Marchionne è strano davvero, o forse fin troppo furbo. Mentre con una mano scrive e firma una pagina comperata ad hoc sulla Nazione per spiegare ai fiorentini che lui mai ha offeso la loro città (ne avevo scritto su Intervistato), con l’altra firma la mobilità per 19 operai di Pomigliano. Questo, a suo dire, per poter reintegrare i lavoratori FIOM esclusi dal piano di rilancio della fabbrica di Pomigliano e che presentarono ricorso (poi vinto). Insomma, quella che suona come una ripicca bella e buona. La malizia impone di pensare, sulla vicenda Pomigliano, ad un Divide et Impera. Ma noi non siamo maliziosi.
Li senti i telegiornali nel loro morboso ma preoccupante conteggio, 96, 97, 98, 99. No, non sono numeri al lotto, ne tanto meno sono le cifre di un qualche attentato o dei caduti in una qualche guerra. No, è il numero delle donne vittime di violenza uccise dall’inizio dell’anno.
Ma non siamo a Ciudad Juárez, non siamo nello stato messicano di Chihuahua, zona di cartelli del narcotraffico come gli Zetas, dove la violenza e la recrudescenza dei crimini contro le donne negli ultimi anni ha raggiunto livelli terrificanti.
Siamo in Italia. Un paese dove, nonostante da anni si sventolino concetti come pari opportunità, diritti delle donne, quote rosa, ancora si è fatto veramente poco, e il conto non si fa tanto sul rosa quanto sul rosso del sangue versato, le nostre quote rosse. Eppure basta fare una ricerca in rete, con Google, per ritrovare pagine e pagine di giornali che ad ogni decina (si, si va a decine) scrivono della questione. Nel solo anno 2011 le donne uccise in Italia sono state più di 130, per lo più tra le mura domestiche, vittime di quegli stessi famigliari o compagni e fidanzati. Alla fine di gennaio 2012 le donne uccise erano già 12.
Ho trovato un paio di video dove Riccardo Iacona sonocciola qualche dato preso dal suo libro inchiesta “Se questi sono gli uomini – La strage delle donne”
Del secondo video, più esteso, vi ripropongo un passaggio che dice che spesso queste violenze sono
solo la punta estrema di una violenza endemica però, che attraversa l’intero Paese contro le donne. Perché parlo di violenza endemica? Lo dicono i numeri dell’unica ricerca fatta dall’Istat nel 2007 sui casi di violenza del 2006 che parlano di quasi 5 milioni di donne che, almeno una volta nella vita, hanno subito violenza. E’ una media, quindi ci sono delle donne che la violenza la subiscono tutti i giorni. 5 milioni, vi rendete conto? È il 39% della popolazione femminile, una donna su 3, sono dati enormi, considerando poi il fatto che il 93% delle donne neanche denunciano i loro partner, che cioè c’è un sommerso enorme, stiamo parlando di numeri che coinvolgono l’intera nostra società, la coinvolgono tutta, coinvolgono il nostro modo di intendere il ruolo della donna nel nostro paese.
E’ dunque prima di tutto una questione di cultura, ma nel nostro paese in questo senso viene a mancare. L’immagine della donna è stata negli ultimi anni sminuita e demolita, resa spesso escamotage fine solo alla vendita. Dalla pubblicità ai programmi TV, passando per i box morbosi alla destra dei giornali online fino alla politica.
Nel suo rapporto 2012 Amnesty International riporta: “A luglio, il Comitato Cedaw ha reso pubbliche le proprie osservazioni conclusive, sollecitando l’Italia, tra le varie cose, a introdurre politiche per superare la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali e per mettere in discussione gli stereotipi sul ruolo di uomini e donne nella società e nella famiglia”.
Questo è un paese dove i paradossi la fanno da padrone, se è vero che è stato proprio il ministero delle pari opportunità del governo Berlusconi a creare la prima legge in merito, il piano nazionale antiviolenza (qui nello specifico il testo del piano). Lo stesso governo che ha fatto della figura della donna una macchietta pronta per essere estratta a mo di battuta sconcia nelle più svariate occasioni.
C’è poi da riflettere sulla scarsità di fondi spesso denunciata cui i progetti in questione hanno accesso. Senza una adeguata rete formata da centri antiviolenza, formazione sociosanitaria, legale e delle forze dell’ordine, ma anche culturale sulla materia, molti dei trattati ai sensi pratici risulteranno vani. Ma lo stato, le istituzioni cosa stanno facendo? In questo senso il ministro Fornero ha preso impegno sia per i fondi, sia con la firma della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne dopo il via libera del senato che si è trovato d’accordo anche nel richiedere al governo celerità nella sua ratifica (per gli interessati il rapporto stenografico sulla seduta)
Senza voler entrare nel merito degli aiuti e dei processi di ricostruzione (di cui per il sisma abruzzese conosco quanto riportato dai media mentre per quello emiliano lo vivo da mesi sulla pelle e che in entrambi i casi mi pare abbiano comunque sofferto di pecche non dovute prettamente al territorio) mi chiedo però se siano davvero opportune certe parole in bocca al capo della protezione civile Gabrielli:
“Ci sono molte cause, ma anche il territorio ha le sue responsabilità. Io ho visto un territorio, quello emiliano, molto diverso dalla mia esperienza aquilana. È sempre facile dare le responsabilità ad altri, a chi sta fuori”.
Che tradotto suona un po’ come: in Emilia se la sono cavata meglio che in Abruzzo. Insomma, come si può anche solo pensare di buttare sul tavolo un confronto? Non lo so, ma non mi è parsa davvero una di quelle uscite memorabili per un capo della protezione civile.
A poche ore dal secondo sisma che aveva colpito l’Emilia in molti avevano subito chiesto la sospensione dei pagamenti delle imposte e una serie di misure che andassero in direzione di sgravi fiscali per dare il tempo al territorio, una volta superata la prima emergenza ed entrati nella fase di ricostruzione, di riprendersi e rimettersi in moto. Aziende e privati. Ci sono realtà industriali andate materialmente in frantumi, senza contare l’inevitabile sospensione dell’attività lavorativa che a casa, per chi ne aveva ancora una, ha lasciato parecchia gente. C’è un territorio da ricostruire, una rete di imprese da rimettere in piedi e parecchie abitazioni private da riedificare. Insomma c’è da ricominciare, anche se poi molti senza aspettare troppo la burocrazia si sono rimboccati le maniche e hanno iniziato da soli. Ma non basta. Non siamo mica supereroi. Siamo persone comuni in un territorio martoriato, in un paese che è peraltro in un periodo di crisi economica. Il che non aiuta. Oltre agli aiuti e’ necessario un alleggerimento fiscale deciso per fare si che la macchina si rimetta in moto senza avere sul collo il fiato pressante di tasse e tassine, e mica perché qui non si voglia pagarle, ci mancherebbe, ma perché è evidentemente l’unico modo. E se è vero che la percentuale di Pil prodotto solo in questo territorio era dell’ 1,8% sul totale nazionale risulta chiaro quanto sia cruciale farlo ripartire, e in fretta. Allora mi auspico che il governo metta voce su quanto dichiarato in una nota dell’agenzia delle entrate che in un passaggio, riportato anche da Repubblica, dice “La scadenza del termine di sospensione degli adempimenti e dei versamenti tributari rimane fissata al 30 settembre 2012 fermo restando la possibilità di regolarizzare entro il 30 novembre 2012, senza applicazione di sanzioni e interessi, gli adempimenti concernenti le ritenute e relativi al periodo dal 20 maggio all’8 giugno 2012″. Io non sono un tecnico, ne un esperto, ma quattro miseri mesi di sospensione dei pagamenti in rapporto all’entità dei danni non si concilia per niente con il tempo necessario alla ripartenza effettiva. A meno che non sia stata solo una mossa da foto opportunity capitata a fagiuolo alla fine di un periodo non proprio idilliaco per l’agenzia delle entrate. Qui non si vuole insinuare o pensare male, almeno ci si prova. Ma non viviamo a legoland dove per far ripartire tutto basta incastrare quattro mattoncini in 20 minuti, e invece di richiamarci al doveroso, ma al momento procrastinabile, obbligo del pagamento delle tasse si concentrino magari sul taglio, come faceva notare qualcuno, di spese superflue (tav, areoplanini da guerra, ponti sullo stretto, costi politica e facezie varie). Questo, ovviamente, se si ha un reale interesse a mantenere quelle promesse lanciate ai quattro venti e che ora non possono venire meno per cause contingenti di cui qui nessuno ha colpa e di cui farebbe volentieri a meno.
E’ vero, si sono macchiati di reati contro beni pubblici o privati, e probabilmente qualcosa dovranno pure pagarlo, ed è giusto. Ma teniamo a mente che non hanno ucciso nessuno a colpi di pistola, non hanno massacrato nessuno a colpi di manganello, non hanno falsificato prove per non andare in galera. Insomma, non sono santi ma nemmeno mostri. E soprattutto non erano solo loro, non possono, non dovrebbero pagare per tutti.
Intanto la campagna «10×100. Genova non è finita. Dieci, nessuno, trecentomila» ha raccolto 25mila firme. La campagna, che vede tra i firmatari Margherita Hack, Elio Germano, Erri De Luca, Curzio Maltese ed altri si batte perché venga annullata la sentenza di appello pronunciata il 9 ottobre del 2009.