Uno vale l’altro

Oggi mi hanno chiesto: ma ti sta su Grillo? Si, tanto quanto Berlusconi. Allo stesso modo i meccanismi che innesca(no). Non vedo perché uno dovrebbe sconcertarsi nel sentirmelo dire. Se per anni ho criticato il meccanismo Berlusconiano non capisco come potrei ora, anche volendo trovare a tutti i costi un alibi, digerire quello grillino. Eppure molti tendono a trovare alibi, variabili, scusanti in un modo o nell’altro. Allora mi vien da pensare che pure con Berlusconi nel 94 successe la stessa cosa, e questo non fa che consolidare ulteriormente il mio pensiero.

Se c’era quello, se c’era quell’altro, se ci fosse il PD

Renzi dalle pagine del Corriere ha forse “provocato”, Bersani forse avrebbe dovuto fare un passo indietro qualche giorno fa (prima della messa in onda del remake della sua strategia). Al solito manca la quadra. Sta di fatto che adesso siamo tornati al: se c’era Renzi, se c’era Bersani e via dicendo (indietro, per intenderci). Ma è andata come è andata. Te pensa se ci fosse stato Enrico. Ma No, a quello non voglio pensarci. Il punto è che alla fine siamo ancora qua, divisi e a smazzuolarci dall’interno e dall’esterno, mentre gli altri ne approfitteranno per avanzare.

Non è questione di Matteo o di Pierluigi, non solo. E’ anche questione di elettori e di chi attorno al partito ci sta.

Questioni di legge e di cittadinanza

cittadinanzaUno studente quasi nascosto in fondo all’aula della conferenza dopo un po’ di titubanza fa una bella domanda: ma la legge (italiana) è fatta per aiutare o per mettere in difficoltà?

Siamo alle ultime battute della mattinata, presso il Centro di Formazione Professionale – CFP – “Città dei Ragazzi”, dove ha avuto luogo la presentazione del Corriere Immigrazione(dunque colgo anche l’occasione per segnalarvelo).

Qualche giornalista, e una platea per lo più di giovani studenti del CFP, in maggioranza di origine straniera. Quale luogo migliore dunque?

Sono partito da quella domanda, perché per banale che possa sembrare, a guardare bene le leggi nel nostro paese, un quesito come questo non è affatto scontato, anzi è fondamentale. Ancor più se a porlo è uno studente di origine straniera che vive e studia in Italia.

A volte alcune cose si danno per ovvie, non per cattiveria, ma succede. Nelle ore immediatamente successive alle elezioni, mentre con gli altri ragazzi di intervistato.com seguivamo in diretta l’evolversi della situazione, avevo chiesto a Maria Petrescu (il nostro volto ufficiale, in video e non) per chi avesse votato. Una domanda nella mia testa normalissima, ma che come risposta aveva ricevuto, anche se bonariamente, un qualcosa di simile a: Matté ma sei scemo?

Già, perché Maria, che parla e scrive italiano (oltre a una indefinita quantità di lingue) meglio di me e di molti professori titolati, pur essendo in Italia da anni e anni, non ha potuto votare. Non ha la cittadinanza. Eppure, per me che la conosco da quasi otto anni oramai, Maria è Italianissima. Cose che succedono ma che inevitabilmente finiscono per metterti davanti a certi meccanismi  burocraticamente macchiavellici e ingiusti.

Tornando alla mattinata passata al CFP, un altro ragazzo pone la seguente domanda: “perché io, che sono Pakistano e in Italia da 10 anni non ho ancora la cittadinanza mentre un mio amico, che però ha madre Italiana, la cittadinanza l’ha avuta dopo soli 8 anni? Non è giusto!”

Già, perché? A rispondere, come nel primo caso, è Stefania Ragusa, direttore responsabile di Corriere Immigrazione: “è normale, perché la cittadinanza dell’altro ragazzo si poggia sullo ius sanguinis. Normale perché nella norma ma non per questo giusto.”

Il sito del Ministero dell’Interno riporta:

La legge 91 del 1992 indica il principio dello ius sanguinis come unico mezzo di acquisto della cittadinanza a seguito della nascita, mentre l’acquisto automatico della cittadinanza iure soli continua a rimanere limitato ai figli di ignoti, di apolidi, o ai figli che non seguono la cittadinanza dei genitori.

In Italia il dibattito sul tema è sempre sotto la brace, ogni tanto si riaccende. Un anno fa la campagna “l’Italia sono anch’io” che raccolse 100.000 firme per una legge di iniziativa popolare. Poi la cosa si arenò, Riccardi disse che spettava al parlamento esprimersi, e siamo arrivati ad oggi dove il tema è riemerso durante l’ultima campagna elettorale. Il PD lo ha inserito negli 8 punti e ha portato in parlamento un disegno di legge sull’acquisizione di cittadinanza a firma Bersani, Speranza, Chaouki e Kyenge (presente anche all’evento di cui state leggendo). 

Razzismo istituzionale, questo il termine uscito durante la presentazione. Un termine forte, è vero, ma non sbagliato. Ne sono la prova le tre storie raccontate nel documentario “La legge (non) è uguale per tutti” proiettato in questa occasione. Da Kindi,  a cui dopo essere arrivata quasi alla fine del percorso di studi viene negato l’accesso alla specializzazione, passando per la storia di Said e Vanessa, accaduta proprio a Modena, dove lui viene portato al CIE di Bologna pochi minuti prima di pronunciare il fatidico SI davanti alla sua futura sposa, arrivando alla vicenda di due fratelli, Andrea e Senad nati e cresciuti in Italia ma (vai a capire le cose della burocrazia) ritenuti apolidi e quindi rinchiusi nel CIE di Modena. Ve lo proponiamo qui sotto:

La speranza è che il nuovo parlamento appena eletto, che vede anche figure come quella di Laura Boldrini nella veste di presidente della Camera dei deputati, trovi nuovo slancio per legiferare velocemente in materia mettendo fine a quello che, come ho imparato oggi, possiamo benissimo chiamare Razzismo Istituzionale, o Razzismo di Stato.

(articolo pubblicato su intervistato.com il 02/04/2013)

Il 30 dicembre con Giuditta perché comunque vada si vince

piniPraticamente mai mi sono lasciato trascinare in endorsement, non mi piacciono. Ma questa volta tocca fare la famosa eccezione. L’occasione è quella delle primarie parlamentari indette dal PD per il 29-30 dicembre. Seppur criticabili nei tempi e in certi suoi aspetti (vedi quello delle deroghe) bisogna evitare di far troppo gli schizzinosi e cogliere la palla al balzo. A Modena, e parlo di questa zona perché è quella in cui vivo, c’è la possibilità di cambiare davvero, e non solo anagraficamente, credendo in un progetto che è quello che in questi giorni sta proponendo e portando avanti Giuditta Pini , assieme ad una schiera di volontari valorosi. E’ vero, sono di parte, la conosco da quando in radio imperversavano ancora i blink182. Insomma ne è passata di acqua sotto i ponti del Secchia e del Panaro da allora. Ma non è solo questione di amicizia. Con lei ho sempre discusso di politica e quasi mai ci siamo trovati completamente allineati, anzi, spesso ne sono nate animate discussioni. Ma la sua passione, il suo impegno sul territorio (mentre molti parlavano lei era tra quelli che per oltre un mese è rimasta a Camposanto, nelle zone del cratere sismico, a dare una mano fisicamente, giorno e notte)  le sue idee, le istanze che si ripromette di portare avanti le firmo, strafirmo tutte. Attorno a lei si è formato un gruppo trasversale, di giovani e non, che lavora assieme, e non per Giuditta, ma con Giuditta per provare a cambiare le cose, per tutti. Dai diritti civili ai giovani, dall’agenda digitale al lavoro, passando per l’istruzione, intesa non solo come diritto accessibile, ma anche sicuro nelle infrastrutture in cui esso viene esercitato. Tema caldo, ancora più nelle nostre zone dopo il sisma. Insomma i motivi sono molteplici e  cambiare le cose, la storia, il suo corso tocca anche a noi.

Ma la cosa che più mi convince è che comunque vada si vince lo stesso. Perché la base che vedo crearsi attorno a Giuditta ci crede e continuerà sul territorio a portare avanti queste battaglie. In un modo o nell’altro. Sporcandosi le mani in prima persona. Ecco, questo per me vale più di mille programmi.

 

Marchionnate

Marchionne è strano davvero, o forse fin troppo furbo. Mentre con una mano scrive e firma una pagina comperata ad hoc sulla Nazione per spiegare ai fiorentini che lui mai ha offeso la loro città (ne avevo scritto su Intervistato), con l’altra firma la mobilità per 19 operai di Pomigliano. Questo, a suo dire, per poter reintegrare i lavoratori FIOM esclusi dal piano di rilancio della fabbrica di Pomigliano e che presentarono ricorso (poi vinto). Insomma, quella che suona come una ripicca bella e buona. La malizia impone di pensare, sulla vicenda Pomigliano, ad un Divide et Impera. Ma noi non siamo maliziosi.

Intanto anche a Passera sono girati i maroni (che suona come una battuta ma non lo è, maliziosi)