La “musica” condivisa di Kwame

Questo post era stato scritto nella scorsa primavera, ma per una qualche ragione (forse dimenticanza) non l’ho mai pubblicato. Lo faccio oggi.

Giovedì, ultimo treno disponibile della giornata, da Milano Centrale a Modena. Ore 21.30 circa.

La carrozza di seconda classe del regionale è praticamente vuota quando prendo posto a pochi minuti dalla partenza. Un secondo prima della chiusura delle porte saetta nello scompartimento un uomo che prende posto nel seggiolino di fronte al mio. E’ ancora concitato, deve aver corso. Inizialmente non presto molta attenzione, preso come sono a smanettare sul mio smartphone. Scrivo mail di lavoro, ascolto musica, controllo qualche aggiornamento sui vari social, sbrigo l’immancabile check-in su foursquare. Routine. Il treno parte nel silenzio assonnato dei pochi viaggiatori. Mezz’ora dopo ho finito di scrivere mail e affini. Mi rilasso sul seggiolino lasciandomi coccolare dalla musica che mi entra nelle orecchie. Solo in quel momento il mio sguardo si posa con più attenzione sul mio dirimpettaio di viaggio. Non ha nulla di eccezionale, è un uomo: due occhi, un naso, una bocca, due gambe e due braccia. Come me, nulla di diverso e tutto nella norma ad una prima occhiata. Quello che però cattura il mio sguardo è il suo placido ma gioso dondolare la testa, che pare in balia del movimento ondoso dettato da spalle e collo sotto l’impulso di un paio di auricolari. E’ un movimento che gli viene naturale, ancestrale. Qualcosa di arcaico. Mi ritrovo a fissarlo quando con lo sguardo comincio a seguire la traiettoria degli auricolari. Finiscono in un walkman. Non ne vedevo da dieci anni. Il contrasto tra i cavi che collegano le mie orecchie all’iPhone e quelli che collegano le sue al walkman è stupendo. A quel punto  la mia curiosità, come sempre, vince. Con un rapido movimento spengo la mia musica. Ero assolutamente determinato a scoprire cose stesse ascoltando. Ma non ero sicuro di riuscire. La fortuna invece è dalla mia. Anche attutita la musica oltrepassa comunque gli auricolari. Intercetto una sonorità estremamente ritmica, percussioni, forse dei capanacci, e qualcosa che assomiglia ad un corno. Sento anche una litania, una cosa a metà tra cantato e gridato. Ha un non so che di atavico, penetra dentro anche così. Kwame (così si presenterà poco dopo) si deve essere accorto che ormai, ed in maniera piuttosto maldestra e palese, sto cercando di capire cosa ascolta. Si sfila uno degli auricolari e me lo porge esibendo un sorriso a 32 denti bianchissimi -avorio scintillante di altre terre dove il sole si esibisce al tramonto e la terra è vita fragile- che mi fa pensare da primo che dovrei smettere di fumare. Faccio complimenti, sono imbarazzato e arrossisco come mai. Tieni, mi dice, è fatta per stare assieme per unire. Non la chiama mai Musica. Spesso non esiste, in alcune zone dell’ Africa, una parola per definirla, talmente inscindibile è dal vivere sociale, parte integrante dell’essere comunità, qualcosa che è dentro, facente parte e tanto basta. Non serve altro, non c’è necessità di definire, incasellare. Kwame, che è Ghanese, Ashanti, è nato 1974, e il nome che porta (scoprirò poi cercando per curiosità sul web) ricorda il primo presidente del Ghana nella sua storia indipendente, il primo ad ottenere l’autogoverno.

Scopro anche che Francis Nwia-Kofi Ngonloma (o Kwame Nkrumah ), il presidente, è morto nel 72, poco prima della nascita del mio vicino di posto. Un nome penso, che ha un certo peso. Il mio compagno di viaggio mi spiega che quella “musica” o meglio la danza che si vibra su quelle sonorità si chiama Adowa, o qualcosa del genere. Ha, da quel che capisco, una origine legata alle cerimonie funebri, per loro importantissime. Eppure è così viva, sprizza vita, quasi gioia. Il contrasto, eccolo di nuovo. Mi dice che gli piace l’idea di condividerla, perché ha più senso se non si sente da soli ma in compagnia, assieme, comunità, salta fuori ancora. Vuole condividere, lui, con me, quel ritmo così antico, che sa di piedi battuti, corpi sincopati che alzano onde di terra rossa, di donne e uomini che pur frugali appaiono sempre con eleganza principesca, regale, avvolti in teli rossi o neri, anche quando il tempo e la vita sono stati inclementi con loro. Leggeri, sotto le nuvole di un cielo che si perde. Kwame con il suo walkman, che mi spiega usare perché quella registrazione l’ha solo su quella vecchia musicassetta, registrata un tempo che tornò al suo paese, tanti anni fa, quel giorno che tutti nel suo paese si radunarono e ballarono e suonarono e condivisero e lui registrò e da allora se la porta dietro, perché, mi dice, così posso tornare a casa ogni giorno, quando voglio, anche qui, anche ora. Kwame nel suo completo grigio, su misura, elegante, uomo alto e robusto occhi allegri che posso ora immaginarmi in un fascio di muscoli tesi, massaggiati dal riflesso del sole mentre i piedi si perdono in un labirinto di movenze di un tempo lontano, che affondano sulla terra secca a cercare vita anche quando la vita, come la definiamo noi, non c’è più. Come la “musica” che non ha definizione, perché è, tutto attorno, dentro, permeante, così la vita a suo modo. Interrompe uno squillo di telefono, Kwame estre il suo smartphone da una valigetta che ricorda quella degli avvocati. Risponde, nell’altro orecchio ancora l’auricolare. Stazione di Parma, annuncia l’interfono sul vagone. Kwame si alza, ancora il telefono nell’orecchio. Si gira a incrociare il mio sguardo. Mi accorgo solo ora di quanto sia alto. Un colosso.

Mi regala ancora quel suo sorriso a 32 denti bianchissimi, avorio scintillante di altre terre, dove il sole si esibisce al tramonto e la terra è vita fragile, dove i piedi alzano onde rosse e la musica non si chiama musica ma è, e tanto basta.

Razzisti per caso

Anni fa conobbi un ragazzo, mio coetaneo. Uno che tra la folla sarebbe passato inosservato, nel suo look e nei suo modi assolutamente morigerati. Una persona anche piacevole con cui intrattenere una conversazione.

Il giorno in cui, non mi ricordo per quale connessione, si entrò nell’argomento di alcuni fatti di Lampedusa mi si mostrò davanti improvvisamente cambiato. Il suo berciare sciovinista e aggressivo rigurgitò fuori come uno di quei lunghi tuoni primaverili, di quelli che si caricano in potenza e scaricano man mano che l’onda sonora raggiunge le tue orecchie, lasciando dietro il loro passaggio la danza inaspettata di vetri apparentemente troppo rigidi per regge l’urto della propagazione. Era una cattiveria violenta e cieca che non badava alla segnaletica della logica. Ricordo che rimanemmo tutti zitti, paralizzati nell’incapacità di evitare quella bordata di parole che ci veniva addosso. Poi tornò di colpo la quiete, così come era scomparsa. Chiesi allora titubante per paura di un’altra bordata, questa volta prettamente fisica e diretta alla mia mascella, il perché. Solo quello, perché? Nuovamente ricomposto, con la pacatezza che lo aveva sempre contraddistinto fino a pochi minuti prima rispose che l’amico del padre era stato derubato in casa da non si sa bene chi. Disse slavi, disse negri, disse più o meno confusamente tutti e nessuno. Disse anche che con papà suo aveva poi parlato dell’episodio, che lui (il padre) diceva basta ascoltare la tv, ma non li vedi quanti sono, e una serie di quelle dicerie tanto leggendarie da far sbiardire coccodrilli nelle fogne, gremlin, uomini falena e compagnoni urbani. Il padre lo aveva anche portato a cena dall’amico derubato che adesso voleva armarsi, per difesa diceva lui (poi non ho mai saputo se l’abbia fatto). Faceva discorsi poggiati sulla sabbia bagnata della battigia. Parlava di emarginare, isolare, espellere, per riportare con clemenza nei suoi confronti una versione epurata di quello sproloquio. Poi a firmare in calce aggiunse: mi sono riscoperto razzista, per caso, e va bene così. Dopo quel giorno non l’ho più rivisto ne sentito, anche per questione geografica.

Anni fa pensavo di aver conosciuto un ragazzo, ma quell’idea si è dissolta come l’acqua marina sulla riva, dopo che l’onda si è ritirata. E va bene così.

La casa di libri

Ultimamente, ma forse solo per ingannare l’attesa, leggo saltando da un libro all’altro. So per certo che non è il miglior esercizio da praticare, ma in questo momento non riesco a fare diversamente. In un certo qual modo è come se possedessi una seconda casa. Così finisce che sul tavolinetto a fianco del letto c’è una pila di libri tutti iniziati ma non abbandonati. Ogni libro è a suo modo una stanza diversa nella sua accoglienza come si confà ad una vera abitazione fatta e finita. Passo il tempo ad entrare e uscire da queste stanze in maniera ossessiva, come un vecchio che non si ricorda più o non vuole ricordarsi dove ha messo i suoi occhiali, ed inizia un isterico girovagare tra queste, alla ricerca del prodigio che gli riconsegnerà quella porzione di vista che ora avverte assente.

Mi ricordo mia nonna. Mia nonna cominciava a girare per la casa chiedendosi dove fossero i suoi occhiali. Girava tutta la casa, e spesso succedeva che quando te la trovavi davanti, alla sua domanda posta “hai per caso visto i miei occhiali?” tu con con quel lieve imbarazzo pieno d’affetto le rispondevi che erano dentro la bustina porta occhiali -che le era stata regalata a Natale- appesa al suo collo. Allora viene da pensare che forse quella degli occhiali era solo una scusa, una scusa per non accettare che quello che cercava era sotto il suo naso. Solo è difficile da ammettere che la soluzione alle volte sia così semplice. Altre, più semplicemente, si riduce solo al fatto che tendiamo ostinatamente a guardare così avanti, da non renderci consci che ciò che conta è già in nostro possesso. Ci sono volte poi che uno si dimentica addirittura quel che stava cercando. Un bel giorno comincia a muoversi per le stanze con una missione di recupero ben precisa e finisce che dopo un po’ è ancora girovago in cerca, ma senza sapere di cosa. Perché fondamentale è l’atto, quello che conta, che ci fa sentire vivi e ci da la sensazione di non restare inermi davanti all’inevitabile compimento. In un certo modo potremmo sovrapporlo a quanto scriveva Kerouac: Dobbiamo andare! Dove? Non lo so, ma dobbiamo andare.

E quel cercare, non si sa cosa, e quell’andare, non si sa dove, finiscono per diventare più importanti del risultato finale perché ci costringono al movimento contrapponendoci in maniera palese all’altrimenti inevitabile stallo, alla accettazione. Quindi, se torno a quella pila di libri sul tavolinetto a fianco del letto penso che anche io sto cercando qualcosa, solo comincio a dimenticare cosa, o voglio dimenticare cosa, per non rendermi conto che è già sotto il mio naso, ma a questo punto si stabilisce un confine piuttosto labile tra la non arresa e la fuga, nobile la prima un po’ meno la seconda, e finisce che anche tutto il discorso di qui sopra diventi altamente soggettivo, come tutto in queste cose della vita. Ma per ora, l’unica cosa che mi viene di fare è lasciare quella pila di libri aperti sul quel tavolinetto, in modo che le correnti si incanalino da uno all’altro favorendo un ricambio d’ossigeno e mitigando alla buona l’avanzo di calura estiva che di certo non aiuta qualsivoglia azione.

Tre sassi bianchi

Sulla spiaggia, di qualunque fattura essa sia, granelli di sabbia o sassi, io son sempre tornato un po’ bambino non di quelli che spaccano i maroni per tutto il tempo della loro permanenza, schiamazzando correndo e urlando in maniera indisciplinata figli di una madre troppo spesso incinta. Piuttosto uno di quelli che se ne sta zitto a fissare il mare immaginando l’orizzonte e dipingendolo di velieri e bucanieri e isole che non si possono vedere ad occhio nudo, tutte piene di fantastiche meraviglie e tesori. Uno di quelli che si muove tra l’orizzonte e la sua testa. Quel tipo di bambino, che anche voi converrete è decisamente meglio se vi trovate sulla medesima spiaggia.

Allora me ne stavo sdraiato a pancia in giù su questa spiaggia della fattura di sassi, tutti neri che si scaldano al sole durante il giorno. E se ci vai quando è l’ora che il sole deve rincasare dopo una giornata passata a correre su e giù è la cosa migliore, perché non ti senti un cumulo di carne che gira sullo spiedo e i ciottoli scuri cominciano a rilasciare il calore accumulato e quand’anche tirasse una brezza fresca di quelle che tenta di drizzarti i peli te stai bene perché c’è questa specie di riscaldamento geotermico sotto che secondo me è pure salutare. E la gente sta in quella fase che non è attività ma nemmeno sonno, se ne sta in questo stato di quasi trance e pure i bambini figli di una madre troppo spesso incinta li vedi che ondeggiano silenziosi quasi trascendendo il loro corpo fisico e son tutti zitti e svuotati.

Io me ne stavo arenato, il mare alle spalle con la faccia al filo di questa distesa di sassi e mi lasciavo trascinare in quella trance che accennavo prima, che la pace era con me. E siccome mi trovavo appunto con lo sguardo alla misura di due nocche appena da questi sassi allora mi son messo a fissarli, allo stesso modo di quando fissi le stelle o le nuvole o qualsiasi altra cosa ci sia nel mondo da fissare. A Modena per esempio quando ero pischello andavo ai giardini ducali e finiva che anche in quel caso non appena il sole si incamminava verso casa allora io mi sdraiavo sull’erba e fissavo a seconda se ero a pancia in giù o meno le nuvole o le fronde degli alberi o l’erba e tutti quegli insettini che ci scorrazzavano in mezzo ignari d’esser visti, perché di solito non mettiamo mai la faccia così vicino a dove mettiamo per convenzione i piedi, che per quanto mi riguarda è un esercizio che ogni tanto andrebbe fatto, di capovolgere le convenzioni e portare il sotto sopra e viceversa.

Dicevo comunque che stavo bello a prendere il calore dal terreno sassoso come per convenzione fanno gli animali a sangue freddo e fissavo questa distesa nera immaginandomi un tesoro e altre fantasticherie che ti vengono in mente quando appunto capovolgi e da adulto torni bambino, una cosa del genere. Ci son stato il tempo di sessanta minuti forse, cosa da intorpidire lo sguardo, quando sulla mia destra vedo brillare tre sassi bianchi, piccoli levigatissimi che a far quello strano te li potresti pure immaginare incastonati sull’anello. Tre sassi bianchi che nelle cose della vita non son nulla ma in quelle di un bambino, tre sassi bianchi piccolissimi su di una spiaggia composta esclusivamente di sassi neri son tutto. Sono la ricompensa al viaggio, il tesoro che cercavi sull’isola dopo esser sfuggito a quelle navi i cui capitani esibivano la lettera di corsa, il ricordo dell’avventura. E se ne stavano ad un braccio teso da me, tutti e tre nello stesso punto quasi qualcuno dopo averli trovati avesse deciso di sostarli lì in attesa di acque più calme per poterli recuperare. Ma adesso a trovarli son io, e in questi casi se trovi un tesoro allora hai il diritto su di esso e nessuno può reclamarlo. Possono solo tentare di sottrartelo, ma se sei scaltro e spieghi le vele e ti fai amico il vento e punti al nulla dietro la linea allora è fatta.

Così ho raccolto quei sassi e me li son infilati nel taschino del costume e mi son sentito bene come non mai a saperli al sicuro e lontano dalla vista d’altri, con quel brivido appena accennato sotto pelle di chi si trova in mezzo al mondo e sa di trasportare in incognito qualcosa di così prezioso da essere insostituibile. Poi è giunto il momento di tornare al campeggio e quei sassi li ho infilati in una sacca a tracolla che mi ero tirato dietro, ma siccome mi ero nuovamente capovolto di quei sassi me ne son dimenticato fino a quando tornato a Modena non ho scaravoltato la sacca e son ruzzolati fuori sul tavolo. Ed è stato qualcosa di inaspettato il vedersi uscire ben tre, non uno ma tre sassi bianchi piccoli e levigatissimi che per un secondo ci son rimasto basito ma poi li ho presi in mano e mi son capovolto di nuovo, sopra sotto, uomo bimbo, e poi è finita che ci ho scritto questo lungo post su quei tre sassi bianchi.

Del dormir ramingo

Come scrivevo nel post precedente per quasi due anni ho rimbalzato tra Modena e Milano (e ancora ma con minor intensità continuo). Prima perché a Milano avevo una ragazza, poi perché successivamente a Milano ci ho lavorato e avevo (ho, non lo so nemmeno io) una ragazza, non la stessa un’altra. Che ci volete fare, sarà l’aria salubre all’ombra del duomo. Ad ogni modo il fatto è che questo comportava il non doversi mai affezionare ad un letto, e io sono uno di quelli che se non è sul suo letto difficilmente riesce a prendere un sonno dignitoso e va da se che questo finisce per influire sul risveglio, e sulla giornata e sulle persone che incontri e se sei per dire a Milano, dal momento in cui metti piede fuori di casa al momento in cui ce lo rimetti dentro di gente ne incroci, non poca.

Così, non mi ricordo nemmeno perché ma è finita che l’altro giorno stavo pensando a questa cosa del letto, che se uno ci va a ragionare a modo è ben strana, ma per me è sempre stato uno snodo cruciale. Allora mi son messo a disegnare mentalmente la mappa dei letti, almeno quelli della seconda parte dei due anni. Io lavoravo presso questa azienda di Milano tre giorni la settimana per conto di una società di Modena, dal martedì al giovedì, poi il venerdì rientravo perché dovevo lavorare in sede della società che mi aveva assunto, a Modena. Il fatto però è che io non vivo precisamente a Modena, ma in un paesino a 20 km dalla città.

Allora inizialmente quando ho iniziato a lavorare, che è stata una cosa improvvisa, che tutto è capitato in meno di un mese quando mi hanno detto ok lavori però a Milano, son stato ospitato dai miei parenti Milanesi e l’organizzazione settimanale era la seguente: il lunedì stavo a casa mia nel paesino a 20 km (da Modena) e dormivo nel mio letto, poi il martedì andavo a Modena e prendevo il treno, scendevo a Lambrate, 500 mt a piedi ed ero al lavoro. All’uscita dal lavoro correvo a casa dai parenti, e dormivo li da loro che tra l’altro erano in fase di trasloco e quindi la casa era tutta un po’ all’aria. La mattina mi svegliavo, bus+metro ed ero al lavoro, poi il giovedì uscito dal lavoro saltavo direttamente sul treno e tornavo a Modena, dove per comodità mi fermavo a dormire da mio padre che ha la casa a nemmeno un km da dove si trovava l’azienda in cui dovevo fare il venerdì. La mattina mi svegliavo correvo a lavorare e poi alle 18 tutti liberi e a quel punto era il weekend e mi fermavo a Modena fino alla domenica mattina quando tornavo a casa nel paesello e lì restavo fino a martedì mattina quando correvo nuovamente alla stazione di Modena e prendevo il treno e tutto ricominciava.

Un bel giorno poi conosco questa donna, di Milano, e cominciamo a vederci, mentre nel frattempo i miei parenti erano in dirittura di trasloco e dopo, una volta traslocato ognuno per la sua strada, questi erano i patti. Così succede che la cosa tra me e questa donna diventa seria e intanto i miei parenti tralocano e io continuo a lavorare tra Modena e Milano. La donna però vive fuori Milano, allora deve cambiare per forza anche la mia organizzazione settimanale e si mischiano nuovamente le carte dei letti.

Comincio salendo a Milano il lunedì pomeriggio, per stare una sera di più con lei, e a casa nel paesello ci resto solo la domenica, mentre a Modena il venerdì e il sabato, così ho anche modo di frequentare un po’ tutti gli amici. E insomma finisce che lunedì prendo il treno arrivo a Milano, poi metro+ferrovie nord per arrivare al suo paese e dormo li, poi la mattina di nuovo ferrovie nord+metro e arrivo al lavoro così fino a giovedì che poi devo tornare a modena che il venerdì devo lavorarci e sto a Modena fino a domenica mattina, che poi torno al mio paesello.

Quindi facendo due calcoli prima dormivo due notti nel mio letto, poi due notti dormivo a Milano a casa dei parenti, e tre notti alla fine le dormivo a Modena a casa di mio padre. Poi son finito a dormire una notte nel mio paesello, più tre notti a Milano e tre a Modena. Però poi a volte c’era la variabile che finiva che al paesello una sola notte, a Milano diventavano quattro perchè va bene tutto ma c’eran di quelle volte che dicevo ok, dai prendo il treno venerdì mattina dalla Centrale e arrivo a Modena e vado diretto a lavoro, che si capisce il perché lo facevo anche se i tre giorni lavorativi a Milano già li avevo fatti, anche se poi mi sentivo come un centometrista che ha il giudice col fiato sul collo e il cronometro nella mano, che con trenitalia non si sa davvero mai. Credo poi in un paio di occasioni di aver fatto praticamente tutta la settimana a Milano, o meglio tra Milano e il paese li vicino dove vive la donna, ma solo poche volte e nemmeno ricordo perché quei venerdì in azienda a Modena non ci sia andato, ma è meglio non indagare.

E morale con tutto questo dormir ramingo su letti diversi in luoghi diversi ogni due o tre giorni a pensarci bene avrei dovuto esser stanco morto, che vi ho detto che se non son sul mio letto io… Ma dovevo essere talmente preso dall’incastrare tutto, orari, mezzi, lavoro, donna, ricordarmi dove avrei dormito e per quanto che alla fine riguardando oggi il sonno era l’ultima cosa che mi veniva in mente. Adesso stacco e vado a dormire, nel letto al mio paesello, quello a 20 km da Modena, e chissà per quanto anche se in cuor mio spero anche questa volta davvero poco.