I precari equilibri sulla strada per la pace

Gilad Shalit - Photo by: IDF Spokesman's Office (via http://www.haaretz.com)

Gilad Shalit - Photo by: IDF Spokesman's Office (via http://www.haaretz.com)

Dopo lo scambio di oggi gli equilibri in Palestina cambiano? Può questo scambio incidere positivamente sul lungo e delicato percorso verso una soluzione definitiva nel conflitto tra Israle e Palestina? Hamas riporta a casa vivi 1.027 reclusi nelle carceri Israeliane. Netanyahu riporta a casa, in Israele, dopo cinque anni il soldato Shalit. A rigor di logica viene subito da pensare che lo scambio rafforzerà Hamas su Fatah, Gaza su Ramallah e Abu Mazen ( che aveva chiesto all’ONU poco tempo fa il riconoscimento dello stato palestinese).

In un articolo uscito oggi sul Sole 24 ore Ugo Tramballi però ci ricorda che corsi e ricorsi di questo tipo nel conflitto Israelo-Palestinese non sono nuovi e che

Non deve dunque stupire la differenza tra la liberazione di un solo israeliano e quella di oltre mille palestinesi. Non è una vittoria di Hamas a Gaza sui concorrenti palestinesi di Abu Mazen a Ramallah. Al contrario, sono i fondamentalisti che accettando l’accordo adesso, hanno dovuto correre dietro al successo di Abu Mazen alle Nazioni Unite, quando ha presentato con moderazione la causa palestinese davanti al mondo intero. La dicotomia fra uno e mille tiene anche conto che solo 280 prigionieri palestinesi avevano avuto la condanna all’ergastolo per gravi atti di terrorismo. Tutti gli altri erano stati imprigionati per aver protestato, lanciato un sasso, compiuto gesti di legittima resistenza a un’occupazione che dura da 44 anni. Spesso vengono arrestate donne, vecchi e minorenni.

Rimane quindi la palla al centro, ancora, mentre la rislouzione della questione è ben lungi dall’essere ad un punto reale di svolta. Staremo a vedere.

Palestina: la speranza dei bambini e la marcia in più delle donne

Sono notizie e immagini di questi mesi, da Gaza e da Nablus, e forse, dico forse qualcuno guardandole si renderà conto che in Palestina non ci sono solo fondamentalisti e terroristi sanguinari, ma tutta una generazione piena di speranza e idee che chiede solo una mano per mostrare il proprio potenziale al mondo e lasciarsi alle spalle un conflitto che non sentono loro e con cui non hanno nulla da spartire. E guarda a caso sono spesso le donne, come nel caso della gestione del microcredito in paesi come l’India, nonostante tutte le difficoltà di queste regioni, a trascinare e a mostrare al mondo tutta l’inventiva e la forza ancora ghettizzate e martoriate da ignoranza e violenza.

Una leggera brezza

Quando un paio di giorni fa ho scoperto che l’operazione Israeliana contro la flotta attivista/pacifista freedom flotilla era stata denominata Sea Breeze sono rimasto perplesso. Non riuscivo a capire se era umorismo Ebraico oppure se il tutto fosse da imputare (viste le conseguenze non certo tipiche della brezza) agli effetti di El Niño.

No, Israele non ha fatto bene a sparare

Verrebbe allora spontaneo rispondere che ad un certo punto i Palestinesi farebbero bene a reagire, ma poi si finirebbe per cadere in quel labirinto senza via d’uscita che è fatto di azioni e reazioni che come risultato non ottengono altro che l’ulteriore allontanamento dei contendenti dal tavolo delle trattative di pace (tavolo a cui siedono spesso gli interessati, fisicamente, ma senza portare mai con loro la reale volontà di soluzione). Gideon Levy scriveva poco tempo fa su Haaretz che “fino a che gli Israeliani non pagheranno alcun prezzo, nulla cambierà”. Lo scriveva in un articolo intitolato “Boicottare i “Boicottatori” ( qui la traduzione) in cui spiegava come di fatto Israele boicottasse i palestinesi:

Il più brutale, esplicito boicottaggio è ovviamente l’assedio di Gaza e il rifiuto di contatti con Hamas. Su richiesta di Israele, quasi tutti i paesi occidentali hanno aderito a questo boicottaggio con inspiegabile impegno. Questo non è solo un assedio che ha lasciato Gaza in uno stato di carenza per tre anni. Né si tratta solo di un completo (e sciocco) boicottaggio di contatti con Hamas, salvo che per i negoziati sul soldato rapito Gilad Shalit. Si tratta di un insieme di boicottaggi culturali, accademici, umanitari ed economici. Quasi ogni diplomatico che cerca di entrare a Gaza per vedere con i propri occhi l’insopportabile scena viene minacciato da Israele.

Inoltre, Israele vieta l’ingresso a chiunque voglia portare aiuti umanitari. Dobbiamo notare che il boicottaggio non è solo contro Hamas ma contro tutta la Striscia di Gaza, contro tutti coloro che ci vivono. La flotta di navi che presto salperà dall’Europa per cercare di rompere l’assedio porterà migliaia di tonnellate di materiali da costruzione, case prefabbricate e medicinali. Israele ha già annunciato che fermerà le navi. Un boicottaggio è un boicottaggio.

Medici, professori, artisti, giuristi, intellettuali, economisti, ingegneri – a nessuno è permesso di entrare a Gaza. Si tratta di un boicottaggio totale che porta l’etichetta “Made in Israel”. Quelli che parlano di immorali e inefficaci boicottaggi lo fanno senza batter ciglio quando si tratta di Gaza.

E continuava… “ Tra i “boicottati” ci sono un pagliaccio che è venuto per organizzare una conferenza, un attivista per la pace che doveva partecipare ad un simposio, scienziati, artisti e intellettuali che suscitano sospetti di sostenere la causa palestinese. Si tratta di un boicottaggio culturale e accademico su tutti i fronti, il tipo di boicottaggio che noi rifiutiamo quando viene utilizzato contro gli israeliani.”. Il fatto nasceva dallo scandalo provocato in Israele dall’autorità palestinese che chiedeva il boicottaggio di prodotti realizzati negli insediamenti. Insomma perché loro si e noi no si sono presumibilmente chiesti a Gaza e dintorni. Sempre parlando di Boicottaggio basti fare un salto indietro di qualche giorno, quando Israele impedì l’ingresso a Noam Chomsky che avrebbe dovuto tenere una conferenza all’Università palestinese di Birzeit presso Ramallah (Gaza). Torno allora al titolo del Giornale, che dice che Israele ha fatto bene a sparare. Se Feltri avesse ascoltato le voci di intellettuali ed esperti (per lo più Israeliani eh) in queste settimane (e Grossman oggi), avrebbe sentito dire che ormai il blocco di Gaza da parte di Israele non sta ottenendo altro effetto che bloccare Israele stessa, e questa ulteriore dimostrazione di forza non fa altro che andare a sommarsi a questa situazione: adesso Israele è ulteriormente isolata politicamente nella regione, e anche a livello internazionale le cose non paiono prendere una piega migliore. Nell’articolo Feltri scrive anche che a prescindere da chi abbia attaccato per primo “c’è un dato non trascurabile: Israele è da sempre in conflitto con i Palestinesi, ma non lo è con il popolo sofferente e incolpevole, bensì con Hamas che non è un mite partito…”. Ma ne siamo sicuri? Siamo sicuri che la percezione di un palestinese bloccato per ore ai checkpoint, controllato e ricontrollato, boicottato (come abbiamo visto prima), o a cui vengono espropriate terre e impediti diritti sia proprio quella? Se provo anche solo per un secondo ad immaginarmi (ed è comunque difficile) in quella situazione mi trovo a pensare che l’istinto di prendere un sasso da lanciare contro un checkpoint sia molto, ma molto limitativa. A questo punto, come scriveva Gideon Levy “fino a che gli Israeliani non pagheranno alcun prezzo, nulla cambierà” e quel prezzo, oggi, forse dovrebbe essere una sanzione da parte della comunità internazionale.

Israele che simpatica Canaglia

Stamattina leggevo di quanto accaduto nelle acque “internazionali” davanti le coste Israeliane. C’era da aspettarselo in fondo. La realtà è che Israele da sempre fa come gli pare e la comunità internazionale oltre a qualche parola retorica di disapprovazione non fa nient’altro. Israele impone da anni un embargo durissimo nella striscia di Gaza rendendo critica la condizione chi ci vive, espropria a piacimento case e terreni, costruisce colonie su territori non suoi, mantiene un blocco navale delle coste di Gaza impedendo la pesca ai cittadini palestinesi salvo poi lamentarsi quando le merci vengono introdotte illegalmente attraverso tunnel e confini di paesi limitrofi, di tanto in tanto fa sgranchire le ossa al suo esercito con incursioni sanguinarie che finiscono per colpire la popolazione civile e quando ha un week-end libero manda in giro per il mondo agenti con la licenza di uccidere. E quando arriva il momento delle inchieste e la comunità internazionale paventa la possibilità di accertamenti sui fatti estrae dal cilindro magico il peso della sua posizione strategica nella regione (una sorta di ricatto bello e buono), oppure tira fuori la storia della vittima da sempre perseguitata: e ci può stare, all’inizio. Ma quando questa diventa una litania atta a pararsi solo ed esclusivamente il fondo schiena ad oltranza non è più troppo accettabile. La realtà è che la civilissima Israele si comporta ne più e ne meno come uno dei tanti stati canaglia. Uno di quelli cui solitamente vengono imposte sanzioni da parte della comunità internazionale. Forse è il momento di alzare la voce e minacciarle pure nei suoi confronti.