Dice Beppe Grillo che il 25 aprile è morto. Ma se fosse morto, ora Grillo non potrebbe dire quello che dice. Qua gli unici ad essere morti sono i partigiani, gli uomini e le donne della resistenza, sulle montagne, nelle campagne. Quelle persone che hanno reso possibile a noi, pur tra mille difficoltà, difetti, imperfezioni (chiamatele come volete) di arrivare ad oggi. Quelle persone senza le quali Grillo non potrebbe dire oggi, tra le tante (troppe) cose che dice, ad esempio, che il 25 aprile è morto.
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L’acquario della politica
Stamattina mi son detto che forse il vero problema della politica è che c’è troppa politica, e qualcuno mi dirà che ho scoperto l’acqua calda ma a me sto pensiero è venuto proprio stamattina. Non prima, non dopo. Qualcuno magari potrà anche obiettare che non è un problema, che vuole dire che c’è più rappresentanza o qualche boiata del genere (che poi per caso tu che hai votato ti senti rappresentato? Ma dici davvero?). Io invece penso che ce ne sia troppa, in tutti i sensi. E quando c’è troppa roba poi finisce che o ti ingozzi di tutto e finisci nauseato oppure rimani nauseato ancora prima, perché gli odori di ogni ben di dio che stanno sul banchetto finiscono per mischiarsi in qualcosa che tutto ha tranne che l’odore di qualcosa di commestibile. O per fare un altro esempio: è in fondo un po’ come in un acquario. Avete mai avuto un acquario? Io si. Ne ho avuti di svariate dimensioni e capacità, in termini di litri contenuti. Ma rimane sempre il problema, che per pur grande che sia la vasca per ogni pesce devi considerare una determinata percentuale di spazio. Non lo puoi saturare, anche se ti sembra che ci sia più acqua che pesci, anche se hai una vasca enorme, e questo perché ogni pesce per le sue particolari peculiarità (date da dimensioni, specie etc etc) dipende da quello spazio, anche fossero pochi centimetri cubici, per il cibo, per il movimento, per l’ossigenazione, e pure perché ognuno di essi ha esigenze specifiche di habitat, anzi, micro habitat dentro quella vasca. Se tu immetti nell’acquario più pesci del dovuto finisci per ritrovarti davanti ad uno spettacolo raccapricciante. Uno spettacolo in cui i più grandi attaccano i più piccoli, e i più piccoli in blocco mozzano a morsichi le pinne ai più grandi in una lotta frenetica per il cibo, lo spazio, l’aria, il territorio. Una sorta di scannatoio acquatico dove l’equilibrio non viene ristabilito se non con il quasi totale annientamento della popolazione della vasca. E alla fine a rimanere a galla sono solo un mucchio di cadaverucci colorati.
#whilewewatch: un documentario su #OWS e la sua media revolution
Si è da poco celebrato un anno dall’inizio delle proteste che hanno visto Zuccotti Park culla del movimento Occupy Wall Street. Movimento nato dal basso e che al suo interno aveva raccolto e aggregato parecchie anime (le tanto sottolineate diverse anime del movimento) attorno ad un obiettivo comune: denunciare il comportamento dell’establishment finanziario colpevole con le sue manovre di aver causato (o quantomeno di essere concausa) della gravissima crisi finanziaria americana, ma non solo, di cui ancora oggi dove più e dove meno si sentono ancora gli effetti. In molti in questo anno, tra una critica ed un elogio su una cosa si sono trovati concordi: l’abilita di Occupy nell’usare i nuovi media a proprio vantaggio, creando una rete di informazione, divulgazione e organizzazione che non necessitava dell’apporto dei media tradizionali, anzi, li scansava. Proprio sul tema dell’utilizzo dei social media da parte del movimento e sul ruolo che questi hanno avuto è stato girato da Kevin Breslin un documentario dal titolo #whilewewatch. Qui il blog dedicato su cui trovare altre info, tra cui una campagna su Kickstarter per finanziare il secondo capitolo. Qui il documentario.
A gripping portrait of the “Occupy Wall Street” media revolution, #whilewewatch is the first definitive film to emerge from Zuccotti Park – with full access and cooperation from masterminds who made #OccupyWallStreet a reality.
The #OccupyWallStreet media team had no fear of a critical city government, big corporations, hostile police, or a lagging mainstream media to tell their story. Through rain, snow, grueling days, sleeping on concrete; they pump out exhilarating ideas to the world. Fueled with little money, they rely on the power of Twitter, texting, Wi-Fi, posters, Tumblr, live streams, YouTube, Facebook, dramatic marches, drumbeats and chants. As the film unfolds, we witness a new dawn with the power of social media.
(fonte: Internazionale)
Di minatori e Sud Africa: c’è qualcosa che non torna
C’è qualcosa che non mi torna. Ad ogni modo, dice BBC che i minatori arrestati durante gli scontri alla miniera di Marikana (Sud Africa) sono accusati dell’omicidio dei 34 minatori, e loro colleghi, uccisi dalla polizia.
Pussy Riot Vs. Putin: un pareggio
Oggi ho seguito in rete, come molti di voi suppongo, la conclusione del processo farsa alle tre militanti punk Pussy Riot. La lettura della sentenza con le sue motivazioni è durata, per dire, quasi di più della pena inflitta alle tre ragazze, tanto che mi sono chiesto se anch’essa facesse parte della punizione. Tremendo. La sintesi poteva essere riassunta in un sintetico e comprensibilissimo: vietato dissentire, vietato dissentire soprattutto se il soggetto del vostro dissenso è Putin (quello del lettone per essere precisi). Ma si sa che ai russi piacciono le cose lunghe, vedere alla voce letteratura ad esempio. Su twitter mi sono chiesto se Mosca era consapevole di essere in procinto di creare una di quelle icone dure a morire e spinose. La risposta è si, e lo si è visto nella condanna minore rispetto a quanto chiedeva l’accusa, e no, e lo si è visto proprio perché la condanna c’è stata. Poi i giornali hanno man mano annotato le mobilitazioni sia pregresse che fresche di giornata. Non tantissime nei numeri anche se parecchie star hanno preso le difese delle tre. Ad esser sincero mi aspettavo di più ma non stiamo parlando di Mandela. Infine il coro unanime di protesta dell’occidente, che però altro non ha potuto fare se non lanciare un j’accuse molto di facciata e molto retorico che tra qualche giorno sarà archiviato. In parte perché come si è visto nel caso Assange hanno ben poco da recriminare (la GB che minaccia blitz a cazzo in ambasciate rischiando di creare un precedente pessimo e gli Usa che se potessero metterebbero un cappio ad Assange senza dire nemmeno grazie), e in parte perché con l’inverno alle porte (vai alla voce risorse energetiche), e la crisi siriana in corso, dalla “madre” Russia prima o poi dovranno ripassare. Le Pussy Riot di certo oggi sono entrate nella storia come simboli. Per quanto tempo e se saranno confermate a icona dei diritti lo capiremo nelle prossime settimane da come si manifesterà la società civile sul tema, ma per il momento anche Putin ha fatto punto portando a casa un pareggio.