2010 Made in China:parte l’Expo di Shanghai

La Cina è forte, la Cina marcia veloce, la Cina è stata uno dei pochi paesi a non risentire più di tanto della crisi economica (mentre noi qui siamo ancora alle prese con nuove spade di damocle che spuntano ormai come funghi, l’ultima nell’ordine quella Greca). Anzi, diciamo pure che ha retto più che bene, la Cina, o meglio il suo governo che ci si creda o no riscuote comunque consenso per merito soprattutto, come ha scritto Loretta Napoleoni, della rinegoziazione del contratto di lavoro, avvenuta negli ultimi venti anni, perché il rapporto di scambio tra popolo e governo non poggia più sulla dottrina maoista ma sul benessere. La Cina che in previsione della fatidica data d’inizio si “permette di dimostrarsi magnanima” abolendo il divieto di ingresso nel paese alle persone sieropositive (ne parla anche la Cnn) La Cina che il primo di maggio darà il via all’esposizione universale, l’expo 2010 Shanghai. E non saremo noi occidentali ad andare in Cina nel tentativo di colonizzare quel mercato, ma piuttosto sarà la Cina molto presumibilmente a dare scacco matto all’economia globale, e noi la ci saremo per implorarla di comprarci qualcosa, per riempire, se ci riusciremo anche solo una piccolissima fetta di quel grande mercato. Che il Capi-Comunismo abbia vinto sul neo-liberismo come scrive sempre la Napoleoni? Lo scopriremo certamente nei prossimi sei mesi nei quali il senso di MADE IN CHINA potrebbe cambiare drasticamente acquisendo magari un nuovo significato valoriale.

Consiglio sull’argomento la lettura dell’articolo di Loretta Napoleoni apparso un paio di settimane fa su internazionale, e che potete trovare in una versione tutto sommato simile qui.

Berlino, Seattle, Copenhagen: la caduta dei modelli

Dieci anni fa si manifestava per la prima volta il popolo no-global in occasione del WTO che si teneva a Seattle, era il 30 novembre del 1999. Per la prima volta la galassia di ong, associazioni, liberi cittadini, attivisti, contadini e popoli diseredati si presentava organizzata e compatta per dire no alla gestione del globo da parte di Multinazionali e Stati. Quel giorno, che per coincidenza cadeva circa dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino, dissero che il capitalismo, nei modi in cui si manifestava, era destinato a fallire. Oggi Copenhagen dove si profila l’ennesima caduta. Ironia della sorte ci troviamo davanti allo sfacelo di quel modello capitalista che non solo ha fallito ma ha creato anche danni ambientali e sociali gravissimi. Per anni hanno tentato di far passare quel movimento, che non è solo Black bloc, anzi, come una massa di esaltati. Oggi i fatti, perché sono i fatti che contano, hanno dato ragione a quel movimento. E bisogna dargliene atto. Questo in sintesi quanto scritto in un bell’articolo di Rebecca Solnit apparso sul numero di internazionale di due settimane fa e pubblicato sul sito Tomdispatch.com col titolo di “Learning How to Count to 350 – Remembering People Power in Seattle in 1999 and Berlin in 1989”. Consiglio di leggerlo.

La globalizzazione che non ti aspetti

Per anni, alcuni, hanno parlato di globalizzazione, come di qualcosa di buono, di positivo. Il mondo aperto, economicamente e non. Mandiamo in soffitta i detti: moglie e buoi dei paesi tuoi, paese che vai usanze che trovi. E via dicendo. Sorpassati, non adatti alla nuova era che si stava venendo a delineare. Si sa, il mondo si fa più piccolo, le distanze si accorciano, o meglio, si accorciano i tempi di percorrenza, di contatto, di comunicazione, qualunque sia la cosa da comunicare. Non esisteranno più città, solo isolati (metaforicamente parlando). L’economia vada ovunque, faccia profitto. Delocalizzazione era il loro grido di battaglia. Se costa meno a noi costa meno anche a voi. A molto di questo si opponeva una “sparuta schiera di riottosi”. Che vergogna, ma che modi e che idee anacronistiche i no-global. Forse, i globalizzatori, non avevano calcolato che globalizzazione voleva anche dire ibridazione culturale, sociale, culinaria. Voleva dire migrazioni, lecite o meno. Anche questi sono pur sempre aspetti del medesimo fenomeno Se il mondo diventa cortile è evidente che questo accada. Belli loro, facile volere la globalizzazione solo a proprio beneficio e tornaconto economico. Lo “sparuto gruppuscolo riottoso”, colpevole come un novello Galileo di pronunciata eresia, aveva sostenuto che la globalizzazione non era in se il male, era la metodologia con cui veniva perseguita ad essere dannosa. Vacillante. Con tutti i possibili problemi che ne sarebbero conseguiti. Economia un tantino più etica e meno spavalda, valorizzazione del prodotto autoctono, apertura alle altre culture e sostegno ai più deboli, che se una ruota del carro non gira è evidente che tutto il carro cammina male. Parole al vento. Bisogna globalizzare. I problemi sorgono quando il tuo concetto di globalizzazione non è sovrapponibile alla realtà dei fatti, degli eventi. Quando con globalizzazione intendi portare del tuo fuori confine, che sia cibo, industria o idee, ma non sei mica tanto predisposto ad accettare con lo stesso spirito quello degli altri. E quando ti accorgi che forse ti era sfuggito qualche punto della questione sono cazzi, cazzi tuoi. E succede che l’economia va a ramengo, per non dire ad entreneuse, per essere delicati nel linguaggio. Succede che i kebabbari diventano, nel tuo cervello, una minaccia incombente per la tua cucina tipica, il lato oscuro del gusto, che gli stranieri che fanno il lavoro che i tuoi figli viziati non voglio fare passano improvvisamente da necessario motore per far continuare a muovere certi settori a ladri di lavoro senza nessun ritegno ne morale. E tutti quei bimbi negri nelle scuole? Hai tuoi tempi non era così vero? Prima la religione è tutto sommato un impiccio, o nel migliore dei casi un folkloristico passatempo domenicale, poi, quando noti che i ladri di lavoro e i kebabbari ne hanno una tutta loro, nel tuo cervello scatta la malsana idea che questa sia mica tanto un passatempo come per te, ma un collante, un aggregatore sociale potentissimo in grado di radicare la “nefanda” comunità sul territorio, sul territorio tuo (che ora non lo vedi più tanto globalizzato quanto minacciato). Poi ti guardi attorno, matrimoni misti? E questo quando è successo? Forse quando ero troppo impegnato a contare i profitti? Ti prende il panico ora vero? In fondo non è come te la aspettavi o come l’avresti voluta tu (a senso unico) questa globalizzazione. Vero? Mi compiaccio. Ed è qui che scopri le carte. Adesso bisogna deglobalizzare il paese. Bisogna fare pulizia da questo marciume. Respingere è la parola d’ordine, eliminare, chiudere, rispedire al mittente. Perdi la brocca, adesso sei riottoso, più di prima. Non è vero? Non puoi più nascondere la tua vera faccia. Quante implicazioni, quante sfaccettature questa globalizzazione. Che nemmeno te le aspettavi, che te avevi un’idea tutta tua, personale. Adesso sei per l’Italia solo agli italiani, ma non c’era e c’è tra le frequentazioni qualcuno che sulla bandiera sputava, che addirittura voleva dividerla, l’Italia? Che nemmeno tutti gli italiani erano uguali, figurarsi tutto il resto. Peggio del peggio. Qualcosa mi sfugge. Che mi pare che l’unica cosa veramente globalizzata per il momento siano le teste di cazzo e l’idiozia…quello si, un mercato sempre fecondo e sensibile ai mutamenti.

G8 Genova: I numeri delle sentenze

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A quanto pare i tagli quest’anno vanno per la maggiore. Pure nelle sentenze per i fatti del 2001 durante il G8 a Genova.

Processo a carico delle forze dell’Ordine sui fatti del G8 alla scuola Diaz

2001-2008= 7 anni per arrivare ad oggi

29 (imputati) – 16 (assolti) = 13 condannati

108= totale degli anni di condanna chiesti dall’accusa (da distribuire sugli imputati) per i fatti del g8, precisamente quelli accaduti alla Diaz

35 anni e 7 mesi= il totale di anni di pena inflitti complessivamente a carico dei 13 ritenuti condannabili dal tribunale di Genova

- 32 anni e 6 mesi condonati= 2 anni e 1 mese di condanna effettiva

Inchieste parlamentari serie sui fatti di quei giorni = 0

Processo a carico dei Manifestanti No-global sui fatti del G8

25 (Imputati) – 1 (assolto) = 24 condannati

225= totale degli anni di condanna chiesti dai Pm (da distribuire sugli imputati) per i fatti del G8, devastazioni e saccheggio.

102= anni di condanna effettiva complessiva distribuita su tutti gli imputati

da 6 mesi ad 11 anni= le pene inflitte agli imputati

Processo a carico delle forze dell’ordine per i fatti della caserma di Bolzaneto

Per le violenze alla caserma di Bolzaneto poi erano stati chiesti 80 anni, ne sono stati inflitti 24. 45 gli imputati. 30 assolti, 15 condannati. Grazie a indulti e prescrizioni nessuno è finito in galera.

Ah, c’è pure un morto. Colpevole o meno, resta sempre morto, ah, e ci sono le decine di feriti tra i manifestanti pacifici, e quelli picchiati e torturati a Bolzaneto, e quelli picchiati e accusati ingiustamente alla Diaz. Insomma un sacco di numeri, se la vogliamo mettere così. Resta sempre la mia idea che non è possibile sia stato tutto solo frutto di ordini interpretati male, e anche le indagini lo hanno accertato, ma non hanno punito. Se ci siano stati grandi disegni oscuri sotto non ci “è dato saperlo”. Ma con questa sentenza il ciclo si chiude. E di quei giorni non è stato chiarito nulla. Questa è la verità. Nel resto del mondo si continuano a fare inchieste giornalistiche, da noi non ne è stata fatta nemmeno una, dovuta, parlamentare. Un’altra occasione persa.

Diaz: Verità proibite

Un altro tassello sulle vicende del G8. A saltare fuori questa volta sono delle foto, anzi, dei fotogrammi. Che non aggiungono nulla allo squallore di quel momento, ma ne rendono visibili le ombre scure, distorte come le verità di quei giorni. Il tutto salta fuori dal materiale che la BBC ha raccolto per un’inchiesta giornalistica che dovrebbe pubblicare a breve. Per l’ennesima volta altrove potranno leggere dell’”Italia”.

Il documento è paradossalmente eccezionale. Perché da un lato rappresenta il punto di non ritorno della vicenda: ecco come le forze dell’ordine hanno truccato le carte, barato, mentito fin dalla prima ora di quella notte dannata. È tutto vero: fu un pestaggio cinico e bestiale, e i servitori dello Stato preferirono raddoppiare l´orrore – aggiungendo alla carneficina l´ingiustizia della prigione – piuttosto che ammettere le proprie responsabilità, il fallimento. Ma d´altro canto, quella spaventosa bugia è così chiara, solare, che persino alcuni avvocati della difesa nella loro recente arringa la davano per scontata. Alla Diaz abbiamo imbrogliato, embé? La catena è stata definitivamente ricostruita nel corso di quasi quattro anni di dibattimento e centocinquanta udienze.

Qui l’articolo con i fotogrammi apparso su Repubblica di Genova