Percezioni, vaglielo a spiegare

Qualche giorno fa mi trovavo sulla solita corriera che da Soliera porta a Modena. Nei posti davanti al mio c’erano due ragazzi, di seconda generazione (o forse terza, ma ha poco senso dare etichette), che parlavano di prospettive di lavoro. Si erano incontrati e messi a chiacchierare poco prima aspettando la corriera. Lei diceva di aver abbandonato le scuole per andare a lavorare, in famiglia non c’erano troppi soldi. Lui abbozzava su un qualche lavoretto estivo prima della imminente ripresa scolastica, poi avrebbe provato a finire il terzo anno del professionale e sul futuro avrebbe deciso quando fosse arrivato il momento. Ma intanto c’era un amico del padre che gli aveva offerto un lavoretto: qualche foto in giacca elegante  da mettere nella vetrina del suo negozio d’abbigliamento, o qualcosa del genere. Avevano pattuito 50 euro a foto. Fossero state anche quattro era un discreto gruzzoletto per i pochi giorni liberi che rimanevano prima del rientro a scuola.

Però mio padre non vuole, ha detto lui. Ma tu parlaci, ha detto la ragazza, che sei maggiorenne e devi decidere della tua vita per come ti senti. Ma un lavoro, qualcosa in ogni caso lo devi trovare, prima però pensa a finire la scuola, ha continuato, non fare come me. Si sono trovati concordi.

Poi il ragazzo si è zittito. E’ solo che, insomma. Lei lo ha fermato: ogni tanto anche a me guardano per il colore della pelle. Ma poi sentono la parlata mudnés (risate) e non ci fanno più tanto caso.

Si lo so, ha detto il ragazzo. Solo che se mi fermano e mi trovano con duecento euro in tasca poi non pensano che me li sono guadagnati, prima pensano che ho dei giri strani. Vaglielo a spiegare.

A quel punto avrei voluto intervenire, dire che no, che si sbagliava, che era una percezione sbagliata la sua, che bisogna dar fiducia. Ma poi vaglielo a spiegare, che in fondo con le percezioni non ce la siamo mai cavata troppo bene, e pure ora non è che vada meglio. E allora son stato zitto.

L’Agesci, le discriminazioni sessuali e le sfide dello Scoutismo

E’ già qualcosa il seminario sull’omosessualità, indetto dalla Agesci. Peccato per il documento con le linee guida che poi ne sono uscite e che suggeriscono ai capi scout di non fare coming-out, il rischio dicono è quello di turbare i giovani scout. Inoltre l’invito a “indirizzare quegli scout e guide omosessuali verso uno psicologo” definisce in maniera ancora troppo netta una posizione che, per forza di cose, strizza l’occhio ai vertici della chiesa. Agesci, per chi non lo sapesse, è la più grande associazione scoutistica cattolica. E’ infatti l’acronimo di Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani. Una parte del movimento scoutistico ha però contestato queste linee, minacciando di lasciare l’Agesci, l’altra parte, meno drastica, tende comunque a prendere in parte le distanze da queste linee guida. Ma il movimento Scout dovrebbe essere inclusivo, è o dovrebbe promuovere per sua natura l’accettazione e l’integrazione dei più diversi orientamenti sessuali e non. Accettazione, compassione, carità, fratellanza, pacifismo, comprensione, integrazione, nelle loro accezioni più alte dovrebbero essere alla base dei valori di un movimento che dell’insegnamento dei buoni valori ai giovani, senza discriminazione d’appartenenza o orientamento politico e sessuale, dovrebbe fare la sua missione. Questa uscita invece mi pare, nonostante la positività dell’apertura al dibattito, ancora infarcita di quell’integralismo religioso che è a parer mio un cancro dannosissimo e un atteggiamento ipocrita soprattutto quando i discorsi che si sentono in giro sono spesso indirizzati, almeno a parole, verso un lavoro di educazione atto a favorire comprensione e integrazione nel contesto giovanile. Lo dico da ex scout e da persona che nell’Agesci è stata parecchi anni e che in famiglia ha una lunga tradizione in tal senso. L’apertura ad un confronto sul tema è cosa positiva e anzi necessaria. Bisogna però stare molto attenti a come viene condotta. Trattandosi in maggioranza di giovani e giovanissimi bisogna andarci cauti e con estrema chiarezza e pacatezza, perché basta un niente per indirizzare in un senso o nell’altro individui che in buona parte non hanno ancora buona padronanza di quegli elementi che li mettano in grado di elaborare un pensiero autonomo e sulla propria persona e nei confronti degli altri. L’Agesci dovrebbe individuare in quelle “linee guida” spunti da cui ripartire sul dibattito e non intenderli come punti fermi e, ovviamente, integrare nella discussione anche le realtà del mondo LGBT in grado di portare nel discorso l’esperienza umana e diretta oltre che un’altra voce in un confronto che altrimenti sarebbe a senso unico e quindi incompleto. Se sarà capace allora avrà buone possibilità di proiettarsi in avanti con quel pizzico di indipendenza e laicismo in più che la differenzino da un seminario per futuri preti. Ho sempre inteso lo scoutismo come esperienza formativa di vita e non come luogo di indottrinamento ad un pensiero secolarizzato e spaventato dal mondo che lo circonda. E così l’ho affrontato. In qualunque discorso mi sia capitato di affrontare con lo scoutismo al centro ho sempre preso le sue difese, e chi mi conosce lo sa bene. In questo caso aspetto la prova del nove prima di farlo. Dopo tutto il motto associativo recita “Estote Paratae”, traducibile in “siate pronti” o “siate preparati”. Ed essere preparati anche in questa direzione è necessario più che mai. Marco Politi in chiusura del suo pezzo di oggi scrive su Il Fatto Quotidiano online che l’accettazione, almeno per il momento, di queste linee guida, che come ricorda, suonano molto come il “Don’t ask, don’t tell” dell’esercito Americano, “è il prezzo perché l’Agesci faccia passi in avanti”. Quanti e in che modo li farà resta ancora da vedere, Vaticano permettendo. Aspetto fiducioso|

L’Italia dei diritti sospesi in aria

Questa foto scattata e pubblicata su Facebook da un passeggero su un volo di linea Alitalia Roma – Tunisi sta facendo il giro del web e non solo. Mostra il trattamento riservato ad un rimpatriato, legato mani e piedi e imbavagliato manco fosse una bestia (su quel volo i rimpatriati sono due, e tutti e due imbavagliati). Normale routine l’ha definita il poliziotto interpellato dal passeggero.  La società civile non credo la pensi allo stesso modo. Mi chiedo cos’altro sia routine viste le premesse e i pregressi  nei trattamenti di immigrati per cui anche la comunità europea ci ha già ammonito. Certamente qualche chiarimento è d’obbligo, magari anche qualche provvedimento.

Update:

Sulla vicenda Alitalia si esprime con le seguenti poche righe sulla sua fanpage facebook

Cari amici,

a nome della nostra comunità Facebook, abbiamo chiesto alla Polizia di Stato la loro versione dell’accaduto. Stanno approfondendo il caso e non appena vi sarà una loro comunicazione, la condivideremo immediatamente con voi sulla nostra pagina.

Alitalia Facebook Team (qui il link)

Poi vi segnalo l’articolo de Linkiesta che spiega, e mostra, come ad esempio in Francia tali pratiche siano frequenti, con la differenza però che li i passeggeri si indignano e protestano. Qui a quanto pare non è successo.

Dall’altare al Cie, ma ora viva gli sposi

fonte foto Gazzetta di Modena

Qualche giorno fa il giudice di pace aveva disposto la scarcerazione dal Cie di Modena, in cui erano “detenuti”, di Andrea e Senad ragazzi figli di genitori bosniaci privi però sia di cittadinanza bosniaca che italiana, anche se sul suolo Italiano sono nati.

Di fatto con questa sentenza il tribunale di Modena stabilisce un precedente importante secondo cui uno straniero nato nel nostro paese ma privo di cittadinanza non può essere trattenuto in un CIE, quindi nemmeno espulso. Questo ovviamente dovrebbe stabilire anche la non applicabilità della Bossi-Fini in questi casi.


(fonte video  AvoiComunicare)

Oggi arriva poi la notizia che mette la parola fine ad una vicenda che ha quasi dell’assurdo e che coinvolge sempre un ragazzo poi rinchiuso nel Cie (centro di indentificazione ed espulsione) e da oggi nuovamente libero. Said Bannani, che stava per sposarsi in comune con una ragazza italiana di San Prospero era stato fermato proprio il giorno delle nozze sulla scalinata che ogni settimana gli sposi percorrono per raggiungere la sala in cui sigleranno la promessa di matrimonio.

Come riporta l’articolo della Gazzetta di Modena:

Said è clandestino: è vero che ha fatto domanda per regolarizzarsi e che questa è stata accolta dall’ufficiale dello Stato civile di Asti per la pubblicazione matrimoniale, ma ieri è emerso che la Questura di Asti, controllando il documento, ha scoperto che non aveva valore: per soli due posti, Said era stato escluso dall’ultima tornata di sanatoria. Per questo motivo è un irregolare in Italia pur abitandoci da nove anni consecutivi. La segnalazione alla Questura di Modena ha così portato al suo fermo e al successivo “trattenimento” al Cie in vista dell’espulsione.

Una cosa a metà tra la sfortuna e la beffa oltre che una cattiveria della burocrazia un poco razzista che vige in Italia e che è risultato delle folli misure (tra l’altro condannate in alcuni loro aspetti dalla comunità europea) di quasi vent’anni di governi di centro destra.

Ma per fortuna ancora una volta il giudice di pace ci ha messo una pezza, valutando il caso in maniera specifica e non generica, ritenendo che Said dovesse essere liberato e che anzi avesse il diritto di sposarsi, subito. Che dire se non viva gli sposi!!!

Dietro le quinte di Capramagra Onlus

Ultimamente non sono troppo presente su questo blog, ma altri impegni mi occupano parecchio. Ad ogni modo non ho smesso di scrivere. Semplicemente al momento il poco tempo lo dedico allo spazio che mi è stato dato su Intervistato.com.  Vi segnalo quindi l’intervista nata da una chiacchierata su cooperazione e sviluppo che qualche giorno fa ho avuto con Emanuela Carabelli, una delle fondatrici di Associazione Capramagra Onlus, che si occupa di progetti di cooperazione internazionale a sfondo socio-educativo, inoltre in Italia si occupa di attività finalizzate all’ educazione allo sviluppo e all’ integrazione. Da quella conversazione è nato lo spunto per porle qualche domanda per capire meglio il lavoro che c’è dietro e che tiene in vita l’associazione: cosa spinge un gruppo di giovani ad imbarcarsi in una esperienza del genere? Quali sono le difficoltà, quale l’impegno che va riversato per ottenere dei risultati? Sono alcune delle domande che mi sono, e che ho, posto. Se vi va di leggerla la trovate a qui. Magari fatemi sapere cosa ne pensate.