Berlusconi, la terza persona e twitter
Qualche Giorno fa parlavo con la mia amica Giuditta. Come solito la conversazione saltellava tra politica e informazione, quando il suo sguardo viene attratto da un opuscoletto informativo sulla riforma Gelmini, opuscoletto ovviamente Made in PDL. Leggendolo, a parte una palese contraddizione nel giro di due righe (aspetto ancora la scansione del tutto per postarla eventualmente), si sofferma sulla firma finale. E’ indubbio che fosse quella del Silvio Nazionale, quello che però mi faceva notare è che secondo lei la firma non riportava Silvio Berlusconi. Ma qualcosa di simile. Eh si, perché leggendola veloce uno poteva anche pensare ci fosse scritto S.B ma guardandola attentamente la B di Berlusconi, ad esempio, pareva alla fine essere una P. Nulla di strano, dico io e gli altri amici seduti attorno al tavolino. G. invece sosteneva la palesità della cosa, ritenendo che fosse dovuto alla sua abitudine di porsi sempre in terza persona, tanto da firmare modificando impercettibilmente il nome, probabilmente in maniera involontaria. E’ un disturbo sosteneva, sapete, cioè, ci sono degli studi su queste cose. Non è mica normale, continuava. E allora, noi per tranquillizzarla sulla sanità mentale del cavaliere, che poi non sia mai che in caso gli diamo l’alibi per qualche disfunzione mentale che si sa in sede eventuale di processo è sempre un’ultima efficace risorsa, abbiamo fatto un giro di firme su di un foglietto. Alla fine, nonostante la quasi totale incomprensibilità di alcune di esse, tutti i caratteri delle nostre sembravano tornare al loro posto. E allora tra me e me ho pensato che probabilmente Silvio si troverebbe veramente a suo agio su un servizio come twitter. Può parlare in terza persona passando inosservato, e può elargire i suoi mitici aforismi di una vita da 140 caratteri, rischiando anche di diventare una celebrità del microblogging. Magari nel 2013 potrebbe farci un pensierino in alternativa alla candidatura come Presidente della Repubblica. Io il mio follow glielo garantisco fin da ora. E se quell’incongruenza nella sua firma sia un errore nostro, o una svista, inconscia o meno, sua, non mi è dato saperlo. Rimarrà un mistero.










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