Intanto da qualche parte nel mondo, il primo maggio

Intanto, proprio ora, da qualche parte nel mondo, stanno lavorando per produrre. Produrre per qualche spicciolo a settimana, i vestiti fashion che indosseremo il prossimo inverno. O le componenti degli ammennicoli elettronici (compreso il mio) da cui twitteremo e vomiteremo, comodamente ma con sdegno, status sulla prossima tragedia  che colpisce i lavoratori, spesso minorenni e sottopagati, di un qualche paese troppo lontano perché ce ne si possa ricordare a lungo.

Questioni di legge e di cittadinanza

cittadinanzaUno studente quasi nascosto in fondo all’aula della conferenza dopo un po’ di titubanza fa una bella domanda: ma la legge (italiana) è fatta per aiutare o per mettere in difficoltà?

Siamo alle ultime battute della mattinata, presso il Centro di Formazione Professionale – CFP – “Città dei Ragazzi”, dove ha avuto luogo la presentazione del Corriere Immigrazione(dunque colgo anche l’occasione per segnalarvelo).

Qualche giornalista, e una platea per lo più di giovani studenti del CFP, in maggioranza di origine straniera. Quale luogo migliore dunque?

Sono partito da quella domanda, perché per banale che possa sembrare, a guardare bene le leggi nel nostro paese, un quesito come questo non è affatto scontato, anzi è fondamentale. Ancor più se a porlo è uno studente di origine straniera che vive e studia in Italia.

A volte alcune cose si danno per ovvie, non per cattiveria, ma succede. Nelle ore immediatamente successive alle elezioni, mentre con gli altri ragazzi di intervistato.com seguivamo in diretta l’evolversi della situazione, avevo chiesto a Maria Petrescu (il nostro volto ufficiale, in video e non) per chi avesse votato. Una domanda nella mia testa normalissima, ma che come risposta aveva ricevuto, anche se bonariamente, un qualcosa di simile a: Matté ma sei scemo?

Già, perché Maria, che parla e scrive italiano (oltre a una indefinita quantità di lingue) meglio di me e di molti professori titolati, pur essendo in Italia da anni e anni, non ha potuto votare. Non ha la cittadinanza. Eppure, per me che la conosco da quasi otto anni oramai, Maria è Italianissima. Cose che succedono ma che inevitabilmente finiscono per metterti davanti a certi meccanismi  burocraticamente macchiavellici e ingiusti.

Tornando alla mattinata passata al CFP, un altro ragazzo pone la seguente domanda: “perché io, che sono Pakistano e in Italia da 10 anni non ho ancora la cittadinanza mentre un mio amico, che però ha madre Italiana, la cittadinanza l’ha avuta dopo soli 8 anni? Non è giusto!”

Già, perché? A rispondere, come nel primo caso, è Stefania Ragusa, direttore responsabile di Corriere Immigrazione: “è normale, perché la cittadinanza dell’altro ragazzo si poggia sullo ius sanguinis. Normale perché nella norma ma non per questo giusto.”

Il sito del Ministero dell’Interno riporta:

La legge 91 del 1992 indica il principio dello ius sanguinis come unico mezzo di acquisto della cittadinanza a seguito della nascita, mentre l’acquisto automatico della cittadinanza iure soli continua a rimanere limitato ai figli di ignoti, di apolidi, o ai figli che non seguono la cittadinanza dei genitori.

In Italia il dibattito sul tema è sempre sotto la brace, ogni tanto si riaccende. Un anno fa la campagna “l’Italia sono anch’io” che raccolse 100.000 firme per una legge di iniziativa popolare. Poi la cosa si arenò, Riccardi disse che spettava al parlamento esprimersi, e siamo arrivati ad oggi dove il tema è riemerso durante l’ultima campagna elettorale. Il PD lo ha inserito negli 8 punti e ha portato in parlamento un disegno di legge sull’acquisizione di cittadinanza a firma Bersani, Speranza, Chaouki e Kyenge (presente anche all’evento di cui state leggendo). 

Razzismo istituzionale, questo il termine uscito durante la presentazione. Un termine forte, è vero, ma non sbagliato. Ne sono la prova le tre storie raccontate nel documentario “La legge (non) è uguale per tutti” proiettato in questa occasione. Da Kindi,  a cui dopo essere arrivata quasi alla fine del percorso di studi viene negato l’accesso alla specializzazione, passando per la storia di Said e Vanessa, accaduta proprio a Modena, dove lui viene portato al CIE di Bologna pochi minuti prima di pronunciare il fatidico SI davanti alla sua futura sposa, arrivando alla vicenda di due fratelli, Andrea e Senad nati e cresciuti in Italia ma (vai a capire le cose della burocrazia) ritenuti apolidi e quindi rinchiusi nel CIE di Modena. Ve lo proponiamo qui sotto:

La speranza è che il nuovo parlamento appena eletto, che vede anche figure come quella di Laura Boldrini nella veste di presidente della Camera dei deputati, trovi nuovo slancio per legiferare velocemente in materia mettendo fine a quello che, come ho imparato oggi, possiamo benissimo chiamare Razzismo Istituzionale, o Razzismo di Stato.

(articolo pubblicato su intervistato.com il 02/04/2013)

100 quote rosse

Li senti i telegiornali nel loro morboso ma preoccupante conteggio, 96, 97, 98, 99. No, non sono numeri al lotto, ne tanto meno sono le cifre di un qualche attentato o dei caduti in una qualche guerra. No, è il numero delle donne vittime di violenza uccise  dall’inizio dell’anno.

Ma non siamo a Ciudad Juárez, non siamo nello stato messicano di Chihuahua, zona di cartelli del narcotraffico come gli Zetas, dove la violenza e la recrudescenza dei crimini contro le donne negli ultimi anni ha raggiunto livelli terrificanti.

Siamo in Italia. Un paese dove, nonostante da anni si sventolino concetti come pari opportunità, diritti delle donne, quote rosa, ancora si è fatto veramente poco, e il conto non si fa tanto sul rosa quanto sul rosso del sangue versato, le nostre quote rosse. Eppure basta fare una ricerca in rete, con Google, per ritrovare pagine e pagine di giornali che ad ogni decina (si, si va a decine) scrivono della questione. Nel solo anno 2011 le donne uccise in Italia sono state più di 130, per lo più tra le mura domestiche, vittime di quegli stessi famigliari o compagni e fidanzati. Alla fine di gennaio 2012 le donne uccise erano già 12.

Ho trovato un paio di video dove Riccardo Iacona sonocciola qualche dato preso dal suo libro inchiesta “Se questi sono gli uomini – La strage delle donne”

Del secondo video, più esteso, vi ripropongo un passaggio che dice che spesso queste violenze sono

solo la punta estrema di una violenza endemica però, che attraversa l’intero Paese contro le donne. Perché parlo di violenza endemica? Lo dicono i numeri dell’unica ricerca fatta dall’Istat nel 2007 sui casi di violenza del 2006 che parlano di quasi 5 milioni di donne che, almeno una volta nella vita, hanno subito violenza. E’ una media, quindi ci sono delle donne che la violenza la subiscono tutti i giorni. 5 milioni, vi rendete conto? È il 39% della popolazione femminile, una donna su 3, sono dati enormi, considerando poi il fatto che il 93% delle donne neanche denunciano i loro partner, che cioè c’è un sommerso enorme, stiamo parlando di numeri che coinvolgono l’intera nostra società, la coinvolgono tutta, coinvolgono il nostro modo di intendere il ruolo della donna nel nostro paese.

L’indagine Istat a cui fa riferimento Iacona la potete trovare qui.

E’ dunque prima di tutto una questione di cultura, ma nel nostro paese in questo senso viene a mancare. L’immagine della donna è stata negli ultimi anni sminuita e demolita, resa spesso escamotage fine solo alla vendita. Dalla pubblicità ai programmi TV, passando per i box morbosi alla destra dei giornali online fino alla politica.

Nel suo rapporto 2012 Amnesty International riporta“A luglio, il Comitato Cedaw ha reso pubbliche le proprie osservazioni conclusive, sollecitando l’Italia, tra le varie cose, a introdurre politiche per superare la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali e per mettere in discussione gli stereotipi sul ruolo di uomini e donne nella società e nella famiglia”.

Questo è un paese dove i paradossi la fanno da padrone, se è vero che è stato proprio il ministero delle pari opportunità  del governo Berlusconi a creare la prima legge in merito, il piano nazionale antiviolenza (qui nello specifico il testo del piano). Lo stesso governo che ha fatto della figura della donna una macchietta pronta per essere estratta a mo di battuta sconcia nelle più svariate occasioni.

C’è poi da riflettere sulla scarsità di fondi spesso denunciata cui i progetti in questione hanno accesso. Senza una adeguata rete formata da centri antiviolenza, formazione sociosanitaria, legale e delle forze dell’ordine, ma anche culturale sulla materia, molti dei trattati ai sensi pratici risulteranno vani. Ma lo stato, le istituzioni cosa stanno facendo? In questo senso il ministro Fornero ha preso impegno sia per i fondi, sia con la firma della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne dopo il via libera del senato che si è trovato d’accordo anche nel richiedere al governo celerità nella sua ratifica (per gli interessati il rapporto stenografico sulla seduta)

Fra poco più di un mese, il 25 novembre, si celebrerà l’annuale Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un giorno in cui le istituzioni, gli enti, le organizzazioni, promuoveranno eventi e attività per denunciare la violenza di genere.

Ma per allora, ancora una volta, il nostro paese avrà già versato le sue 100 quote rosse.

(pubblicato su intervistato.com il 16/10/2012)

Belli addormentati

Il Cardinale Martini rifiuta l’accanimento terapeutico, per ironia della sorte (le vie del signore sai) proprio mentre al Festival del Cinema di Venezia  Marco Bellocchio presenta la sua Bella Addormentata, film ispirato ai fatti di Eluana Englaro. E allora, allora forse è segno che  temi come accanimento terapeutico e fine vita devono rientrare con forza nel dibattito, ancor di più ora che ci avviciniamo al periodo elettorale, per capire (e me lo chiedo) come e quanto di tutto questo verrà trattato e fatto rientrare in agenda perché noi vada come vada, come scrive Alessandro Capriccioli in un suo post, saremo sempre qui a ricordarvelo.

Pussy Riot Vs. Putin: un pareggio

Oggi ho seguito in rete, come molti di voi suppongo, la conclusione del processo farsa alle tre militanti punk Pussy Riot. La lettura della sentenza con le sue motivazioni è durata, per dire, quasi di più della pena inflitta alle tre ragazze, tanto che mi sono chiesto se anch’essa facesse parte della punizione. Tremendo. La sintesi poteva essere riassunta in un sintetico e comprensibilissimo: vietato dissentire, vietato dissentire soprattutto se il soggetto del vostro dissenso è Putin (quello del lettone per essere precisi). Ma si sa che ai russi piacciono le cose lunghe, vedere alla voce letteratura ad esempio. Su twitter mi sono chiesto se Mosca era consapevole di essere in procinto di creare una di quelle icone dure a morire e spinose. La risposta è si, e lo si è visto nella condanna minore rispetto a quanto chiedeva l’accusa, e no, e lo si è visto proprio perché la condanna c’è stata. Poi i giornali hanno man mano annotato le mobilitazioni sia pregresse che fresche di giornata. Non tantissime nei numeri anche se parecchie star hanno preso le difese delle tre. Ad esser sincero mi aspettavo di più ma non stiamo parlando di Mandela. Infine il coro unanime di protesta dell’occidente, che però altro non ha potuto fare se non lanciare un j’accuse molto di facciata e molto retorico che tra qualche giorno sarà archiviato. In parte perché come si è visto nel caso Assange hanno ben poco da recriminare (la GB che minaccia blitz a cazzo in ambasciate rischiando di creare un precedente pessimo e gli Usa che se potessero metterebbero un cappio ad Assange senza dire nemmeno grazie), e in parte perché con l’inverno alle porte (vai alla voce risorse energetiche), e la crisi siriana in corso, dalla “madre” Russia prima o poi dovranno ripassare. Le Pussy Riot di certo oggi sono entrate nella storia come simboli. Per quanto tempo e se saranno confermate a icona dei diritti lo capiremo nelle prossime settimane da come si manifesterà la società civile sul tema, ma per il momento anche Putin ha fatto punto portando a casa un pareggio.

(fonte foto oggi.it)