Tu che puoi

Già, tu che puoi e che non hai problemi perché non ci pensi? Perché tu che puoi non pensi alla pensione, tu che puoi, che noi ormai nemmeno ce la sognamo più.

Tu che puoi perché non fai come tutti i pensionati ultrasessantenni e ricchi che si rispettino: andare su di un’isola nei caraibi, piena zeppa di gnocche bellissime e di vita giovine, poter stare svaccato su di una sdraio tutto il giorno prendendo il sole, con in mano un delicatissimo cocktail alla frutta e il tuo bel panama bianco sul capo, così spelacchiato, per evitare l’insolazione e per darsi quel gran tono da uomo ricco e potente quale sei?

Tu che puoi, che noi anche una vacanza di tre giorni ormai facciamo fatica a programmarla, e di una settimana già rientra nei sogni da realizzare in una vita.

Tu che puoi e potresti avere un sacco di donne e tutto il tempo che la ricchezza concede da dedicare a loro perché non ne approfitti?

Tu che puoi, che noi a mala pena ci riusciamo a pagare una pizza agli amici, figurati i soldi per una cena romantica come si deve.

Tu che hai potuto far politica per vent’anni, e che potresti lasciare lo spazio a qualcun’altro, di più giovane, più fresco.

Tu che puoi emigrare, per per piacere e per diletto e senza che nessuno venga a romperti le scatole coi documenti (almeno per ora che sei ancora in tempo).

Tu che puoi, che noi se si emigra non è certo per diletto, ma per necessità.

Insomma, facendola breve, tu che puoi, che noi invece no, perché non ti decidi a levarti dai maroni?

Avamposti e casematte culturali

Giusto ieri parlavo di resistenza, quella nelle strade, contro la mafia e una certa classe politica ormai in putrefazione. Della rivoluzione che un po’ tutti si sarebbero aspettati dopo i fatti del 1992 – rivoluzione sia politica che civile- abbiamo visto pochino, ma quel poco, da cui la politica si è comunque quasi totalmente autoesclusa soprattutto a partire dalla sua evoluzione nel 94, si è trascinato con orgoglio fino ad oggi. E’ uno dei punti da cui bisognerebbe partire, o ripartire. Rivoluzione è un termine che negli ultimi anni è comparso spesso sulla bocca di politici e intellettuali, da Bossi a Monicelli, ogni volta con una diversa accezione.

Ma la rivoluzione cui molti aspirano dovrebbe oggi essere culturale e profonda, tale da rendere impermeabile e autonomo il pensiero da quelle influenze che ogni giorno cercano con la loro pervasività di omologare e di controllare. Girando e leggendo mi sono imbattuto in due passaggi presenti su altrettanti articoli che in un certo senso rispondevano a questa considerazione.

Nel primo, David Hockney, parla del potere delle immagini, strumento spesso utilizzato per il controllo sociale e politico, e spiega come la Chiesa ad esempio in epoca rinascimentale avesse questo potere, che esercitava ingaggiando grandi pittori che esaltassero la sua potenza e la gloria di Cristo. Poi è cominciato il declino, che dice, non ha avuto a che fare tanto con la rivoluzione della scienza ma con quella delle immagini, e fa l’esempio di Hollywood che definisce in un certo senso uno strumento del potere americano. Ma continua e verso la fine dice che

We are in a confusing time. The decline of religion in Europe is seen as part of the “scientific” revolution. I have begun to doubt this now; it is quite likely that it’s to do with images. The decline of the church parallels the mass manufacture of cameras. They are deeply connected. I noticed on a recent tour of Italy that not many Italians went in the churches to see pictures. They see them at home, not made by Botticelli but by Berlusconi. Think about it.

Nel secondo articolo, letto su internazionale questa settimana (e pubblicato su Intelligent life) che trattava il potere dello sport sulla gente, e la sua capacità in pochi decenni nell’essere diventato anche una macchina da soldi, l’autore Tim de Lisle, parlando questa volta del capitalismo (non la politica) cita Gramsci:

Andrew Jennings, scourge of FIFA, has a theory about this. “When we’re enjoying sport, we’re all open, we’re vulnerable, we’re small children again. And that’s how big capitalism likes us to be. Antonio Gramsci said: ‘How can you have a revolution when the enemy has an outpost in your head?’ Well, sport gives the corporations that outpost in our heads.”

Queste tuttavia non sono novità, ma meccanismi ben consolidati cui volenti o nolenti sottostiamo anche in maniera consapevole e stanca: manca in parte la forza di reagire. Chi ha questo controllo, ad esempio della tv, può permettersi oltre che di incensarsi anche di utilizzarle (oppure ometterle) facilmente contro i propri nemici, o comunque contro entità scomode. Un esempio? La delegittimazione di Saviano, ad opera di Emilio Fede direttore del TG4, oppure il quasi silenzio sulle proteste dei Terremotati Aquilani e la loro delegittimazione nella recente manifestazione a Roma. Il trattamento del primo Tg nazionale su quest’ultimo caso ne è un esempio più che lampante. Ma sarebbero decine gli esempi non solo politici e non solo televisivi, perché se andiamo a ben guardare anche il web ormai è più che permeabile a queste dinamiche che magari sono per meccanismi leggermente diverse ma che perpetrano i medesimi fini, ecco poi perché la battaglia sul tentativo di controllo del mezzo o quantomeno su alcune limitazioni che vorrebbero essere imposte è così sentita e spinta.

Gli avamposti e le casematte culturali dello stato (e non solo dello stato oggi) per il controllo della società, descritte all’epoca da Gramsci sono ancora oggi e più di ieri strumento e campo di battaglia, quello da dove e contro cui in teoria dovrebbe cominciare o ricominciare quella rivoluzione culturale che sia anche in grado di raccogliere quel testimone portato con grande fatica fino a noi da quella resistenza che non sta nei palazzi ma sulle strade.

I fatti li cosavano

In moltissimi paesi del mondo (democratici o meno democratici) quando un governo non piace più succede sempre che in un modo o nell’altro, con le buone o con le cattive, si riesca quasi sempre a farlo accomodare da un lato: è stato un piacere, tanti saluti. In certi posti sono riusciti persino a scaraventare giù dallo scrano qualche mediocre dittatura (quelle forti difficilmente si riesce ad estirparle prima dei vent’anni standard). Molte volte la protesta popolare insorge forte e tumultuosa per questioni decisamente minori rispetto allo standard Italiano. Qui da noi invece è tutto al contrario. Per venti anni si è sentito dire che un certa classe politica con una certa linea politico ideologica governava male, rubava, truffava e veniva costantemente meno ai principi costituzionali. A dar retta alla cosiddetta vox populi sembrava essere una buona maggioranza a pensarla così. A sentire quelle voci in linea teorica a votare per quella certa classe politica con quella linea di pensiero dovevano essere andati su per giù in 30, tra cui Gianni l’ex bidello delle mie scuole medie che dal barbiere dove vado di solito frequentemente si vantava del suo voto: beata onestà intellettuale di un bidello pensavo io. Dati alla mano invece risultava abbastanza discordante il confronto tra la voce di popolo e l’effettivo esito delle urne. Una volta addirittura queste voci di malcontento erano veramente forti e sullo scrano si sedette l’altra parte della classe politica, quella con il pensiero diverso, sia politicamente che ideologicamente. Dati alla mano però anche in questo caso il confronto tra la voce di popolo e l’esito delle urne era abbastanza discordante. E’ vero che avevano vinto gli altri, ma se si guardava bene era chiaro il perché: Gianni non doveva essere andato a votare. Così per onestà intellettuale la classe politica vincente, quella con il pensiero opposto a quella che si diceva governasse male, rubando per di più, decise autonomamente di auto-insorgere contro se stessa facendosi cadere da sola. Da quel momento la classe politica che il vox populi accusava di mal governo, ruberie, corruzione, anticostituzionalità, truffa, riprese a governare indisturbata dimostrandosi anche discretamente vincente in altre appassionate sfide elettorali senza sconquassarsi più di tanto per la vox populi sempre maggioritaria che lo accusava di tutto e di più. Aveva capito perfettamente che finché la vox rimaneva vox era sufficiente abbassare il volume o mettersi i tappi per le orecchie, che tanto nel silenzio dell’urna, e anche fuori, quel che contava non era la voce ma i fatti. E noi altri non sapevamo il perché, però c’avevano ragione e i fatti li cosavano!

Il nostro paese innocente

Mentre mi appresto a fare la valigia (starò via qualche giorno) cerco di pensare a qualcosa da scrivere nel post che verosimilmente sarà l’ultimo, ovviamente fino al mio ritorno; scorro allora le cose postate nelle ultime settimane in cerca di qualche spunto, qualche filo argomentativo da riprendere, aggiornare, concludere o più semplicemente per non cadere in una ripetizione, in una riproposizione della stessa salsa di cui probabilmente cambierebbe solo la presentazione ma non il contenuto: il gusto, per beffa, rimane sempre quello. E’ allora che mi scontro con l’ineluttabile realtà: la disgregazione, lo sfascio, almeno apparente e di certo solo familiare ad una parte, che continua a rimanere, per via della diversa consistenza delle forze in campo, sconosciuta o addirittura rifiutata dall’altra, di parte, che a sua volta intravede nel proprio pensiero un discernimento opposto. Perché non è vero quando si dice di noi Italiani che siamo come un ciottolo sul letto di un fiume che immobile sta li, perché altro non può fare se non aspettare che il corso dell’acqua, degli eventi compia il suo lento ma inesorabile processo di plasmazione della forma, corrodendo piano piano i profili più irti e scomodi. Non è vero perché rimanere fermi, cercando di mantenere una posizione in contrasto con il flusso generale ammetterebbe un tentativo, seppur sconfitto in partenza, di opporre una, anche se minima, resistenza alla forza disgregante degli eventi; siamo tutto fuorché questo, ci schieriamo seguendo la corrente su ogni questione, drizzando alta la bandiera di turno, digrignando con orgoglio i denti per resistere all’urto con l’esercito nemico sempre pronto ad ogni piè sospinto a dar battaglia. E qui sta il vero problema, l’inghippo cento-cinquantenario, e mai risolto, che come il marchio a fuoco su Milady De Winter ci perseguita nei momenti decisivi del confronto con la realtà che soccombe sotto la voluttà della partigianeria a tutti i costi, e che vede nel partitismo l’unica strada percorribile verso la soluzione di ogni problema. Non restiamo immobili nello scorrere del fiume aspettando che ci plasmi. Seguiamo invece la corrente facendoci corrodere in corsa, per arrivare meglio adeguati alla foce; forse per comodità. Peccato che poi sempre troppo tardi ci si accorga dell’illusione artificiale del moto: quel fiume la cui corrente seguiamo per comodità, partigianeria, interesse, compromesso, o a cui almeno idealmente vorremmo opporci restando ancorati al letto su cui scorre per non farci trascinare via, è fermo, aridamente secco mentre noi da ciottoli e rocce ci troviamo improvvisamente trasformati in pesciolini che si dimenano, si contorcono inarcando le membra, nell’estremo tentativo di chi si scopre improvvisamente tradito e adesso non vuole soccombere all’inevitabile destino. Siamo fermi e ci crediamo in movimento, in marcia verso una battaglia gli uni con gli altri. Citando Vittorio Zucconi, forse un atto di partigianeria anche questo: “come una democrazia che ha bisogno, come la rana di Galvani, di periodiche scosse per muovere le zampette e sembrare viva, restando morta”. Siamo tutti senza colpe e nel giusto e per questo tutti colpevoli mentre cerchiamo, come Ungaretti, il nostro paese innocente.

Il Piranha e il pesce rosso

Sei andato sul letto alle due di notte, ma hai chiuso gli occhi solo dopo le quattro. Hai passato quelle due ore a leggere, a leggere la seconda parte di un libro che ha per protagonista un cinico, un pubblicitario cinico. Ti sei svegliato alle nove della mattina, ma solo perché la sveglia ha suonato un’ora prima e tu non l’hai sentita perché è il copione che ti impone così, e il copione va seguito alla lettera. Ti sei alzato dal letto ancora inconsapevole di che ora fosse, hai osservato il tuo sesso nell’erezione mattutina avvolto dal cono di luce che filtrava dal lucernario, la tua meridiana naturale: dopo un veloce calcolo dell’inclinazione della luce e della posizione dell’ombra hai ipotizzato un orario plausibile tra le 9 e le 9.10, poi sei andato al gabinetto. Hai orinato nella tazza immaginando il tuo piscio come la palla nelle mani di Michael Jordan, il tuo tentativo per un tiro da tre punti. Il primo della giornata, quello più difficile, quando la tensione è al massimo mentre la lucidità è ancora ai minimi storici. Ti senti tutto lo stadio addosso, quel silenzio che non è silenzio perché il brusio degli spettatori è come un leone in punta, accovacciato dietro alla vegetazione pronto a scattare con tutta la sua potenza al momento giusto. Canestro: boato, la folla esulta, il leone scatta e la gazzella è già distesa sotto il suo peso. Questione di secondi. La potenza è nulla senza il controllo! Sei tornato in camera e ti sei infilato addosso le prime cose che hai incontrato lungo la strada, sei sceso e hai lottato qualche altro secondo per inserire la cialda nella macchinetta: Caffè.

Hai aperto la mail, quella di lavoro, come ogni mattina. Il tuo compito è vendere inutilità alla gente.

Ci hai pensato e sei giunto a questa conclusione: ci sono un pubblicitario ed un produttore, l’azienda. Il primo è assunto per indurti a comprare il prodotto che l’ azienda sta lanciando sul mercato e a cui è costato pochi spiccioli . Il secondo è colui che materialmente crea e ti mette a disposizione quel prodotto, quello che gli è costato quasi zero ma che ti rivenderà ad una follia in paragone al costo di produzione. Ma per essere sicuro che tu lo compri nell’offerta ci piazza pure un gadget, una sorpresa. E’ a questo che entri in gioco tu, tu che lavori nel campo del collezionismo di gadget promozionali. Il tuo compito consiste nel reperire quel gadget, nuovo o vecchio che sia, e convincere il compratore/ collezionista che non è degno di chiamarsi tale se non possiede l’oggetto in questione. Gli offri la possibilità di avere quell’oggetto del desiderio inculcato senza dover comprare il prodotto (nel caso sia nuovo). Gli eviti il gusto della ricerca Offrendogli direttamente il Graal, ma ad un pezzo triplicato. Gli propini la solita storia del “sai quanto ti verrebbe a costare la ricerca del pezzo specifico? Sai quante copie dello stesso articolo dovresti comprare per avere una discreta probabilità di imbatterti esattamente nei pezzi che ti servono? Io ti sgravo di questo. Certo, ha un prezzo come tutto. Ma di sicuro inferiore a quanto spenderesti nella tua ricerca ossessionata”. No, non vi preoccupate, l’azienda guadagna comunque: primo perché attraverso una trafila che non vi sto a spiegare in qualche modo quei gadget dall’azienda sono usciti e all’azienda sono stati comprati e quindi del costo è rientrata, secondo perché tutto il mercato generico copre decisamente la faccenda. Terzo perché comunque il nome dell’azienda e del prodotto gira continuamente sulla bocca di tutti; siamo come piccoli cartelloni pubblicitari Mobili trans-regionali. Il mercato del collezionista è di nicchia, minoritario. Un piccolo acquario in cui sguazza stretto un pugno di pesci rossi circondato da Piranha dallo sguardo seducente e dai modi affabili all’apparenza, ma pronti a farsi il culo a vicenda pur di mangiarsi il cliente del prossimo. Un mercato come un altro quindi. E quando lo spazio vitale diventa stretto il banco di Piranha si coalizza e fa fuori il più debole, il più vecchio, il più onesto, il più…e proprio perché è in più toglie ossigeno: ogni anno un agnello per placare la collera del Dio.

Rispondi diligentemente con la bava alla bocca, chiudi la mail e ti accendi la quarta sigaretta della mattina. Fumi così tanto che non rispondi più al citofono per paura di trovarti sull’uscio Obama e Hu Jintao venuti per costringerti a firmare il Protocollo di Kyoto. L’assillo dei non fumatori nei tuoi confronti di tanto in tanto ti porta così vicino alle ragioni dei grandi criminali dell’inquinamento che finisci quasi per solidarizzare intimamente con loro. Scusa sub comandante Marcos, è la vita. Una cosa la sai: sei un ottimo venditore. Da quando sei nato vendi cazzate. A 15 anni, nei mercatini o all’interno dei grandi eventi fieristici di settore, vendevi tessere telefoniche usate a due volte il loro valore facciale (per valore facciale si intende il prezzo della scheda piena, ossia con ancora l’importo telefonico intatto: una tessera da 5euro non ancora usata ha un valore facciale di 5 euro, per intenderci. Quando è usata il valore facciale viene usato per indicarne comunque il taglio) ad ignari trentenni accompagnati dalle loro fidanzate con cui si vantavano d’essere grandi collezionisti, grandi intenditori. Li ho inculati tutti, uno per uno in fila per tre e senza il resto di due, perché se possibile mi tenevo pure quello. Lo sai perfettamente che è stato l’apice della tua carriera, eri la perfetta macchina da vendita: abbinavi la consapevolezza di quel che facevi alla tenera età che ti faceva apparire fragile e facilmente aggirabile da colui che ti trovavi davanti. Eri un perfetto amo da pesca a cui tutti abboccavano.

Ora stai scrivendo questo post che man mano rileggi e ti rendi conto che di te ne esce un dipinto al quanto discutibile, come l’arte contemporanea: assolutamente inutile, offensiva a tratti e discutibilissima. Ma si vende bene, molto meglio di un vero capolavoro dell’ingegno artistico che nessuno comprerebbe, perché nessuno vuole confrontarsi ogni giorno con la propria mediocrità. L’arte contemporanea invece ti concede il lusso di pensare che se lui è un artista per aver fatto cotanto obbrobrio allora tu non sei da meno, anzi, potresti fare di meglio: potresti essere migliore di lui. Ti regala il sogno, l’illusione del non essere sovrastato dall’inarrivabile. Tu puoi, anzi potresti fare meglio se solo volessi. Ma vivi nel 2010 e ti accontenti del condizionale. Fossi vissuto in altra epoca sarebbe stato diverso. Ma non è così! Questo post è come quell’obbrobrio, assolutamente inutile e discutibilissimo. Ma se arrivi fino a qui poi sarai pervaso dalla sensazione di essere migliore, di poter fare di meglio. Tieni però anche presente che se arriverai fin qui vorrà anche dire che sarò riuscito a venderti in qualche modo questo post, e questo ancora una volta confermerebbe la mia abilità.