
Italy According to Posh Italians

Italy According to Posh Italians
Già, tu che puoi e che non hai problemi perché non ci pensi? Perché tu che puoi non pensi alla pensione, tu che puoi, che noi ormai nemmeno ce la sognamo più.
Tu che puoi perché non fai come tutti i pensionati ultrasessantenni e ricchi che si rispettino: andare su di un’isola nei caraibi, piena zeppa di gnocche bellissime e di vita giovine, poter stare svaccato su di una sdraio tutto il giorno prendendo il sole, con in mano un delicatissimo cocktail alla frutta e il tuo bel panama bianco sul capo, così spelacchiato, per evitare l’insolazione e per darsi quel gran tono da uomo ricco e potente quale sei?
Tu che puoi, che noi anche una vacanza di tre giorni ormai facciamo fatica a programmarla, e di una settimana già rientra nei sogni da realizzare in una vita.
Tu che puoi e potresti avere un sacco di donne e tutto il tempo che la ricchezza concede da dedicare a loro perché non ne approfitti?
Tu che puoi, che noi a mala pena ci riusciamo a pagare una pizza agli amici, figurati i soldi per una cena romantica come si deve.
Tu che hai potuto far politica per vent’anni, e che potresti lasciare lo spazio a qualcun’altro, di più giovane, più fresco.
Tu che puoi emigrare, per per piacere e per diletto e senza che nessuno venga a romperti le scatole coi documenti (almeno per ora che sei ancora in tempo).
Tu che puoi, che noi se si emigra non è certo per diletto, ma per necessità.
Insomma, facendola breve, tu che puoi, che noi invece no, perché non ti decidi a levarti dai maroni?
Quando ieri c’è stato quello che in molti ricorderanno come il grande Down del settembre 2010 inizialmente ho pensato al disagio di avere facebook e friendfeed in down, ma tutto sommato di facebook non sentivo troppo l’astinenza, di friendfeed già di più. Twitter però pareva reggere, e noi che lo bistrattiamo in fondo dovremmo essergli riconoscenti, ci ha salvato il culo in più di una occasione. Poi è caduto anche lui, come da routine, e allora va a cagare twitter, come non avessi detto nulla prima. Il dramma però era non si era ancora svelato nella sua ferocia: tempo una mezz’ora e anche l’encefalogramma di google è diventato piatto. Ok, era ancora sostenibile la cosa: dopo tutto stai solo aiutando ad organizzare un barcamp nella tua città, ed organizzare un evento incentrato sul web senza poter disporre del web e coi tempi che stringono, perché l’indomani parti per 4 giorni, è in fondo ancora gestibile, pensi. Poi però, succede che nel tuo cervello baleni accecante un dubbio atroce: e il porno? Verifico, ma più che altro per quelli che sono usi ed assuefatti, mica per altro, poverelli: orrore, il porno è down anche lui. Puoi stare benissimo senza twitter, ci sei abituato, e senza facebook, ancora meglio, senza friendfeed, per un giorno non morirai, senza google, una volta nella vita può succedere, ma il porno no eh, porca vacca…il porno no, e lo ribadisco sempre in difesa di quei poverelli che a fine giornata son stressati, e la vita gli va male, e allora un clic qui, e magari sei su redtube, per fare un esempio..casuale, che voglio dire…no? Ecco, il porno no, santa miseria. Toglietegli tutto ma non il suo porno.
Poi grazie a Dio, sempre pensando a quei poverelli, il cataclisma è rientrato. Twitter ha ripreso a svolazzare (volare è troppo), e facebook ha ripreso a spammare farmville ogni due per tre, e pure friendfeed è tornato alla grande con tutto il suo carico di animali da circo, pure google ha rimesso in moto il motore, e si, anche per quei poverelli la giornata si è conclusa felicemente, e lo dico perché suppongo sia ripartito anche quello, il loro pillolone di porno giornaliero. Cosa credevate? Che fossi andato a verificare di persona??
Lei: mi hai toccato il culo? Ma come ti permetti?
Lui (potenzialmente io): no scusa, volevo solo metterti un like!
(via il mio tumblr)
Sicuramente ne esistono una miriade di scuse 2.0, se ve ne vengono in mente altre lo spazio commenti è a vostra disposizione
Sei andato sul letto alle due di notte, ma hai chiuso gli occhi solo dopo le quattro. Hai passato quelle due ore a leggere, a leggere la seconda parte di un libro che ha per protagonista un cinico, un pubblicitario cinico. Ti sei svegliato alle nove della mattina, ma solo perché la sveglia ha suonato un’ora prima e tu non l’hai sentita perché è il copione che ti impone così, e il copione va seguito alla lettera. Ti sei alzato dal letto ancora inconsapevole di che ora fosse, hai osservato il tuo sesso nell’erezione mattutina avvolto dal cono di luce che filtrava dal lucernario, la tua meridiana naturale: dopo un veloce calcolo dell’inclinazione della luce e della posizione dell’ombra hai ipotizzato un orario plausibile tra le 9 e le 9.10, poi sei andato al gabinetto. Hai orinato nella tazza immaginando il tuo piscio come la palla nelle mani di Michael Jordan, il tuo tentativo per un tiro da tre punti. Il primo della giornata, quello più difficile, quando la tensione è al massimo mentre la lucidità è ancora ai minimi storici. Ti senti tutto lo stadio addosso, quel silenzio che non è silenzio perché il brusio degli spettatori è come un leone in punta, accovacciato dietro alla vegetazione pronto a scattare con tutta la sua potenza al momento giusto. Canestro: boato, la folla esulta, il leone scatta e la gazzella è già distesa sotto il suo peso. Questione di secondi. La potenza è nulla senza il controllo! Sei tornato in camera e ti sei infilato addosso le prime cose che hai incontrato lungo la strada, sei sceso e hai lottato qualche altro secondo per inserire la cialda nella macchinetta: Caffè.
Hai aperto la mail, quella di lavoro, come ogni mattina. Il tuo compito è vendere inutilità alla gente.
Ci hai pensato e sei giunto a questa conclusione: ci sono un pubblicitario ed un produttore, l’azienda. Il primo è assunto per indurti a comprare il prodotto che l’ azienda sta lanciando sul mercato e a cui è costato pochi spiccioli . Il secondo è colui che materialmente crea e ti mette a disposizione quel prodotto, quello che gli è costato quasi zero ma che ti rivenderà ad una follia in paragone al costo di produzione. Ma per essere sicuro che tu lo compri nell’offerta ci piazza pure un gadget, una sorpresa. E’ a questo che entri in gioco tu, tu che lavori nel campo del collezionismo di gadget promozionali. Il tuo compito consiste nel reperire quel gadget, nuovo o vecchio che sia, e convincere il compratore/ collezionista che non è degno di chiamarsi tale se non possiede l’oggetto in questione. Gli offri la possibilità di avere quell’oggetto del desiderio inculcato senza dover comprare il prodotto (nel caso sia nuovo). Gli eviti il gusto della ricerca Offrendogli direttamente il Graal, ma ad un pezzo triplicato. Gli propini la solita storia del “sai quanto ti verrebbe a costare la ricerca del pezzo specifico? Sai quante copie dello stesso articolo dovresti comprare per avere una discreta probabilità di imbatterti esattamente nei pezzi che ti servono? Io ti sgravo di questo. Certo, ha un prezzo come tutto. Ma di sicuro inferiore a quanto spenderesti nella tua ricerca ossessionata”. No, non vi preoccupate, l’azienda guadagna comunque: primo perché attraverso una trafila che non vi sto a spiegare in qualche modo quei gadget dall’azienda sono usciti e all’azienda sono stati comprati e quindi del costo è rientrata, secondo perché tutto il mercato generico copre decisamente la faccenda. Terzo perché comunque il nome dell’azienda e del prodotto gira continuamente sulla bocca di tutti; siamo come piccoli cartelloni pubblicitari Mobili trans-regionali. Il mercato del collezionista è di nicchia, minoritario. Un piccolo acquario in cui sguazza stretto un pugno di pesci rossi circondato da Piranha dallo sguardo seducente e dai modi affabili all’apparenza, ma pronti a farsi il culo a vicenda pur di mangiarsi il cliente del prossimo. Un mercato come un altro quindi. E quando lo spazio vitale diventa stretto il banco di Piranha si coalizza e fa fuori il più debole, il più vecchio, il più onesto, il più…e proprio perché è in più toglie ossigeno: ogni anno un agnello per placare la collera del Dio.
Rispondi diligentemente con la bava alla bocca, chiudi la mail e ti accendi la quarta sigaretta della mattina. Fumi così tanto che non rispondi più al citofono per paura di trovarti sull’uscio Obama e Hu Jintao venuti per costringerti a firmare il Protocollo di Kyoto. L’assillo dei non fumatori nei tuoi confronti di tanto in tanto ti porta così vicino alle ragioni dei grandi criminali dell’inquinamento che finisci quasi per solidarizzare intimamente con loro. Scusa sub comandante Marcos, è la vita. Una cosa la sai: sei un ottimo venditore. Da quando sei nato vendi cazzate. A 15 anni, nei mercatini o all’interno dei grandi eventi fieristici di settore, vendevi tessere telefoniche usate a due volte il loro valore facciale (per valore facciale si intende il prezzo della scheda piena, ossia con ancora l’importo telefonico intatto: una tessera da 5euro non ancora usata ha un valore facciale di 5 euro, per intenderci. Quando è usata il valore facciale viene usato per indicarne comunque il taglio) ad ignari trentenni accompagnati dalle loro fidanzate con cui si vantavano d’essere grandi collezionisti, grandi intenditori. Li ho inculati tutti, uno per uno in fila per tre e senza il resto di due, perché se possibile mi tenevo pure quello. Lo sai perfettamente che è stato l’apice della tua carriera, eri la perfetta macchina da vendita: abbinavi la consapevolezza di quel che facevi alla tenera età che ti faceva apparire fragile e facilmente aggirabile da colui che ti trovavi davanti. Eri un perfetto amo da pesca a cui tutti abboccavano.
Ora stai scrivendo questo post che man mano rileggi e ti rendi conto che di te ne esce un dipinto al quanto discutibile, come l’arte contemporanea: assolutamente inutile, offensiva a tratti e discutibilissima. Ma si vende bene, molto meglio di un vero capolavoro dell’ingegno artistico che nessuno comprerebbe, perché nessuno vuole confrontarsi ogni giorno con la propria mediocrità. L’arte contemporanea invece ti concede il lusso di pensare che se lui è un artista per aver fatto cotanto obbrobrio allora tu non sei da meno, anzi, potresti fare di meglio: potresti essere migliore di lui. Ti regala il sogno, l’illusione del non essere sovrastato dall’inarrivabile. Tu puoi, anzi potresti fare meglio se solo volessi. Ma vivi nel 2010 e ti accontenti del condizionale. Fossi vissuto in altra epoca sarebbe stato diverso. Ma non è così! Questo post è come quell’obbrobrio, assolutamente inutile e discutibilissimo. Ma se arrivi fino a qui poi sarai pervaso dalla sensazione di essere migliore, di poter fare di meglio. Tieni però anche presente che se arriverai fin qui vorrà anche dire che sarò riuscito a venderti in qualche modo questo post, e questo ancora una volta confermerebbe la mia abilità.