100 quote rosse

Li senti i telegiornali nel loro morboso ma preoccupante conteggio, 96, 97, 98, 99. No, non sono numeri al lotto, ne tanto meno sono le cifre di un qualche attentato o dei caduti in una qualche guerra. No, è il numero delle donne vittime di violenza uccise  dall’inizio dell’anno.

Ma non siamo a Ciudad Juárez, non siamo nello stato messicano di Chihuahua, zona di cartelli del narcotraffico come gli Zetas, dove la violenza e la recrudescenza dei crimini contro le donne negli ultimi anni ha raggiunto livelli terrificanti.

Siamo in Italia. Un paese dove, nonostante da anni si sventolino concetti come pari opportunità, diritti delle donne, quote rosa, ancora si è fatto veramente poco, e il conto non si fa tanto sul rosa quanto sul rosso del sangue versato, le nostre quote rosse. Eppure basta fare una ricerca in rete, con Google, per ritrovare pagine e pagine di giornali che ad ogni decina (si, si va a decine) scrivono della questione. Nel solo anno 2011 le donne uccise in Italia sono state più di 130, per lo più tra le mura domestiche, vittime di quegli stessi famigliari o compagni e fidanzati. Alla fine di gennaio 2012 le donne uccise erano già 12.

Ho trovato un paio di video dove Riccardo Iacona sonocciola qualche dato preso dal suo libro inchiesta “Se questi sono gli uomini – La strage delle donne”

Del secondo video, più esteso, vi ripropongo un passaggio che dice che spesso queste violenze sono

solo la punta estrema di una violenza endemica però, che attraversa l’intero Paese contro le donne. Perché parlo di violenza endemica? Lo dicono i numeri dell’unica ricerca fatta dall’Istat nel 2007 sui casi di violenza del 2006 che parlano di quasi 5 milioni di donne che, almeno una volta nella vita, hanno subito violenza. E’ una media, quindi ci sono delle donne che la violenza la subiscono tutti i giorni. 5 milioni, vi rendete conto? È il 39% della popolazione femminile, una donna su 3, sono dati enormi, considerando poi il fatto che il 93% delle donne neanche denunciano i loro partner, che cioè c’è un sommerso enorme, stiamo parlando di numeri che coinvolgono l’intera nostra società, la coinvolgono tutta, coinvolgono il nostro modo di intendere il ruolo della donna nel nostro paese.

L’indagine Istat a cui fa riferimento Iacona la potete trovare qui.

E’ dunque prima di tutto una questione di cultura, ma nel nostro paese in questo senso viene a mancare. L’immagine della donna è stata negli ultimi anni sminuita e demolita, resa spesso escamotage fine solo alla vendita. Dalla pubblicità ai programmi TV, passando per i box morbosi alla destra dei giornali online fino alla politica.

Nel suo rapporto 2012 Amnesty International riporta“A luglio, il Comitato Cedaw ha reso pubbliche le proprie osservazioni conclusive, sollecitando l’Italia, tra le varie cose, a introdurre politiche per superare la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali e per mettere in discussione gli stereotipi sul ruolo di uomini e donne nella società e nella famiglia”.

Questo è un paese dove i paradossi la fanno da padrone, se è vero che è stato proprio il ministero delle pari opportunità  del governo Berlusconi a creare la prima legge in merito, il piano nazionale antiviolenza (qui nello specifico il testo del piano). Lo stesso governo che ha fatto della figura della donna una macchietta pronta per essere estratta a mo di battuta sconcia nelle più svariate occasioni.

C’è poi da riflettere sulla scarsità di fondi spesso denunciata cui i progetti in questione hanno accesso. Senza una adeguata rete formata da centri antiviolenza, formazione sociosanitaria, legale e delle forze dell’ordine, ma anche culturale sulla materia, molti dei trattati ai sensi pratici risulteranno vani. Ma lo stato, le istituzioni cosa stanno facendo? In questo senso il ministro Fornero ha preso impegno sia per i fondi, sia con la firma della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne dopo il via libera del senato che si è trovato d’accordo anche nel richiedere al governo celerità nella sua ratifica (per gli interessati il rapporto stenografico sulla seduta)

Fra poco più di un mese, il 25 novembre, si celebrerà l’annuale Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un giorno in cui le istituzioni, gli enti, le organizzazioni, promuoveranno eventi e attività per denunciare la violenza di genere.

Ma per allora, ancora una volta, il nostro paese avrà già versato le sue 100 quote rosse.

(pubblicato su intervistato.com il 16/10/2012)

#whilewewatch: un documentario su #OWS e la sua media revolution

Si è da poco celebrato un anno dall’inizio delle proteste che hanno visto Zuccotti Park culla del movimento Occupy Wall Street. Movimento nato dal basso e che al suo interno aveva raccolto e aggregato parecchie anime (le tanto sottolineate diverse anime del movimento) attorno ad un obiettivo comune: denunciare il comportamento dell’establishment finanziario colpevole con le sue manovre di aver causato (o quantomeno di essere concausa) della gravissima crisi finanziaria americana, ma non solo, di cui ancora oggi dove più e dove meno si sentono ancora gli effetti. In molti in questo anno, tra una critica ed un elogio su una cosa si sono trovati concordi: l’abilita di Occupy nell’usare i nuovi media a proprio vantaggio, creando una rete di informazione, divulgazione e organizzazione che non necessitava dell’apporto dei media tradizionali, anzi, li scansava. Proprio sul tema dell’utilizzo dei social media da parte del movimento e sul ruolo che questi hanno avuto è stato girato da Kevin Breslin un documentario dal titolo #whilewewatch. Qui il blog dedicato su cui trovare altre info, tra cui una campagna su Kickstarter per finanziare il secondo capitolo. Qui il documentario.

A gripping portrait of the “Occupy Wall Street” media revolution, #whilewewatch is the first definitive film to emerge from Zuccotti Park – with full access and cooperation from masterminds who made #OccupyWallStreet a reality.

The #OccupyWallStreet media team had no fear of a critical city government, big corporations, hostile police, or a lagging mainstream media to tell their story. Through rain, snow, grueling days, sleeping on concrete; they pump out exhilarating ideas to the world. Fueled with little money, they rely on the power of Twitter, texting, Wi-Fi, posters, Tumblr, live streams, YouTube, Facebook, dramatic marches, drumbeats and chants. As the film unfolds, we witness a new dawn with the power of social media.

(fonte: Internazionale)

Percezioni, vaglielo a spiegare

Qualche giorno fa mi trovavo sulla solita corriera che da Soliera porta a Modena. Nei posti davanti al mio c’erano due ragazzi, di seconda generazione (o forse terza, ma ha poco senso dare etichette), che parlavano di prospettive di lavoro. Si erano incontrati e messi a chiacchierare poco prima aspettando la corriera. Lei diceva di aver abbandonato le scuole per andare a lavorare, in famiglia non c’erano troppi soldi. Lui abbozzava su un qualche lavoretto estivo prima della imminente ripresa scolastica, poi avrebbe provato a finire il terzo anno del professionale e sul futuro avrebbe deciso quando fosse arrivato il momento. Ma intanto c’era un amico del padre che gli aveva offerto un lavoretto: qualche foto in giacca elegante  da mettere nella vetrina del suo negozio d’abbigliamento, o qualcosa del genere. Avevano pattuito 50 euro a foto. Fossero state anche quattro era un discreto gruzzoletto per i pochi giorni liberi che rimanevano prima del rientro a scuola.

Però mio padre non vuole, ha detto lui. Ma tu parlaci, ha detto la ragazza, che sei maggiorenne e devi decidere della tua vita per come ti senti. Ma un lavoro, qualcosa in ogni caso lo devi trovare, prima però pensa a finire la scuola, ha continuato, non fare come me. Si sono trovati concordi.

Poi il ragazzo si è zittito. E’ solo che, insomma. Lei lo ha fermato: ogni tanto anche a me guardano per il colore della pelle. Ma poi sentono la parlata mudnés (risate) e non ci fanno più tanto caso.

Si lo so, ha detto il ragazzo. Solo che se mi fermano e mi trovano con duecento euro in tasca poi non pensano che me li sono guadagnati, prima pensano che ho dei giri strani. Vaglielo a spiegare.

A quel punto avrei voluto intervenire, dire che no, che si sbagliava, che era una percezione sbagliata la sua, che bisogna dar fiducia. Ma poi vaglielo a spiegare, che in fondo con le percezioni non ce la siamo mai cavata troppo bene, e pure ora non è che vada meglio. E allora son stato zitto.

Belli addormentati

Il Cardinale Martini rifiuta l’accanimento terapeutico, per ironia della sorte (le vie del signore sai) proprio mentre al Festival del Cinema di Venezia  Marco Bellocchio presenta la sua Bella Addormentata, film ispirato ai fatti di Eluana Englaro. E allora, allora forse è segno che  temi come accanimento terapeutico e fine vita devono rientrare con forza nel dibattito, ancor di più ora che ci avviciniamo al periodo elettorale, per capire (e me lo chiedo) come e quanto di tutto questo verrà trattato e fatto rientrare in agenda perché noi vada come vada, come scrive Alessandro Capriccioli in un suo post, saremo sempre qui a ricordarvelo.

Matrimonio Gay, qui America qui Italia

Ieri l’apertura di Obama sui matrimoni Gay, apertura forse trainata dalla simile dichiarazione del suo vice, Joe Biden, qualche giorno prima, e certamente ben calibrata in previsione della campagna elettorale per le presidenziali 2013. L’apertura di Obama non può incidere a livello costituzionale dal momento che l’America ha una organizzazione federale e ogni stato decide internamente quali regole adottare, però è già qualcosa se a fare quell’affermazione è il presidente degli Stati Uniti. Purtroppo se dall’altra parte dell’oceano il primo presidente Afroamericano apre almeno idealmente alle nozze Gay, da questa parte geolocalizzandoci in Italia dobbiamo fare ancora molta strada.

Molti muri sono ancora da abbattere in un paese dove la sinistra fatica ancora a spingersi con decisione su questo terreno e gli esponenti della destra sono ancora vincolati a un pensiero medievale che costringe a scendere in piazza per rivendicare il diritto neanche al matrimonio ma ad un bacio.