
Leggo un passaggio dall’articolo di repubblica sulla guerra lampo contro la Georgia. Questo:
Il nome Vtsiom mi riporta alla mente Jurij Levada, sociologo Russo, tra i più autorevoli al mondo. Di certo non ben visto dal cremlino, anche grazie al suo stimato Centro russo per lo studio dell’ opinione pubblica, Vtsiom appunto (la sigla in russo).
Cosa centra tutto questo? Semplice, mi puzza. O meglio, fatico a comprendere. E soprattutto mi ricordo di come nel 2003 l’allora presidente Russo Vladimir Putin cercò di rendere da statale a privatizzato, almeno in parte (in parole brevi inserendo una partecipazione per azionisti), il centro studi sociologico e d’opinione. Jurij Levada è sempre stato coerente e professionale, e da quello che si legge, tutti i colleghi nel mondo lo hanno sempre ritenuto – lui e il suo istituto- fonte attendibile. Scomoda dunque una voce, libera e indipendente, che potesse andare controcorrente. Non pericolosa forse, ma scomoda si. Putin cercò di correre ai ripari, non col desiderio di epurarla, ma semplicemente di renderla addomesticata alle esigenze. Leggo che la Vtsiom è statale, ma che da statuto nessun organismo pubblico può interferire nella sua attività( vi immaginate una Rai così, per fare un esempio? E qui eravamo nella Russia pre-caduta del muro), questo fin dalla sua fondazione, avvenuta nell’epoca della trasparenza Sovietica. La Glasnost. Era il 1986 circa. Nel 2003 Putin, con mossa fulminea, fa cambiare il consiglio di amministrazione. Il cremlino non aveva gradito i dati sulle operazioni in Cecenia, era un periodo caldo, (ricordiamo cosa successe ad Anna Politkovskaja nel 2006 per i suoi reportage sulla situazione cecena) la popolazione della neocapitalista nazione russa pareva non gradire i movimenti sul territorio ceceno, per varie motivazioni. Al Cremlino invece quei movimenti erano utili. Se non erro uno dei gasdotti della discordia doveva passare su una fetta di suolo ceceno, difatti una risoluzione, non ricordo se Onu o NATO (scusatemi) prevedeva una spartizione delle spese tra i due nemici per la ricostruzione e la messa in opera del tratto di gasdotto in quella fetta di territorio. Ma io credo, la partecipazione alle spese da parte della cecenia e il passaggio sul suo suolo, avrebbero reso complicate le strategie di controllo russo. Una Cecenia dominata, o meglio controllata, avrebbe garantito un controllo totale. Anche la Georgia dovrebbe essere una delle realtà territoriali interessate dal tragitto. Ripubblico allegato a questo, anche un vecchio post su petrolio e gas, post in cui raccolsi dei dati utili forse a capire la distribuzione dei giacimenti, sia nelle zone cacucasiche del caspio, che in quelle in giro per il globo- di seguito a questo post-. Tornando a noi, Putin rivoluzionò il consiglio d’amministrazione della Vtsiom, e per i sondaggi sulla questione cecena, come abbiamo visto, e per un piano forse di lunga visione in prospettiva delle elezioni che sarebbero seguite nel 2008, elezioni da cui sarebbe uscito solo con una carica di secondo piano, almeno a livello ufficiale e istituzionale, non potendo, per la legge russa, ricandidarsi come presidente. L’opinione era meglio tenerla il più possibile dalla propria parte e da quella del suo staff, sia prima che dopo la tornata elettorale. E qui torniamo ai giorni nostri. Un neopresidente fantoccio, Dmitri Medvedev, manovrato dallo stesso Putin che come prima vera azione si lancia in una Guerra lampo con la Georgia. Dimostra e dichiara con sarcasmo al mondo intero che la Russia come potenza bellica è tornata (e lo dimostra), bisticcia con la Nato, e minaccia nuovi piani per installazioni di difesa (per altro già nei programmi avviati dallo stesso Putin per il piano di rinnovamento delle forze armate, dopo le disastrose ritirate cecene degli anni 80 e il progressivo sfascio dell’esercito in seguito al crollo del Muro) missilistica, guarda a caso lungo quei confini che vedranno opposte le nuove postazioni Usa. In tutta questa scacchiera non riesco a capacitarmi di come, un Presidente come Medvedev, senza mordente, assolutamente distante dalla personalità forte e dal carisma di Putin, poco considerato (se ci fate caso si legge sui giornali che molti hanno telefonato a Putin, non a Medvedev. Ok che può essere formalità. Ma durante la sua presidenza era Putin, in quanto anche capo delle forze armate, a dialogare direttamente), possa ottenere un gradimento tale a quello di Putin dopo così poco, e soprattutto trascinando la Russia verso una rottura diplomatica di tali proporzioni? I sondaggi precedenti alla rivoluzione del consiglio di amministrazione davano netta la disapprovazione di una faccenda bellica come la Cecenia, da parte della popolazione. Oggi cosa è cambiato? Si fa atto di forza entro i confini di uno stato sovrano. Molto grave. Ecco perché mi puzzano quei sondaggi. Non vorrei credere che dopo tutto, i Russi siano disposti a perdere i rapporti con l’Europa e gli Usa, dopo anni di fatica e ghettizzazione. Però, letti in un’ottica propagandistica e favorevole al nuovo esecutivo nella riconfigurazione dei confini e delle zone di interesse possono avere già più senso. Insomma, potrebbe fare parte di un piano a più lungo termine cominciato da Putin e portato avanti ora dal suo Delfino.
GAS E ORO NERO: QUALCHE DATO! pubblicato domenica, 10 febbraio 2008, ore 20:09
Per capire un pochino meglio la distribuzione dei giagimenti e delle ricchezze
Ho deciso di riportare qualche dato sulle riserve di gas e petrolio, per correttezza vi informo che i dati sono riconducibili ad un periodo a cavallo tra la metà degli anni 90 e l’inizio del 2000.
Primo motivo è perché la variabilità di questi è stata relativamente bassa in questi anni, anche se le richieste sono aumentate e la produzione anche, poi perché proprio nel 2006 l’ENI affermava che anzi, le riserve stesse erano aumentate: petrolio (+1,2%) e gas (+2,1%) anche in virtù dei nuovi investimenti per opera dei grandi consorzi (formati dalle grandi corporation del petrolio, e qui vi consiglio di dare un’occhiata al sito dell’ambasciata dell’Azerbaigian in Italia) per creare nuove strutture, nuovi pozzi, per far fronte all’aumento della richiesta, di paesi ad esempio come la Cina o l’India, che più di tutte negli ultimi anni hanno necessitato di grandi quantità di materie per far fronte all’imponente e rapidissimo sviluppo.
In fine perché guardare quei dati, la loro spartizione sul territorio mondiale, e le percentuali varie all’epoca, aiuta a capire molte delle mosse geopolitiche commerciali e belliche di questi ultimi anni, va in fine ricordato che gli esperti, analisti e via dicendo, avevano considerato una stabilità delle risorse fino circa al 2005.
Il 15% circa delle riserve di petrolio si trova in paesi politicamente instabili come Libia, Vietnam, Birmania, paesi in cui le grandi compagnie occidentali faticano ad entrare.
Altra grande riserva, ma assai poco sfruttata a causa dell’embargo, è l’Iran, colpita dal D’Amato act, come la Libia, e approvato dal congresso degli Usa il 5 agosto del 1996. Esso prevedeva forti sanzioni nei confronti di qualsiasi compagnia Americana o straniera che avesse investito più di 40 milioni di dollari in Libia o Iran, pena gravi ritorsioni commerciali.
L’ Iran detiene il 9% delle riserve mondiali di petrolio e il 15% di quelle di gas, e l’Irak con il 10,8% delle riserve di petrolio.
Le Repubbliche del Caspio: Qui c’è da tenere conto della lunghissima e avida mano della Russia (Militare, economica ed etnica) che tra le altre cose è anche uno dei maggiori produttori di petrolio (con il 9% delle estrazioni mondiali) e il maggior estrattore di gas, ben il 25% ma con riserve che si attestano circa al 40% del totale mondiale. Peccato per la Russia però, che soprattutto in quegli anni, tra gli anni 90 e il 2000 ha patito sia la scarsità di capitali, ecco perché le privatizzazioni a quote bassissime dei gruppi estrattivi statali ( vedi ad esempio la Gaz-prom, ormai divenuta famosa dalle cronache, che secondo i modelli occidentali avrebbe dovuto valere, intorno al 1995, circa 250 miliardi di dollari; sul mercato russo era invece valutata appena 5 miliardi) che l’obsolescenza dei macchinari per le operazioni di estrazione, soprattutto per quanto concerne il petrolio, si pensi che in dieci anni la produzione è addirittura calata, da 12,5 a 7 milioni di barili al giorno. Tutto ciò ha spinto il parlamento, negli anni, ad approvare nuove forme di partecipazione straniera in queste aziende, di un ramo assai strategico (solo Gazprom varrebbe circa l’8% del pil russo).
Pensiamo che nella zona centro asiatica appunto il wall street journal nel 97 reputava assai difficile dare una stima delle immense risorse; le stime variavano dai 20 ai 200 miliardi di barili di petrolio e tra i 1000 e i 7000 e 500 miliardi di metri cubi di gas. Le repubbliche del Caspio insomma starebbero col sedere su giacimenti di petrolio pari al 2% delle riserve mondiali (200 miliardi di barili, è stato calcolato, è quanto basterebbe a mantenere gli interi stati uniti per circa 30 anni) e su circa il 5% di quelle di gas, insomma, una zona assai interessante per tutti, non a caso stati come Azerbaigian, Turkmenistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kazachstan, sono tutti sede, chi più e chi meno di grossi consorzi internazionali, formati dalle più grosse multinazionali estere, occidentali, ma anche cinesi, turche, Malesiane (qui vedi la Petronas), tutte pronte a stipulare contratti miliardari, per sfruttare campi off-shore o contribuire con innovazione tecnologica e finanziaria in cambio di percentuali. Ecco anche perché, e lo abbiamo sentito nei tg in questi due o tre anni, sono considerate punti cardine per i passaggi di gasdotti o oleodotti, qui poi si apre tutta la questione geopolitica, con la Russia che non vuole che nulla passi dalla Cecenia, quindi cerca di tagliarla fuori, allungando il tragitto, la Turchia che si offre come soluzione (vantaggiosa, perché i suoi porti se collegati al gasdotti o agli oleodotti, garantirebbero uno sbocco già sul mediterraneo, evitando così la scomodità di caricare e scaricare navi lungo il Caspio, poi ci sono gli Usa, che ovviamente cercano di intromettersi tra Iran e Russia, colpendo l’Iran, limitandolo nel suo percorso estrattivo e nei suoi sbocchi commerciali, indebolirà la Russia direttamente, Russia che non dimentichiamolo, è partner nella corsa nucleare dell’Iran appunto.
Il signor Wolfowitz: sottosegretario alla difesa americana, preparò all’indomani della caduta del Muro di Berlino un rapporto che portava il suo nome, per il presidente George Bush, padre. Questo rapporto, ormai celebre, conteneva sostanzialmente una sola indicazione strategica: impedire la rinascita di una qualunque potenza economica ( Giappone, Unione Europea, per sempio) o militare, che potesse contrastare gli interessi fondamentali americani.
Che poi gli interessi economico politici degli Usa non cambino da democratici a repubblicani è chiaro, basta vedere la sfilza di persone che prima ruotavano attorno alla casa bianca da ambo le parti ed ora sono consiglieri, presidenti o amministratori dei grandi consorzi o delle grandi multinazionali del settore. Non sto qui a fare l’elenco perché sono noti, ma se qualcuno me lo dovesse chiedere lo posterò volentieri.
L’Arabia Saudita, che è e rimane per ora il maggior produttore di greggio, estrae il 12,8%
In considerazione di tutto rimane ancora fuori l’Afghanistan, ma non me ne sono dimenticato, esso è infatti al centro di tutto, non a caso i primi a muoversi, in tempi quasi non sospetti, nella regione furono gli americani, guarda a caso, che cercavano e cercano di guadagnare terreno in quella che è la nuova Transoxiana, come ho già detto, incunearsi tra Russia ed Iran, sbarrare alla Cina, interessata per ovvie ragioni a quei territori, bloccandole i nuovi mercati dell’energia, e poi compiacere e aiutare la Turchia, pedina strategica nella zona. Ricordiamo che tenendo sotto i TALIBANI, con l’aiuto del Pakistan, altro punto strategico, l’America era a buon punto nella regione.
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