi, avorio scintillante di altre terre, dove il sole si esibisce al tramonto e la terra è vita fragile, dove i piedi alzano onde rosse e la musica non si chiama musica ma è, e tanto basta.

Generación Y, Notizie da Cuba – Pisa, Venerdì 3 dicembre

Gordiano Lupi, curatore della versione italiana del blog di Yoani Sanchez, Generación Y, mi segnala, nei commenti al post sul documentario Voci Cubane, il seguente incontro che io più che volentieri segnalo per bene in questo post:

Venerdì 3 dicembre – ore 17.30
UNIVERSITA’ di PISA
FACOLTA’ di GIURISPRUDENZA
Aula Magna Storica

GENERACION Y
NOTIZIE DA CUBA

Interverranno

Gordiano Lupi – collaboratore de La Stampa e traduttore di Yoani Sanchez
http://www.lastampa.it/generaciony

Andria Medina – blogger cubana in Italia

Achille Totaro – Senatore della Repubblica Italiana

Prof. Marcello Di Filippo – Università di Pisa

e in collegamento telefonico da Cuba

YOANI SANCHEZ

Blogger indipendente, Premio Ortega y Gasset, autrice di Cuba libre (Rizzoli)

 

Una lezione di vita

Un paio di giorni fa, dopo esser tornato da Bologna dove ero andato con alcune amiche per l’apertura dei saldi, mi sono ritrovato in casa di mio padre un signore sui 40 anni, che dopo poco ho inteso provenire dall’est europa. Era in maglietta, nel corridoio di passaggio tra l’abitazione di mio padre e quella di mia nonna. L’ho trovato che armeggiava intorno al vecchio BoIler dell’acqua che era in bagno. Stava smontando alcuni tubi dal vecchio aggeggio. Quando mi ha visto entrare mi ha salutato con un sorriso chiamandomi per nome, il che mi ha preso in contropiede non sapendo il suo nome e non avendolo mai visto. Ho ricambiato con un cenno imbarazzato e l’ho quasi scavalcato per passare in casa di mia nonna.

Poco dopo ho scoperto che era il cugino della signora moldava che per qualche anno ha badato alla Nonna negli ultimi e critici momenti della sua vita, fino all’ultimo secondo, e adesso tiene dietro alla sua casa e a quella di mio padre che è fuori tutto il giorno per lavoro. Passando nell’altro appartamento ho notato un grosso scatolone, in cui ho sbirciato intravedendo il sostituto del vecchio Boiler. Ho scoperto che il signore lo era andato a comprare e lo aveva portato fin li in bicicletta. Non ho osato nemmeno immaginare. La signora gli aveva detto che il vecchio perdeva, e lui seduta stante ha cercato di sistemarlo, ma essendo ormai giunto al capolinea, il boiler, ha inforcato la bici ed è andato, non so dove, a prenderene uno nuovo. Visto che con quello io ci faccio la doccia calda mi è sembrato il minimo, nonostante la mia piccola figura esile, dargli una mano, anzi due. Così, con i piedi massacrati dalla camminata bolognese (mai più l’apertura dei saldi in una città con più di 200.000 abitanti e per giunta con due donne) e il fiato ancora corto mi sono messo all’opera. Abbarbicato sulla scaletta io, in piedi lui, lo abbiamo issato una volta al muro, in alto, poi ammainato e ri-issato almeno 4 o 5 volte perché c’era sempre qualcosa che perdeva nei tubi di collegamento che entravano nel muro e portavano l’acqua nel boiler. Dopo aver provato guaine, e aver svuotato e riempito l’aggeggio svariate volte, di cui un paio ci hanno letteralmente allagato, bagno compreso, siamo riusciti a isolare il punto da cui perdeva, cioè dove il tubo si avvita al Boiler, grazie ad un mio stratagemma che nemmeno MacGyver: ho preso due sottili fili di corda di canapa e della cera per pavimenti. Ho passato i filamenti di canapa intorno alle scanalature per avvitare il tubo, poi l’ho fissata spalmandoci sopra cera da pavimenti. Non so nemmeno io come mi sia venuta in mente questa cosa, ma tant’è.

Questo però non è il punto che vi voglio raccontare, ma solo a grandi linea la descrizione della situazione. Quello che vi voglio raccontare è ciò che pensavo mentre tutto questo succedeva. L’infinita serie di fatti che ha fatto si che io mi ritrovassi li con questo signore dell’est europa che conosceva il mio nome e mi sorrideva come il più caro degli amici, mentre con una cagna stringeva i bulloni che fissavano i tubi del boiler, e io li, quasi ammirato che osservavo mentre tenevo stretto questo tubo, o quell’altro. Per un momento mi sono sentito come uno di quei giovani apprendisti di una volta che osservano il mastro bottegaio per apprendere il lavoro, e l’aver trovato la soluzione alla perdita mi aveva quasi esaltato pensandomi al giudizio dei suoi occhi. Cose strane. Con mio nonno, ho pensato poi in seguito, succedeva la stessa cosa, ma questa forse è un’altra storia, anche perché non era certo mio nonno costui. Mentre l’osservavo imprecare ridendo contro il maledetto bolier mi tornavano in mente, non chiedetemi perché, alcuni operai siciliani che anni addietro avevano lavorato nella ristrutturazione della vecchia villetta che avevamo a Modena. Le movenze, le braccia nude e e robuste e il modo di fare erano gli stessi, eppure quest’uomo biondo e stempiato e dal forte accendo esteuropeo veniva dall’ex cortina di ferro, mentre gli operai di tanti anni fa provenivano dalla calda Sicilia. Eppure la similitudine era impressionante, fratelli divisi dal destino. Forse gli scopi che si tenta di perseguire con tanta caparbietà e onestà rendono ai nostri occhi gli uomini più uguali di quanto potremmo mai immaginare. Ad un certo punto mi sono ritrovato a fissare le sue mani: erano sporche, ma non di uno sporco dato dalla trascuratezza, era uno sporco quasi nobile che non stonava assolutamente in quel momento e su quelle mani. In quel momento ha alzato lo sguardo, poi ha guardato le mani, che si è portato quasi ad altezza della faccia girandole di poco su loro stesse, mentre le osservava con estrema perizia. C’era un che di regale, pomposo in quel gesto e nei suoi tempi. Ad un certo punto si è girato verso di me e mostrandomele ha detto: quando le mie mani sono così, alla sera, quando rientro a casa, vuole dire che posso andare a letto avendo rispetto per me stesso.

Ci ho messo un po’ a capire cosa intendesse, ma poi è stato come un pugno emotivo allo stomaco. E non tanto per quello che aveva detto, anche, si, ma per come lo aveva detto. Questo signore, che in quel giorno poteva starsene a letto, era li alle sei di sera che armeggiava per riparare il mio cesso. Ho poi scoperto che ci aveva lavorato dalle 10 di quella mattina, prima provando a riparare il vecchio boiler, poi andando a comprare e montando quello nuovo. Io invece alle 10 ero già a Bologna a cazzeggiare, e a casa ero rientrato solo alle 17.30 del tutto spensierato. Poi mi ha chiesto cosa facevo nella vita. Ho cercato di spiegarglielo a grandi linee. E nel tempo libero? Ho risposto che scrivevo su di un blog. Avrei voluto rispondegli che scrivere ciò che pensavo era forse l’atto di maggior rispetto che potessi avere nei miei confronti. Ma prima che potessi proseguire ha ribatutto un po’ amareggiato che ero fortunato ad avere del tempo libero, che lui, da quando era venuto via dalla Moldavia era invecchiato di tanti anni, che se fosse riuscito a riposarsi non gli avrei dato i 50 anni che gli avevo affibiato quando mi aveva posto il quesito. Ho preferito evitare allora quella baggianata ad effetto, buona solo per chi vola con la mente e le mani non le usa poi forse così tanto. Il mondo è un’altro, molto spesso. E li le mani si sporcano davvero se ci si vuole addormentare con la dignità e il rispetto di se stessi. Non so se sia stata una lezione di vita, ma forse dovrei fare in modo che lo diventi. Scriverne intanto è un modo per fissarlo, così la scusa della poca memoria avrà vita dura e in futuro magari mi ricorderò di fare meno lo schizzinoso quando il rischio di sporcarsi le mani mi metterà davanti alla scelta…

Emilia alcolica o diabetica? Questo è il dilemma

last drink 2.0 By Fran Fiorini

« Io ne ho digerite ieri di cose che voi umani non potreste immaginarvi. vasche da combattimento zeppe di dolciumi in fiamme al largo dei bastioni di Bologna, E ho visto i raggi B (come budino) balenare nel buio, vicino alle porte del mio stomaco. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…ossia, nel mio wc, come lacrime nella pioggia. È… tempo… di evacuare »

Insomma, l’Emilia alcolica a Bologna. Come da copione.

E già il nome dovrebbe suggerire tot numero di blogger con tot numero di bicchieri, un tempo pieni d’alcol, e ora vuoti davanti a loro. E più o meno così è stato. Se non fosse che c’è anche un però in tutta la faccenda, col compito di renderla più interessante e ai limiti del mitologico. Però, appunto, il bello è venuto dopo. Diciamo nella parte più gastronomica della serata. Quando lo stomaco è bello che aperto e qualcosa sotto i denti lo devi pur mettere. Ecco, dopo l’antipasto (che definirlo antipasto mi sembra un insulto al 80% della popolazione africana) è arrivato il dessert, che a noi ci piace così, virtuosismi culinari, estroverse stravaganze e tante fotografie alla cdc..che non è l’alternativa alla ggd, ma semplicemente sta per a cazzo di cane. Un numero spropositato di portate zuccherine, e non scherzo mica quando, nel cimentarmi in questo resoconto, vi parlo di torte intere, bacinellone stracolme di cioccolata fusa, ciotole contenenti abbondanti quantitativi di mascarponi, mousse di cioccolata, torte gelato e ciliege, perché diciamolo, dopo un pasto a dir poco insalubre quel che ci vuole è la classica ciliegina sulla torta o pucciata dove meglio vi aggrada, giusto per dire che noi la frutta la si mangia, che fa bene, depura…è salutare. Da alcolico questo incontro è finito a rischio diabete. Ma a noi ci piace così, il rischio è il nostro mestiere, e lo facciamo pure male. Alla fine di tutta la faccenda la serata, come sempre in questi casi, è stata piacevole, ed è passata fin troppo veloce tra pere di zuccheri, chiacchiere facete ed esplosive rivelazioni. Tutti i blogger, si dice, hanno pronto un coccodrillo per livefast…chi lo avrebbe mai detto, gli scolaretti di simplygiulia sono dei bolscevichi reazionari che non hanno il minimo rispetto per l’autorità tranne quando simply indossa baffi staliniani ed entra in classe con lo sguardo che grida Gulag per tutti. Bologna non è più la rossa Bologna, ad ogni angolo sbucavano fuori cortei del pdl con tanto di sbandieratori che sbandieravano le bandiere di partito e banda al seguito…dico, banda al seguito. Una volta esclusiva dei rossi, ora per tutti, cani e porci. Non è più l’Italia di un tempo. Non andate mai a mangiare in un posto dove il vostro tavolo è vicino a quello dove si ingozza un branco di brutte fighe cafone e burine. Trattate sempre bene gli amici, che tornano sempre utili in caso di necessità, ma vogliategli bene col cuore prima di tutto e loro vi faranno pagare solo i miseri spiccioli dell’autostrada. Insomma, su per giù questi sono gli elementi della serata passata, che lui ha organizzato, serata dove ho avuto occasione di conoscere altra gente, oltre a quella che conoscevo già, di vista  o meno…anche se non la linko tutta perchè sono un tiraculo comunista di prima categoria  e perché come sempre ho degli enormi buchi neri nei ricordi recenti. Bene, mettiamo termine a questo post la cui sintassi è certo qualcosa che non si è mai visto prima, oserei direi innovativo. Le foto ci sono, ma per ora chi le ha fatte o è sul water da ieri sera o ha di meglio da fare.

Update: se volete ecco qualche link alle foto della serata: 123

Per la foto del post si ringrazia la Fran